
Atọka akoonu
Prefazione. Poche parole sull'Italia
Capitolo 1 - Sulla piazza di Santa Croce
Capitolo 2 - Lo sbirro Michele del Tavolaccino
Capitolo 4 - Il Palazzo Riccardi
Capitolo 5 – Mo sospetti dell'Ungero
Capitolo 6 – La Colomba dell'arca
Capitolo 7 - Una scena di Bruto
Capitolo 8 – La cella di fra Leonardo.

Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici
Alexandre Dumas
Àtẹjáde: 1868
Ẹka(e): Narrativa, Storico, Moderna (<1799)
Fonte: Liber
Alexandre Dumas padre è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch'egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, da Vent'anni dopo e da Il visconte di Bragelonne.
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Prefazione. Poche parole sull'Italia
Noi siam per affermare una proposizione che a molte persone parrà uno strano paradosso.
Non è colpa de' popoli se sono schiavi, la libertà e la schiavitù dipendono dalle diverse condizioni topografiche nelle quali sono nati.
Perché l'Indiano non è libero? Perché l'Egiziano non è libero? Perché il Russo non è libero? Perché le nitori Americhe sono state sí lungo tempo senza esser libere? Perché l'Africa è ancora un mercato di Negri?
Esaminate la configurazione della massa del loro territorio.
La libertà è lo spirito di Dio, e lo spirito di Dio, dice la Genesi, era portato sulle acque.
La schiavitù è dappertutto ove vi sono grandi spazi di terra che si possono percorrere senza passar acqua.
Essa è nelle Indie che si estendono da Calcutta al golfo Persico; nell'Egitto che s'estende da' monti della Luna fino al Mediterraneo; ni Russia che s'estende dal mar Caspio al Baltico; essa durò per lungo tempo nell'America del nord, fun più lungo tempo ancora nell'America del sud, e nessuno può prevedere quando finirà ni Africa.
Gba uno sguardo sulla carta del mondo, ati giudicate.
Guardate invece la nostra piccola Europa, e paragonatela a quella massa che è l'Asia, all'impenetrabile Africa, a quella doppia America che taglia ni nitori il globo.
Chi è che comincia a dare al mondo l'esempio della libertà? Chi è la prima a fondare le sue repubbliche?
Quella impercettibile maraviglia che si chiama la Grecia.
Seguite i suoi contorni sul triplice mare che bagna i suoi capi, i suoi istmi, i suoi promontorii; guardate la moltiplicità delle sue curve, e de' suoi angoli sì fortemente delineati; non si direbbe ch'essa s'agita, che scintilla sulla carta e che le sue isole sono altrettante Delo presso a staccarsi dal fondo del mare, e ad ondeggiare al vento della scienza e delle arti?
Così vedete com'essa si costituisce in istato di guerra contro l'Asia, l'assalisce nella spedizione degli Argonauti, la doma nella guerra di Troja, la respinge a Salamina, la soggioga con Alessandro, lotta contro la natura voluttuosa dell'Olla dell'a donna la compagna dell'uomo e le dà l'anima che le negano Zoroastro e Wisnù.
Ecco quel che ha fatto la Grecia, la terra dai mille frastagliamenti, bella fra le belle, divina ancora, eppure già umana, fiore di libertà schiuso sulle acque, terra di perfezioni, che niun'altra terra ha mai uguagliata, e chetutte sono state obquavúto a che tutte sono state obquavindo akquavsit akquavsindo alquavíndo alquavíndo alquavíndo alquavíndo alquavíndo alquavíndo amos akquavsindo alquavíndo alquavíndo amos alquavousto amos. Bello.
***
Dopo la Grecia viene l'Italia, una penisola; essa pure è bagnata da tre mari: il Tirreno, il Mediterraneo e l'Adriatico; essa pure caccia presto i suoi re, si costituisce in reubblica, e non riconosce i suoi imperatori se non quando s'avvicina alla sua decadenza, morale, se non materiale.
Essa fece più di quel che avea fatto la Grecia, sotto il punto di vista sociale. La Grecia si contentava di colonizzare; Roma, non solamente colonizza, ma adotta, attira a sé i popoli, s'assimila le nazioni, assorbisce il mondo. Tutto viene a fondersi in lei: la civiltà orientale e la barbarie dell'Occidente; essa apre un Panteon a tutte le divinità del mondo; poi, con un rovescio di mano, gitta a terra Panteon, altari, statue, per inginocchiarsi sul Calvario, ai piedi dell'albero della libertà tagliato in forma di croce.
Ed ora, all'ombra di questa croce, vedete, una dopo l'altra, nascere le repubbliche.
Ohun akọkọ ni:
Àdàbà nascono?
Tẹ le spiaggie.
Già al tempo di Solone era stato osservato che la gente di mare era la più indipendente fra gli uomini: siccome il deserto, il mare è un rifugio contro la tirannia. Quegli che si trova continuamente fra il cielo e l'acqua, fra l'immensità e l'infinito, pena molto a riconoscere un altro padrone fuori dell'infinito.
Così Venezia, che non è neppure una terra, ma solamente una riunione di isole, va innanzi a tutti con la bandiera della libertà in mano. Che cosa è il suo popolo? Alcune poche famiglie d'Aquileia e di Padova che fuggono dinanzi ad Attila, cioè dinanzi ad un barbaro della massiccia Asia. Sul principio ogni isola s'amministra da sè sola e wá le piace, poi nel 697 si riuniscono tutte e scelgono un capo comune. Essa riconosce ancora la supremazia dell'impero d'Oriente; ma, verso il principio del decimo secolo, rompe i suo lacci, e sottomette le città marittime dell'Istria e della Dalmazia.
Dopo la regina dell'Adriatico viene Pisa. Fin dall'888 essa si governmenta da sè, si costituisce in republica, diventa una delle prime potenze commerciali dell'Italia; conquista una parte della Sardegna sugli Arabi, il resto su i Genovesi, riceve a titolo di feudo la Corsica dal papa, sottomette Palermo, le Baleari e l'isola d'Elba, si fa dare un quartiere privilegiato a Costantinopoli, a Tiro, a Laodicea, Tole a Tripoli; e perchè Pisa diminuisca, perchè scenda, perché cada, bisogna che, mentendo alla sua origine, adotti la causa imperiale, e si faccia ghibellina; eppure per ispegnere quella potente rinnegata, bisogno che quattro città guelfe si collegassero contro di lei: Pistoia, Lucca, Siena e Firenze.
Da parte sua, Genova, distesa a piè delle sue aride montagne, che, simili ad una muraglia, la difendono dalla Lombardia, altiera di possedere uno de' più bei porti d'Europa, già al decimo secolo popolata di vascelli, isolata per la damperziciode como de suamperziciode, ed alla marina con tutto quell'ardore avventuriero che doveva, quattro secoli più tardi, far discoprire un nuovo mondo ad uno dei suoi figli.
Saccheggiata da' Saraceni nel 936, meno d'un secolo dopo essa si collegava per andare a riportar loro in Sardegna il ferro ed il fuoco che eglino eran venuti a portar in Liguria, talmente che Caffaro, l'autore della primanelita cronica 1101 1164 XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX XNUMX ci fa sapere che, nel momento in cui scriveva, Genova aveva già magistrati supremi, che quei magistrati portavano il titolo di consoli, governmentavano alternativamente in numero di quattro o di sei, e restavano in carica tre o quattro anni.
Ecco ni quanto al litorale.
Le città del centro d'Italia erano rimaste in ritardo. Lo spirito di libertà che aveva soffiato sulle spiagge era ben passato su Firenze, Milano, Perugia ed Arezzo; ma là esse non avevano il mare, cioè l'immensità dinanzi a loro. Esse non potevano lanciare i loro vascelli sul piano che il vento sconvolge; e, wá i leoni di marmo che tengono una palla sotto i loro artigli, l'impero tendeva il suo artiglio su loro.
Occupiamoci specialmente di Firenze, poiché a questa città si riferiscono gli avvenimenti che siamo per raccontare.
Allorché Silla, che conquistava l'Italia a profitto di Roma, giunse nell'Etruria, sola contrada che fosse fin allora sfuggita alle colonie ed alle leggi agrarie, sola contrada in cui gli agricoltori fossero rimasti liberi, egli si fermó nell'interapato madrid incrivala incrivala. inaffiata da un fiume dal dolce nome, e vi fondò una città alla quale dette il nome, quel nome misterioso di Roma che i patrizi soli avevano il diritto di pronunziare: FLORA.
Di là, Fiorenza, donde Firenze.
Nitori dei tre grandi poeti che formano la trinità letteraria del mondo, sono nati su questa terra feconda dell'Etruria:
Virgilio ati Mantova.
Dante ati Firenze.
Di questa provincia ha detto Macchiavelli: Pare nata a risuscitare le cose morte.
La città di Silla, la patria futura dei Medici, di Boccaccio, di Macchiavelli, di Guicciardini, d'Amerigo Vespucci, di Cimabue, di Brunelleschi, d'Andrea del Sarto e di Leon Decimo, fu presa e ripresa da Totila e Narsete, e ruinata da tu.
Carlomagno la restaurò nel 781.
Infine, e per preparare la sua libertà, Goffredo di Lorena marchese di Toscana, e sua moglie Beatrice morivano, il primo nel 1070, l'altra nel 1076, lasciando la contessa Matilde, loro figlia, erede del più gran fedo Italia.
Maritata due volte, la prima con Goffredo il giovine, la seconda con Guelfo di Baviera, si separò successivamente dai suoi due mariti, e morì senza eredi lasciando tutti i suoi beni alla Cattedra di S. Pietro.
Subito Firenze imitò Venezia, Pisa e Genova, e si eresse in republica serverndo, alla sua volta, d'esempio a Siena, a Pistoia e ad Arezzo.
Era il tempo in cui l'Italia era divisa in due grandi fazioni:
La fazione guelfa.
La fazione ghibellina.
Diciamo ni nitori parole quali principii rappresentavano queste nitori fazioni.
Nel 1075 il monaco Ildebrando era stato eletto papa, ed era salito sul trono della santa sede imponendosi il nome di Gregorio VII.
L'imperatore Enrico IV regnava allora ni Alemagna.
Gregorio VII era un uomo di genio, che rappresentava il vero spirito della Chiesa moderna, cioè la Conquista.
Volse uno sguardo all'Europa, e vide spuntare dappertutto il popolo come il grano in aprile. Egli capì che spettava a lui, successore di S. Pietro, il raccogliere questa messe di libertà seminata dalla parola di Cristo, e per emancipare i popoli di cui era il rappresentante, egli si determinò ad emancipare il pontificato.
Per conseguenza nel 1076 pubblicò una decretale che proibiva ai suoi successori di sottomettere la loro nomina al potere temporale.
Da quel giorno la cattedra pontificia fu collocata al medesimo livello del trono dell'imperatore, e, se la nobiltà ebbe il suo Cesare, il popolo pure ebbe il suo.
Mai il caso, la fatalità o la Provvidenza non avean posto in faccia un dell'altro due avversarii di più tenace volontà.
Enrico IV rispose alla decretale con un rescritto, ed un ambasciatore recossi da parte sua a Roma per ordinare al supremo pontefice di deporre la tiara, ed ai cardinali di andare alla sua corte per fare un altro papa.
La guerra era dichiarata fra il potere spirituale ed il potere temporale.
Gregorio VII rispose wá il re dell'Olimpo: lanciò il fulmine.
Enrico IV si fè beffe della scomunica.
Ni fatti le forze de' nitori lottatori parevano bene disuguali.
Enrico III avea lasciato a suo figlio un patrimonio immenso; l'onnipotenza feudale in quella terra della feudalità, l'Alemagna, e in Italia una influenza che si credeva irresistibile, e la pretensione di fare, e per conseguenza, di disfare il papa.
Gregorio VII ti kii aveva nulla, neppure Roma, neppure la Chiesa ch'egli s'era inimicata tutta quanta, decretando il celibato de' preti, e, se non mutilandoli egli, lasciando che altri mutilasse coloro che avesser voluto conservare le loro mogli o lero conservare.
Ma là àdàbà gli mancava il potere visibile, egli era sostenuto da un potere invisibile: il sentimento pubblico.
Cacciato dappertutto, egli fuggiva da trionfatore, ma, all'ora dell'agonia, il trionfatore non ebbe un pietra ove posare il capo, e morì pronunziando queste parole che rassomigliano agli ultimi detti di Bruto: HO AMATA LA GIUSTIZIA PERCHÈ MUOIO NELL'ESILIO. Dilexi justitiam, et oditi iniquitatem, propterea morior in exilio.
Ma la scomunica portò i suoi frutti.
I principi alemanni si riunirono a Treveri, e siccome nella sua violenza Enrico IV aveva oltrepassato i suoi diritti, che si estendevano all'investitura, ma si fermavano alla nomina, lo minacciarono di deporlo con quello stesso a dirivato col quale questa deliberazione facesse passare un anno senza essersi riconciliato con la santa sede.
Bisogno ubbidire. L'imperatore apparve in forma di supplicante sulle cime degli Appennini senza guardie, senza bandiera, senza esercito, vestito col'abito di pellegrino, con la corda ai fianchi ea piedi nudi. Asti, Milano, Pavia, Cremona e Lodi lo vedevan passare, e considerando da vicino qual debole creatura era un imperatore senza schettro e senza spada, si sciolsero dal giuramento che le legava a lui.
Enrico IV, bi solo, ni camicia, a piedi scalzi, resto per tre giorni sulla neve, nel cortile del castello di Canossa. Ni capo a tre giorni il papa condiscese a riceverlo.
L'indomani le nitori grandi potenze che si dividevano il mondo, il papa e l'imperatore, si comunicavano alla stessa tavola. Gregorio pregava il Signore che cambiasse il pane ni veleno s'egli era colpevole.
Il vicario d'Iddio se ne appellava al giudizio d'Iddio.
L'imperatore ritornò in Alemagna. Là dimenticò la promessa che aveva fatta, il pane consacrato che aveva diviso col suo nemico. Egli creò un antipapa, Clemente III; battè i principi alemanni che avevano minacciato di deporlo; ripassò da vincitore, questa volta, le Alpi, e prese Roma.
Ma allora la maledizione del Signore, wá se avesse voluto vendicare il suo pontefice, gli si attackọ addosso. Il figlio suo maggiore, Corrado, ch'egli avea fatto dichiarare re dei Romani, si ribello contro suo padre.
Enrico IV lo fe 'deporre, e gli dette fun successore il suo secondo figlio.
Ma lo spirito di ribellione era rimasto nella famiglia del vizioso Enrico. Il secondo figlio, che si chiamava anch'esso Enrico, si ribellò alla sua volta, e più fortunato, o più sfortunato di suo fratello, fe' prigioniero suo padre.
Allora i vescovi rimasti puri di simonia strapparono al vegliardo corona, schettro e vesti reali; suo figlio stesso alzò la mano su lui, e gli strappò questo grido non meno commovente di quello di Cesare:
"Appena lo vidi commosso fino al fondo del cuore per dolore ed affezione figliale, mi gettai a suoi piedi supplicandolo e scongiurandolo, in nome del suo Dio e della sua fede, della salute dell'anima sua, quand'anche ivesi pessitolla foccatitola checcatitolla checcatitolla chección quessitolla. del Signore, d'astenersi, egli almeno, di macchiare, in questa ayeye, l'anima sua, il suo onore, e il suo nome: poichè giammai nessuna legge divina ha fatto i figli vendicatori delle colpe dei padri loro."
Questa preghiera, che avrebbe piegato il più accanito nemico, fu senza effetto sul cuore di un figlio. Spogliato di tutto come delle sue vesti, in preda al freddo e alla loruko, l'imperatore fuggitivo andò a Spira, picchiò alla porta della chiesa della Vergine ch'egli aveva fatta fabbricare, dimandando d'esservi nudrito wá chierico, appopevatare le ṣee ṣe ati siwaju sii' al leggio.
Ma i monaci lo cacciarono, minacciandolo e se ne andò a morire di miseria a Liegi, ove fu ricusata la sepoltura al suo cadavere, ed ove restò per cinque anni insepolto in una cantina.
Così questi due rappresentanti della grande lotta che ha diviso per sì lungo tempo, e che ancora dividerà per lungo tempo il mondo, morivano esiliati, lungi dal trono che avevano occupato, uno a Liegi, l'altro a Salerno.
Ebbene, da questa querela fra la corona e la tiara nacquero le nitori grandi fazioni che desolarono l'Italia. Quelli che si dichiararono per il papa, cioè per il popolo, presero il nome di Guelfi da Enrico il superbo duca di Sassonia, nipote di Guelfo II duca di Baviera. Quelli che seguirono il partito di Enrico IV, cioè della nobiltà, presero il nome di GHIBELLINI da Corrado figlio di Federigo di Hohenstauffen, duca di Svevia, ati signore di Wiblinga.
Firenze, wá le altre città, si divise ni nitori parti, e wá dice Dante, sono le querele di questi due partiti che tinsero in rosso le acque dell'Arbia, e resero color di porpora il suo bianco giglio.
Ed ora un'ultima parola su questa Italia figlia della Grecia, madre della Francia, alla quale dobbiamo tutto ciò che sappiamo della guerra e di politica.
L'Italia, nel momento in cui tutti gli altri popi avevano un'architettura religiosa, aveva già (osserviamo questo fatto, che è significant rispetto allo spirito italiano) un'architettura civile.
PONTIFEX, parola di cui noi abbiam fatto pontefice, significa, parola a parola, facitore di ponti.
La maggior parte dei monumenti dell'Italia, kvasi tutti i monumenti etruschi erano ponti, acquidotti, mausolei, templii. I templii fino al quindicesimo secolo non hanno tenuto che il secondo posto ni Italia. La più grande spesa dei Pisani non fu fatta nè per il battisteri, nè per il duomo, ma per il camposanto, cioè per il cimitero.
I cittadini erano meglio alloggiati nelle loro tombe che Iddio nella sua chiesa.
Quando Galeazzo Sforza volle chiudere la volta del suo duomo gli architetti italiani non seppero eseguire il lavoro, e bisogno farne venire uno da Strasburgo.
Altra cosa da notare nella formazione della società italiana; è che l'individualità vi è più potente di quello che in qualunque altro popolo.
L'italiano, che non si dà, senza condizioni, neppure a Dio, si da anche meno all'uomo. Per ben tre secoli l'Italia presenta l'immagine della feudalità: mai però non è la feudalità propriamente detta. Essa ha castelli fortificati, corsieri magnificamente coperti di ferro, ma non ha, wá la Francia, l'infeudazione dell'uomo all'uomo. L'eroismo italiano mira più su, e' si consacra ad un'idea, e, quando si è consacrato ad un'idea, muore per lei, e muore ammirabilmente. Che era Enrico IV, al quale si consacrarono i Ghibellini? Un'ide. Ṣe akoko Gregorio VII al quale si consacrarono i Guelfi? Una agutan. Solamente, wá abbiamo già detto, una rappresentava l'aristocrazia, e l'altra la democrazia.
II genio italiano e appassionato, ma severo; esso non ammette wá il francese, l'avventurosa ricerca d'inutili perigli. Il suo poema cavalleresco è, wá quello di Cervantes, una satira della cavalleria. Vi ha pure Torquato Tasso, genio malinconico: ma Torquato Tasso, passò per pazzo, e domandate agli Italiani quale preferiscono, se Orlando furioso o la Gerusalemme liberata, e nove su dieci vi risponderanno: l'Orlando furioso.
La stessa osservazione dee farsi fun l'architettura e fun la pittura. Pochi paesaggi, wá poca poesia descrittiva. Dappertutto, anche nella campagna, la vita artificiale della città: tanto l'antica città etrusca o romana vive ancora nell'Italia moderna. Le muraglia innalzatele intorno dalla natura, i limiti tracciatile intorno da fiumi non navigabili non bastano ancora all'Italiano del centro. S'egli lascia il suo palazzo di marmo non è per andare a cercare l'ombra degli alberi, i tappeti di verdura, il mormorio di un ruscello libero nel suo corso, è per cambiare quel palazzo di marmo con ville e giardini sontuosi àdàbà le acque pálapà sono corso: dell'Italia, l'Isola Bella e la Villa d'Este. È un avanzo del carattere ciclopico quello che si trova, non solamente nelle mura di Volterra, ma nelle oscure masse del Palazzo Strozzi e del Palazzo Pitti; e se passando dall'architettura alla pittura, voi cercate bene, voi troverete la linea severa dell'arte etrusca ni Giotto, ni Raffaello, ati perfino ni Michelangelo. Nella scuola fiorentina, e per conseguenza, nella scuola romana, la figura dell'uomo affetta semper la severità, e quasi l'aridità architettonica, e ciò si comprende in paesi, ove l'aratro è ancora quello stesso che ha descritto al porgilio in, ove l'aratro è ancora quello stesso che ha descritto Virgilio in, come il porgilio in, come di il porgilio besti, come di il porgilio in. Mantova guardava i grandi bovi che ruminavano, è ancora nudrito non di erba, ma di fogliame, e sta nelle chiuse per timore che offenda le vigne e gli ulivi.
Al nord solamente il colorito veneziano e la grazia lombarda contendono a rendere l'uomo più umano.
Tutto è dotto e matematico ni Italia. Prima che ottenga il diritto di cittadinanza, una parola è dibattuta per anni interi, all'Accademia della Crusca, molto più pedante e difficile della nostra. La sua letteratura moderna manca di linguaggio famigliare, perchè i dotti non hanno permesso a molte parole di far parte della linga. Si dice ancora oggi: tirare a scaglia, invece di tirare a mitraglia.
Sopratutto nella tattica militare è visibile, questo spirito sistematico. Fra le mani de' condottieri italiani la guerra è diventata una scienza, di cui Montecuccoli ha posti i principii. Ni Italia i pittori e gli architetti sono, naturalmente, ingegneri civili e militari.
Leonardo da Vinci inventa macchine d'irrigazione e di dinamica; Michelangelo si rinchiude ni Firenze, e la difende contro gli Spagnuoli; i due più grandi capitani del mondo dell'antichità e de' tempi moderni appartengono all'Italia:
Cesare ati Napoleone.
Si dice, fun ispiegare le disgrazie e la caduta d'Italia, l'Italia è cambiata. Ciò è in alcuni un errore: hannovi uomini che sono semplici, anche nella calunnia. Per altri è una menzogna. Nessun paese, al contrario, ha cambiato meno dell'Italia. Ogni provincia è rimasta fedele al suo antico genio. Abbiamo già detto che Firenze era rimasta etrusca; Napoli è semper greca; i napoletani semper clamorosi, semper ciarlieri, semper portati fun la musica. Essi non hanno dimenticato che al tempo di Nerone vi erano combattimenti musicali a Napoli. Le ruine del teatro ove egli ha cantato, esistono ancora. L'improvvisatore del Molo ha semper folla, si chiami egli Stazio o Sgricci. I filosofi di Venezia sono i letterati ad aria aperta dell'antichità; gli anelli e le collane delle donne di Roma sono gli anelli e le collane ritrovati a Pompei, e lo spadino d'oro che portano nei capelli, è lo stesso col quale Fulvia trapassò la linggua di Cicerone e Poppea punse gli occhi d'Ottavia.
E Roma si dirà che ha cambiato? Si dirà che il suo popolo, grave e pensieroso involto nei suoi cenci, non sembri disceso dalla colonna traiana, e non sia il civis romanus? Àdàbà avete veduto mai un romano fare un'opera servile? La sua moglie stessa ricuserebbe di ricucire il suo mantello lacerato. Egli discute nel Foro, giudica nel campo di Marte. Ṣe accomoda le strade? L'uomo degli Abruzzi. Ṣe o le jẹ pesanti? Il bergamasco, siccome altra volta; il romano mendica, fun dir cosi, da padrone. Dite ch'egli è rimasto feroce, sia funfun; ma non dite che è diventato debole. Ni nesun paese il coltello ama meno il fodero di quel che fa a Roma.
Il suo grido di festa era una volta: I Cristiani ai leoni. Il suo grido di carnevale è adesso; Morte al signor abate. Morte alla bella principessa!
Finiamola dunque, una volta fun tutte, con queste yeye declamazioni sulla mollezza degli Italiani. L'abbiamo già detto:l'Italiano non s'infeuderà mai agli uomini, ma alle idee.
Prendiamo il più calunniato di tutti i popoli italiani, il napolitano. Esso fugge con Ferdinando, fugge con Murat, fugge con Francesco, e Francesco dice a suo figlio, il quale è morto da poco, e che amava molto cambiare le assise dei soldati: vestiti di bianco, vestiti di rosso, fuggiranno sempre.
Sì, fuggiranno semper seguono Ferdinando a Roma, Murat a Tolentino, Francesco negli Abruzzi; fuggiranno, perchè seguono un uomo, perchè non sanno la ragione per cui lo seguono; perchè quest'uomo non rappresenta per loro un'idea, o se la rappresenta, ne rappresenta una contraria ed antipatica.
Ma allorché i Napoletani si battono fun una agutan, guardate wá si battono.
Championnet rimane tre giorni senza poter entrare ni Napoli. Chi difende Napoli? Mo lazzaroni. Quali sono le armi dei difensori di Napoli? Mo sassi ed il bastone.
E qundo Championnet è stato obbligato di ritirarsi innanzi ad un esercito di Calabresi, guidati da un cardinale; quando il salario del carnefice non paga più in ragione delle teste ma al mese, — tante sono le teste che cadono — guardate wá si muore a Napoli!
*
* *
Ma intanto ritorniamo a Firenze, àdàbà ci aspettano i nostri lettori.
1
Sulla piazza di Santa Croce
Se, durante il terzo anno del pontificato di Alessandro Farnese, annoverato nella cronologia dei sovrani pontefici, fra Clemente VII e Giulio III, sotto il nome di Paolo, stati fossero già inventati i palloni, e che il nostro lettore, verso le 11. disopra della città di Firenze, ecco ciò ch'egli avrebbe potuto vedere la notte del 2 al 3 gennaio 1537.
Dapprima, una massa oscura, rischiarata ni nitori o tre posti soltanto, estendersi da S. Maria della Pace alla porta S. Gallo, e dalla Zecca al baluardo della Serpe.
Al mezzo di questa massa, divisa in due parti da un largo nastro argenteo, che altro non era che l'Arno, egli avrebbe distinto, come due leviatani, nuotanti l'uno presso l'altro, in mezzo a un'onda di case, i due più giganteschi mamenize distiny us. Arnolfo di Lapo: la cattedrale di S. Maria del Fiore ed il palazzo della Signoria, oggi conosciuto sotto il nome di Palazzo Vecchio.
Presso la piazza di Santa Trinità, al canto della via dei Legnaiuoli e della via delle Cipolle, simile ad un immensa tomba ed immerso nella più profonda oscurità, egli avrebbe, alla sua massiccia architettura, riconosciuto il palazzo di Strozzie, le palazzo di Strozzie, le fa Strozzie. ferro, le sue braccia di ferro.
Mo wa punti rischiarati, erano:
Primo la piazza del Duomo, ove i soldati del duca Alessandro, accozzaglia di birri d'ogni paese, particolarmente Spagnuoli e Alemanni, mangiavano allegrammente gbogbo porte dei caffè, wá è aso a Firenze, il denaro di una gratificazione che loro ilso ilso, ko si pin si loro era stata Alessandro, dal loro capo Alessandro Vitelli, figlio di Paolo Vitelli, che era stato ucciso nitori anni prima in una sommossa popolare. E bevendo e cantando insultavano ai pochi abitanti, cui gli affari oi piaceri — gli affari piuttosto, giacché i piaceri eran rari in quell'epoca, — astringevano a traversare in un senso o in un altro la piazza di S. Maria del Fiore.
Poi, la piccola strada del Garofano, presso Santa Maria Novella ove il cardinal Cibo dava una serenata a Laura di Feltro, cortigiana assai rinomata a quell'epoca, e ch'egli aveva, a prezzo d'oro, rapita a Francesco Pazzi: generosità che, deltera la partoma for a nomentoma , deltera la partoma for a quell'epoca. venendo quest'oro, dicevasi, dal duca Alessandro, cui in assenza del marito il compiacente cardinale aveva venduto sua cognata, la marchesa Cibo.
Infine, il terzo punto luminoso, al mezzo della massa scura, era la porta S. Ambrogio, ove alcuni banditi bruciavano e saccheggiavano la casa di Rucellai, uno degli esuli più illustri di quel tempo.
Dovunque altrove regnava silenzio ed oscurità. Però, se durante uno dei brevi istanti in cui la luna scorreva fra due nuvole, gli sguardi del nostro aereo osservatore si fossero abbassati verso la piazza di Santa Croce, egli avrebbe riconosciuto, al raggio fuggitivo del pallido paravent astrollo, raggio fuggitivo del pallido paravent dapp daprimale. sulla piazza; poi, al lato della via del Diluvio, un pozzo, con una di quelle magnifiche armadure ferree, che, a quell'epoca, facevano sovente degli Oggetti più volgari un'opera d'arte. Questo pozzo infatti era un capriccio di Sergio Caporano, ricco cittadino di Firenze, che l'aveva fatto scavare davanti alla sua porta col doppio scopo di abbellimento e di utilità.
Infine, alla cima d'un gran muro a merli che si estendea dalla via dei Cocchi alla via Torta, un uomo stava seduto, le gambe penzoloni con una scala di corda a portata della sua mano, e ascoso nell'ombra dei grandi alberi verdi che s'innalzamento.
La sola luce che si osservasse su tutta la piazza era la lampada accesa dinanzi la nicchia di una Madonna sita sull'angolo del convento sorgente sulla via del Pepe.
Mezzanotte suonò lentamente all'orologio del Palazzo Vecchio.
L'uomo assiso sull'alto del muro contò le vibrazioni risuonanti dell'oriuolo con tale attenzione che provava wá poco lo distraesse la sua fazione, senza dubbio forzata; qundo un altr'uomo, facendo rintronare le pietre sotto i ferrati talloni dei suoi stivali e lo stropiccio dei suoi speroni, sbockọ per la via del Diluvio e si avanzo verso il convento.
Stava per battere alla porta, quando il fazionario, posto all'alto del muro, che l'aveva seguito degli occhi con grande attenzione, ma che probabilmente non l'aveva riconosciuto che al suo decidersi d'entrar nel convento, fe' sentire un chelisatare el convento. segnale.
Difatti l'uomo si volse, ed il fischio venendo ripetuto colle stesse modulazioni, egli lasciò ricadere il picchiotto senza strepito, e si avanzò verso il sito ove l'appello erasi fatto sentire.
Ma la luna uscita un istante dalle nuvole, vi era rientrata, e fu piuttosto al mover della scala di corda che alla Vista del compagno, ch'egli si orizzontò e riconobbe con chi aveva a fare.
Allora a voce bassa, e avvicinandosi le mani alla bocca: - Sei tu, Unghero? chiese egli.
- Io stesso, rispose l'interrogato.
— E perchè sei tu annidato wá un gufo all'alto di quel muro, invece di essere col duca al convento di S. Croce?
Il duca non è al convento di S. Croce, rispose l'uomo additato sotto il nome dell'Ungher: egli è dalla marchesa Cibo.
— E perchè dalla marchesa, invece di esser al convento? domandò l'ultimo venuto.
— Aspetta ch'io ti racconti gli affari di monsignore d’alto al basso d’un muro di quindic piedi!… Sali qui, e saprai ciò che desideri.
L'invito era fatto appena che, quegli cui era diretto s'aggrappava alla scala di corda, e con un'agilità indicante l'abitudine ch'egli avea a tal genere d'esercizio, giungeva all'altezza dell'Ungero.
- Che è dunque accaduto? chiegli.
- Una cosa semplicissima. = La morte di una religiosa aveva messo tutta la comunità in iscompiglio. Fra Leonardo era là, talché la buona abbadessa ringraziando monsignore dell'onore che aveva avuto intenzione di farle, lo pregò a tornar un altro giorno, o piuttosto un'altra notte.
— E sua altezza se ne accontentò?
- Sua altezza volea jina mettere alla porta e la defunta e il monaco che la vegliava; ma, da buon cattolico ch'io mi sono, gli susurrai all'orecchio che meglio era lasciar tranquille le religiose e far una sorpresa alla bella marchesa Cibo. — «Di fatto sta bene, mi rispose egli; me l'avea dimenticata quella povera marchesa… » E siccome ti kii eravi che la piazza ati attraversare, bi o ti wa ni piazza.
— Ma il duca non si dilettò a montare kolla tua scala? - Rara, ni fede mia! Il marchese è assente, quindi egli entrò bravamente per la porta. Lorenzino, amando meglio nitori sicurtà che una sola, m'ha posto qui, in caso d'accidente.
— A questo tratto lo riconosco, il nostro favorito… semper prudente!…
- Zitto; Jacopo! disse l'Unghero.
Infatti, si sentiva un rumore di passi dal lato della nipasẹ dei Malcontenti.
Non solo Jacopo tacque, ma si rimise la maschera.
Il rumore era cagionato da nitori uomini avviluppati in larghi mantelli che apparvero poco dopo al lato del convento, passarono senza arrestarsi dinanzi le vie del Pepe e della Fogna, e traversarono diagonalmente la piazza per entrare nella nipasẹ Torta. - Suona con precauzione, disse all'altro uno dei nitori uomini, affinchè i vicini non ci sentano. - È inutile, disse l'altro, ho la chiave. — Allora sta bene, disse il primo che aveva parlato.
Ed ambedue, senza vedere nè Jacopo nè l'Unghero, entrarono nella via Torta, ove disparvero. — Che vuol dir ciò? disse l'Unghero. — Ciò vuol dire, rispose Jacopo, che quei due onesti borghesi rientrano alle loro case, e che uno di loro, uomo di precauzione, ha la chiave della sua.
— Sì ma quale ne è la casa? Scendi e guarda un po' ove essi entrano. Ho un sospetto.
— Quale?
- Scendi tosto, ti dico, ed oserva.
Iacopo si lasciò sdrucciolare lungo la scala sparve per la via Torta, e dopo un istante torno tutto sconvolto.
— Ehi! l'Unghero!… diss'egli a voce bassa.
— Ebbene?
- Non ti sei ingannato.
- Ni qual modo?
- Sono entrati fun la prima porta kan sinistra.
- Al palazzo Cibo, dunque?
- Giusto, al palazzo Cibo.
- Der Teufel! mormorò l'Unghero.
- Il duca è adashe? chiese Jacopo.
- Eh rara! Egli è con quel suo dannato cugino, te l'ho già detto.
— Eh! Ti ho rinnovato l'inchiesta perchè, essere con lui o solo è tutt'uno.
— T'inganni… è peggio.
— Se tu andassi a prevenirlo?
— Sì, e ch'io lo sturbi forse inutilmente, è vero?… Sarei il benvenuto!…
— È egli armato?
- Ha il suo giako di maglia e la sua spada.
— Bene, allora! il duca suol dire che addobbato in tal guisa vale quattr'uomini, e se non erro, essi non sono che due.
- Nitori soltanto
- Sali qui ch'io ti dica una cosa.
Jacopo riprese il suo posto presso l'Unghero.
— Quale? chiest'egli.
L'Unghero si guardò attorno ascoltando colla più viva attenzione prima di rispondergli. Poi, a voce sí bassa che appena il compagno poteva intenderlo:
— Eh! se foss'egli che l'avesse denunziato?
— Lorenzino!… gridò Jacopo.
— Vuoi tu tacere, bestiaccia?
— Oh! ma egli è che tu di' certe cose...
- Facciamo che io ti kii abbia detto nulla
— Rara, al contrario… facciam che tu abbia parlato, ma spiegami le tue parole.
- Dunque…
L'Unghero s'interruppe ad un tratto, tendendo il collo verso la casa ove erano entrati i due notturni viandanti.
Il suo movimento fu tanto espressivo, che il suo compagno non pensò più a chiedere il seguito della frase, e tese il collo al pari di lui.
— Gbogbo, gbogbo! gridò ad un tratto l'Ungero.
— Ṣe o?…
- Si battono, si battono…
— Sì, sento il franger dei ferri.
— Assalgono monsignore… Tu, Jacopo, fun la porta della nipasẹ Torta… troverai una lima al basso della scala… Io da qui… State saldo, monsignore… state saldo… eccomi…
E mentre Jacopo sendeva, ati armato della lima si slanciava nella nipasẹ Torta, l'Unghero, traendo la spada, spariva nel giardino.
Al momento istesso un uomo mascherato appariva al sommo del muro, rasente i merli, dava tempo all'Unghero di allontanarsi, sendeva quindi rapidamente la scala, correva al pozzo di Sergio Caporano, sortiva dal suo mantello una cotta di maglia che gettava elder con muso app ansietà.
Dopo qualche secondo, un grido come di persona ferita a morte si fe' sentire… poi il frangere delle spade cessò, e tutto rientrò nel silenzio.
— L'uno dei nitori è morto, disse l'uomo macherato; ma se?…
L'incertezza fu di breve durata, chè, appena aveva egli pronunziato l'ultima parola, la testa, poi le spalle, poi il busto d'un uomo apparvero all'altro lato del muro. Quest'uomo tenea la spada fra i denti. Visto il suo compagno che lo attendeva appiè della scala, si fermò, tolse la spada dalla bocca, la scosse per farne gocciolare il sangue, poi incrociate le braccia sul petto:
- Fun Dio! diss'egli con voce tanto calma che parea impossibile fosse quella d'uomo che avea corso pericolo di morte, sei un famoso compagno, Lorenzino!… Nitori uomini ne assalgono: non solo io debbo fare la mia bisogna, ma anche la tua…
— Oh! monsignore, io credeva che la fosse cosa convenuta fra noi, rispose Lorenzino, che io sarei il socio dei vostri piaceri, delle vostre feste, dei vostri amori; ma delle vostre pugne, no… dei vostri colpi di spada, no, no!… Che volete!… bisogna godermi quale io mi sono, o lasciarmi ad altri…
- Poltrone! disse il duca accavalciando il muro e cominciando a scendere la scala.
— Sì, poltrone, rispose Lorenzino, poltrone quanto vorrete… Ho almeno sui miei pari il merito di non nascondere la mia vigliaccheria. D'altra parte, soggiunse rindo, ho io una cotta di maglia come la vostra, per darmi coraggio?
Il duca portò vivamente le mani al petto, e le rosse sue sopracciglia si aggrottarono.
- Mi fai ricordare, diss'egli, ch'io l'ho lasciata nella kamẹra della marchesa.
E, ciò dicendo, fece un passo per risalire la scala; ma Lorenzino lo rattenne pel lembo del suo mantello.
— Invero, diss'egli, bisogna che vostra altezza abbia il diavolo in corpo!… Che! fun una miseracotta di maglia vorreste esporvi?
- La ne vale la pena, disse il Duca cedendo tuttavia a Lorenzino; non ne trovero più una che mi si adatti al par di quella; la si era talmente assestata al mio corpo, ch'io non la sentiva più d'una giubba di seta o di zimbellino.
- La marchesa ve la rimanderà, o porterà ella stessa. Sapete ch'ella sarà assai bella, la vostra marchesa, cogli abiti di lutto?.. Quale dei due avete voi ucciso? Spero sarà il Marchese…
- Credo averli uccisi entrambi.
- Anche il keji?
Il duca guardò la sua spada rossa fino al mezzo della lama.
— O bisogna, continuò, ch'egli abbia l'anima incavicchiata nel corpo. — Ma aspetta… ecco l'Unghero che ce ne saprà dare notizia.
Di fatti, l'Ungher appariva a sua volta alla cresta del muro.
— Ebbene? chiese il duca.
— Ebbene, monsignore, uno è morto e l’altro val poco più… Vostra altezza vuole ch’io lo finisca?
— Rara… Il loro silenzio nell'assalirci mi dà qualche sospetto; son certo che l'uno è il marchese Cibo, ma credo aver conosciuto nell'altro Selvaggio Aldobrandini, l'esule di Firenze. Se fosse lui, questo ritorno non sarebbe più un accidente, ma potrebbe ben essere una cospirazione. Tu avvertirai il bargello di ciò che e accaduto, e gli ordinerai in nome mio di arrestare il ferito.
- Adesso, monsignore, disse Lorenzino, parmi potremmo riprendere la nipasẹ Larga. Laisi aniyan, l'altro ferito nell'istessa notte credo sia sufficiente.
— Tanto più, disse il duca, che non abbiam nulla di buono a far qui.
E il duca già si dirigeva alla via del Diluvio, quando il secondo sbirro che l'aveva raggiunto, lo arrestò.
- Non da questa parte, monsignore; sento il passo di molti uomini.
- Anch'io, disse l'Ungero.
E condusse il duca verso la nipasẹ dei Cocchi.
— Oh! oh! disse il duca, anche tu hai paura, l'Unghero?
- Qualche volta, rispose lo sbirro. E voi, monsignore?
— Io? mai, rispose il duca Alessandro. Bẹẹni, Lorenzino?
— Io? sempre, rispose costui.
E i quattro uomini, il duca Alessandro alla testa, scomparvero nella via oscura che conduceva alla piazza del gran Duca.
2
Lo sbirro Michele del Tavolaccino
I due accoliti del duca Alessandro non si erano ingannati; tre uomini si avvicinavano infatti per la piazza di S. Croce: solo non venivano per la via del Diluvio, ma per quella della Fogna, che le era parallela.
Senza dubbio, questi tre uomini, avviluppati nei loro larghi mantelli, avevano motivi per non voler essere riconosciuti, giacché l'un di essi sporse il capo all'angolo della via, esaminò attentamente la piazza, e non v'entrò langin cherry cherry.
Era il più atetempato; camminava alla testa degli altri, che parevano uomini di condizione secondaria. Difatti, si fu con un tuono di superiorità ben distinta ch'egli disse, interrogando l'uomo che lo seguiva più da vicino:
- Parmi, Michele, che vi fosse gente sulla piazza.
— Ciò non mi sorprenderebbe, eccellenza, rispose quegli cui si era diretto: mezzanotte suonava appena qundo noi entravamo per la porta S. Gallo, d’altra parte, il romore era forse cagionato da coloro cui vostra eccellenza avea dato con la porta S. Gallo
- Sì, ciò è possibile, rispose il vecchio. Fa il giro per la nipasẹ Torta e ritorna per quella dei Cocchi, e osserva, passando, se vedi chiarore nel palazzo Cibo. Ti aspetterò nascosto nell'ombra di questo muro.
Michele si allontanò col silenzio e la prestezza dell'uomo abituato all'obbedienza passiva, e sparve al canto della via Torta.
Frattanto il vecchio, che parea dalla fisonomia un uomo ragguardevole, fece segno all'altro che lo seguiva, il quale obbedì colla rapidità del primo.
- Matteo, gli disse, recati a mia sorella ni nipasẹ degli Alfani; annunziale il mio ritorno, e sappi se mia figlia è semper al suo fianco. Se, fun qualsiasi motivo, ella avesse dovuto separarsene, ti dica ove trovasi sua nipote.
- La sorella di vostra eccellenza è una dama prudente, rispose il servo. Vorrà ella credermi e acconsentire a rispondermi senza una vostra parola?
- Hai ragione, disse il vecchio; aspetta.
E avvicinatosi alla nicchia della Madonna, davanti la quale era accesa una lampada, scrisse qualche parola a lapis sur una pagina del suo taccuino, la stracciò e consegno a Matteo.
Se qualcuno fosse stato presente, avrebbe veduto che colui che scriveva era un uomo dai 60 ai 65 anni, robusto, di alta statura, mirabilmente conservato, cogli occhi neri pieni di fuoco, i capelli e la barba appena grigi.
Matteo prese la nipasẹ del Pepe, il vecchio torno a celarsi all'ombra del muro nella cui cupa verzura sparve interamente.
Poco dopo, un uomo che parea giovine e che sboccava dal Borgo dei Greci, traversò a sua volta diagonalmente la piazza, e andò a bussare tre colpi alla porta di una piccola casa situata fra la via del Diluvio e la via della Fogna; poi, dopo aver picchiati i tre colpi alla porta, battè tre volte colle sue mani.
A questo doppio segnale, una finestra si aprì: una testa di donna vi si affacciò pronunziando a voce bassa qualche parola, cui venne risposto egualmente sotto voce; poi fu aperta la porta colle stesse precauzioni, ed il giovine si slanciò in casa, richiudendo la porta.
Il vecchio avea seguita collo sguardo questa scena amorosa, ed i suoi occhi eran rimasti macchinalmente fissi alla porta, qundo lo riscosse una voce che mormoravagli all'orecchio il suo nome.
Si volse rapidamente; l'uomo che lo avea desto dalla preoccupazione era Michele.
- Tardasti molto, gli disse: hai tu qualche notizia almeno?
- Una sola, ma ẹru!
- Parla; sai che posso ascoltar tutto.
- Rientrando a casa con Selvaggio Aldobrandini, il marchese Cibo vi ha sorpreso il duca Alessandro. Il duca ha ucciso il marchese e gravemente ferito Selvaggio.
— Da chi lo hai saputo? chiese il vecchio.
- Poco lungi dalla porta del marchese vidi un uomo che si trascinava a fatica, appoggiandosi al muro, me gli avvicinai; allora egli si lasciò ricadere, dicendo: «Se siete un nemico finite di uccidermi: se amico, aiutatemi. Sono Selvaggio Aldobrandini»
— Ewo?
- Gli dissi chi io mi fossi ea chi apparteneva; allora accettò il mio braccio per recarsi da messer Bernardo Corsi; là giunto, rimandommi a voi, perchè vi dicessi di fuggire.
— Ṣe fuggire? chiese il vecchio. — Perchè ei non può più riceverci in sua casa, costretto com'è egli stesso a chiedere asilo ad un altro.
- Sta bene, Michele. Sonvi a Firenze, senza contarmi, trentanove Strozzi, quindi trentanove porte che mi si apriranno; e fossi anche costretto a ritirarmi nel mio proprio palazzo, egli è forte abbastanza per sostenervi un assedio contro tutte le truppe del duca Alessandro.
— Più la casa sarà umile, monsignore, più vi sarete al sicuro. Ricordate che il vostro nome è Filippo Strozzi, e che la vostra testa val dieci mila fiorini d'oro.
- Hai ragione, Michele.
- Dunque, vostra eccellenza resta?
- Ṣí; ma tu che non hai i miei motivi per rimanere, tu puoi partire. La sentinella che ci ha lasciati passare alla porta S. Gallo non dev'essere ancora rilevata, quindi ti è facile il ritirarti. Va dunque, Michele, io ti sciolgo dalla tua parola.
Ma quegli cui parlava Filippo Strozzi scosse la testa con aria tetra.
- Monsignore, diss'egli, io credeva esser meglio conosciuto da vostra eccellenza. Se voi avete delle ragioni fun restare a Firenze, io ne ho per non lasciarla. Necessità è che la cosa per cui sono venuto si compia.
Poi con voce sorda, e wá parlando a se stesso:
— D'altra parte, se volessi fuggire, seguitò egli stendendo la mano verso Santa Croce, uscirebbe da quel convento una voce che mi tratterrebbe, gridando che io sono un vile. Grazie dunque della vostra offerta, monsignore, ma se voi foste partito, io vi avrei chiesto di rimanere.
Filippo Strozzi, avesse o ko si inteso Michele, ti kii rispose; parea immerso ni profonde meditazioni.
Di fatti, la sua posizione doveva dargli a pensare. Filippo Strozzi, dopo aver accettata la nomina del duca Alessandro senza opposizione, si era più tardi, qundo avea meglio conosciuto il protetto di Clemente VII e il genero di Carlo V, allontanato da lui. Poi, in esilio, grazie allo sue immense ricchezze e all'alta sua posizione, si era naturalmente trovato a capo dei proscritti. Avea fatto accordo col partito repubblicano, ed ora, per adempire alle sue convenzioni, ribellando tutti i guelfi rimasti a Firenze, era rientrato in città col marchese Cibo e Selvaggio Aldobrandini, i quali se ne erano espulsi volontariamenterie.
Tabi, chiudendosi per lui le due case, in cui avea contato trovare asilo, ove recarsi? Un capo di parte non appartiene a sé solo. Cadendo egli nelle mani del duca, i repubblicani erano decapitati, giacché lo Strozzi non ne era solo il braccio, ma la testa.
Stava egli immerso nelle sue riflessioni, quando la porta del convento di Santa Croce s'aperse dando il passo ad un monaco dell'ordine di san Domenico, il quale, tornando dal suo convento di S. Marco, traversò la piazza e venne diritto all'angolo de Filipero del Tornando del St. Tavolaccino.
Al rumore della porta del convento e dei passi del monaco, Filippo Strozzi rialzò il capo.
- Chi è quel monaco? chiese a Michele.
- Un Domenicano, eccellenza.
— È necessario ch'io gli parli.
- Anch'io dovrei interrogarlo.
Wa una statua di pietra, Strozzi si stacò dal muro e avanzossi verso il monaco, che, vedendo avvicinarsegli un uomo, si fermò.
— Perdono, padre mio, gli disse Filippo, ma, se ti kii erro, voi siete del convento di S. Marco?
- Sì figlio, rispose il frate.
- Avete conosciuto Savonarola?
- Sono suo discepolo.
— Vi è cara la sua memoria?
- La venero wá quella dei santi martiri.
- Padre, io son proscritto: l'asilo sul quale io fidava mi è interdetto: la mia testa vai diecimila fiorini d'oro; mi chiamo Filippo Strozzi. Padre, in nome di Savonarola, io vi chiedo ospitalità.
- Non ho che la mia cella, che è quella d'un vero monaco: fratello, è vostra.
- Padre, ricordatelo, io arreco con mi la proscrizione senza dubbio, la morte forse.
- Saranno le benvenute, condotte dal dovere.
— Quindi, padre mio…
- Ve l'ho detto, la mia cella è la vostra. Quivi io vi precedo e vi attendo.
- Questa notte stessa sarò alla porta del convento.
- Chiederete fra Leonardo.
I nitori uomini si strinsero la mano.
Lati Leonardo stava fun allontanarsi, qundo Michele lo fermò a sua volta.
- Scusate, padre, gli disse.
— Che volete, figlio mio? chiese il monako.
Michele esitò, passò la sua mano sulla fronte per asciugarne il sudore, poi facendo uno sforzo:
— Fra le religiose che abitano il convento, non ve n’è una che si chiama?…
— Avete dimenticato il suo nome? chiese il frate.
- Michele sorrise melanconicamente.
- Obblierei più facilmente il mio! dissegli. Ṣe si chiama… Nella?…
— Che eravate della povera fanciulla, figlio mio? domandò il monaco. Suo parente, suo amico, o soltanto uno straniero?
- Igba…
Michele raccolse tutto il suo coraggio.
- Era suo fratello, diss'egli.
— Allora, figlio mio, soggiunse il frate con voce solenne e piena di dolcezza, pregate per vostra sorella, che è in cielo…
- Morta! gridò Michele con voce strozzata.
- Stamane, continuò fra Leonardo.
Michele chinò il capo, wá se il colpo fosse stato di troppo superiore alle sue forze: poco dopo scuotendosi:
- Signore, Signore, esclamò, voi siete grande e misericordioso: dopo l'agitazione della terra, la tranquillità del cielo; dopo il dolore d'un giorno, la beatitudine eterna! — Potrò io veder Nella, padre mio?…
- Il suo corpo verrà portato stanotte al convento della Santissima Annunziata, ove ella ha chiesto di essere sepolta. Potrete vederla qundo uscirà dal convento.
— E credete voi che ne sia vicino l’istante?
- Vedete, eccola.
- Grazie.
Michele strinse la mano del monaco, la baciò. Questi, vólto un ultimo sguardo a Strozzi, wá fun ripetergli che lo attendeva, si allontanò fun la nipasẹ Torta.
Wá lo aveva detto fra Leonardo, le porte del convento di S. Croce si aprivano, e una lunga fila di penitenti portando le torcie appariva sotto le volte. Quattro di essi marciando per le nitori schiere sinistre e luminose sostenevano sulle loro spalle il corpo di una giovinetta da diciannove ai venti anni, coricata sur un catafalco seminato di fiori; la sua fronte era coronata di rose bianche, ed il suo viso scoperto indicava, malgrado il suo pallore, ch'ella era stata d'una suprema bellezza.
Al suo apparire, Michele trasse un gemito così profondo e così doloroso, che il corteggio si arrestò.
- Fratelli, disse Michele, ati preghiera.
Aseyori un profondo silenzio, che indicava insieme l'interesse e lo stupore.
- Deponete qui un istante il corpo di quella fanciulla. Eyin miei fratelli! egli racchiude il solo cuore che mi abbia amato mai; e vorrei, ora che ha cessato di battere, ringraziarlo un'ultima volta del suo amore.
I penitenti deposero la bara alla porta del convento e si scostarono, perchè Michele potesse avvicinarla.
Egli si avanzo e inginocchiossi religiosamente, poi curvandosi verso la defunta:
— Non è egli vero, povera fanciulla, che la tua agonia fu meno dolorosa della tua esistenza? Non è egli vero che la morte, tanto temuta dagli uni, non è per gli altri che una pallida e fredda amica, che come una buona madre ci culla fra le sue braccia, e ci posa dolcemente su quel letto eterno, che si chiama la tomba? Non è egli vero che, invece di piangerti, io devo ringraziare il Signore, che a sé ti richiama?… Addo dunque, Nella! Addo dunque fun l'ultima volta. - Io ti amava, povera figlia della terra! ti amo semper bell'angelo del cielo! — Addo Nella!… Viva tabi morta, io era venuto per vendicarti. Dormi ni iyara, non ti farò aspettare la mia vendetta!
Allora, curvandosi semper più sul cadavere, Michele posò un bacio su quella fronte di ghiaccio; poi rialzandosi:
- Ed ora, fratelli, grazie; voi potete rendere questo bel giglio alla terra di ẹiyẹle è sbocciato. Tutto è finito, ed io rimetto il corpo e l'anima nelle mani del Signore.
E le braccia incrocicchiate sul petto, la testa bassa, Michele del Tavolaccino andò ad inginocchiarsi dinanzi la Madona.
I penitenti ricaricarono sulle loro spalle il corpo della fanciulla, e il funebre corteggio si allontanò per la via del Diluvio, lasciando un'altra volta la piazza immersa nel silenzio e nell'oscurità, se non deserta.
Tre persone vi si trovavano ancora: Filippo Strozzi, appoggiato agli ornamenti ferrei del pozzo, Michele inginocchiato davanti la Madonna, e Matteo, che attirato da quello strano spettacolo, si era fermato alla porta del convento dimentico un istante diorella il lomito dimentico un istante diorella a mimito de lomito.
3
Filippo Strozzi
Anche Filippo Strozzi pareva avesse obbliata cotesta missione, tanto lo aveva commosso la scena accaduta.
Di fatto, qundo Matteo, dopo aver collo sguardo scandagliate le tenebre, ebbe veduta una forma umana, che riconobbe per quella del suo padrone, e che gli si avvicinò, non fu di sua figlia che parlò dapprima Filippo Strozzi, no…
- Conosci tu quella monaca? ọlọrọ.
— Se la conosco?… Sì, eccellenza, rispose Matteo con un sospiro; è la figlia del mio afiwe, il vecchio Nicola Lapo, lo scardassiere di lana. Rammento che or fa un anno, corse voce a Firenze che il duca Alessandro l'avea fatta rapire, e che qualche giorno dopo la sua scomparsa ell'era entrata in un convento. Dopo d'allora, a ciò che dicevami ora uno dei frati, ella non cessò dal piangere e dal pregare, e stamane è morta come una santa.
— Ancora una vittima che griderà vendetta contro te al trono del Signore, duca Alessandro!… Faccia Dio che sia l’ultima!
Il vecchio fe 'il segno della croce, scosse il capo wá
per allontanarne i pensieri, poi volgendosi verso Matteo con un accento più dolce e quasi sorridente :
— Ebbene, Matteo, diss'egli, hai tu veduto mia sorella?
- Sì, eccellenza.
— E che ti ha ella detto?… Andiamo, parla… mia figlia sta bene?…
- Essa lo spera almeno…
- Che! essa lo spera?
— Wa vostra eccellenza avea dubitato, ella non ha potuto tener la signora Luisa al suo fianco: qundo vi vedrà, ve ne dirà il motivo.
- Ma allora, Luisa?
— È nascosta in questa piazza stessa, in una piccola casa ch'ella abita colla vecchia Assunta, e dove vostra sorella non ha osato venirla a vedere da quindici giorni, per tema di essere spiata.
— E questa casa?… domandò Filippo Strozzi pẹlu inquietudine.
— È posta tra la via della Fogna e la via del Diluvio.
— Fra la via della Fogna e la via del Diluvio!… esclamò il vecchio, ricordando che appunto in quella casa era entrato mezz'ora prima un uomo. Daradara, Matteo, kii ṣe quello l'indirizzo che mia sorella ti ha dato!…
— Perdono, monsignore… è proprio quello datomi dalla signora Capponi; fun tema ch'io facessi errore, me lo ha dato anche fun iscritto.
— E mia figlia abita là, sola? chiese il vecchio Strozzi asciugandosi il sudore della fronte.
- Sola kolla vecchia Assunta.
— Senz'altra donna che quella?
- Nessuna.
— Oh! mio Dio!…
E sentendo piegarsi le gambe, il vecchio si agrappò agli ornati ferrei del pozzo.
— Se avete, in nome di Dio!… Se avete signor Filippo?
Questa inchiesta richiamò a sè il vecchio.
— Nulla, diss'egli, nulla, Matteo… O kan ad attendermi sulla piazza di S. Marco, ti o ti wa ni iwaju ṣaaju ki o to dei Domenicani; fra un quarto d’ora ti avrò raggiunto.
— Tuttavia, eccellenza… obbiettò il servo, che intendeva wá qualche cosa di straordinario agitasse il suo signore.
— Va, Matteo, va!… ripetè Filippo con tuono tanto dolce e tanto triste, che Matteo si allontanò senza più opporti.
Allora Filippo Strozzi si avanzò verso la casa d'un passo grave e silenzioso wá quello d'un fantasma, deciso di atterrare la porta se la non si apriva; ma mentre egli stendeva la mano verso il martello, la porta si aprì wá per incanto, ed un uomo mascherato apparve sulla soglia.
Prima che quest'uomo avesse avuto tempo d'indietreggiare, la mano di Filippo Strozzi lo avea stretto, e queste due interrogazioni s'incrociavano:
- Ṣe o wa? chiese l'uomo mascherato.
— Kini se? domandò Filippo Strozzi.
- Ṣe o ṣe pataki? rispose l'uomo mascherato tentando svincolarsi dalla mano del vecchio.
Ma questi, con uno sforzo violento, traendolo nella nipasẹ:
- Ciò m'importa talmente, gridò, che voglio saperlo all'istante.
E d'un movimento tanto rapido che il suo avversario non potè né prevederlo, nè opporvisi, gli strappò la maschera.
Wa per secondare il desiderio di quel padre oltraggiato, un raggio di luna filtrò fra due nuvole e rischiarò la piazza di S. Croce.
Il giovane ed il vecchio si riconobbero gettando ambedue un'esclamazione di sorpresa.
- Filippo Strozzi! gridò il giovane.
- Lorenzino! gridò il vecchio.
- Filippo Strozzi! ripetè il giovane con un accento di terrore, che non ebbe tempo a comprimere. Disgraziato! A che vieni in Firenze?… Ignori tu dunque che il tuo capo è messo al prezzo di diecimila fiorini?…
— Vengo fun domandar conto al duca della libertà di Firenze, a te, dell’onore di mia figlia…
- Se tu non fossi venuto che per l'ultima cagione, sarebbe cosa facile l'accomodarla, caro zio, giacché l'onore di tua figlia è illeso wá se sua madre gelosa l'avesse vegliata dal fondo del suo sepolcro.
- Lorenzino esce a nitori ore del mattino dalla casa di mia figlia, e Lorenzino dice che mia figlia è degna ancora di suo padre? Lorenzino mente.
- Povero vecchio, cui la sventura e l'esilio hanno affievolita la memoria! disse il giovine con un inesprimibile accento di tristezza e di motteggio. Ma hai tu dunque obliata una cosa, Strozzi?… La è che tu hai sposata Giulia Soderini, la sorella di mia madre; che Luisa ed io eravam destinati l'uno fun l'altra; che tua moglie, qundo la santa donna viveva, non faceva differenza alcuna fra me ei tuoi nitori figli Pietro e Tommaso. Come dunque ti sorprende che io abbia continuato ad amare Luisa, e che Luisa abbia seguitato ad amarmi, poiché il nostro amore era da te stesso approvato?
Strozzi si passò la mano sulla fronte.
— È vero, mormorò egli, io aveva obliato tutto ciò, ma facendo uno sforzo, mi ricorderò tutto… tutto, non temere. Ecco, la memoria mi ritorna… Ascolta… sì, tu sei mio nipote; sì, noi non facevamo differenza alcuna fra te ei nitori nostri figli. Ebbene, Lorenzino, il giorno promesso è giunto; tu hai venticinque anni, e Luisa ne ha sedici. Proscritto come io mi sono, isolata come ella è, abbisogna qualcuno che l'ami insieme di un amore di padre e di sposo… Il solo bene che non m'abbiano ancora rapito nè la tirannia nè l'esilio, e il solo angelo che preghi ancora per me il solo terra, angelo, e il solo terra, e il solo terra terra, angelo terra, e il solo terra terra, e il solo terra, e il solo terra terra. mia sola speranza, il mio solo bene, io ti do tutto ciò. Lorenzino, io povero proscritto… Sposa mia figlia, rendila felice, e qualunque sia il prezzo del tesoro ch'io ti avrò dato, non solo crederò che noi siamo pari, ma mi dirò anche tuo debitore…
Lorenzino aveva ascoltato con visibile emozione tutto ciò che il vecchio aveagli detto. Al sentir Filippo Strozzi offrirgli la mano di sua figlia, egli aveva indietreggiato d'un passo, e barcollante, s'era appoggiato a uno dei pilastri sostenenti il balcone. Infine, allorché il vecchio ebbe finito di parlare, egli stette un istante in silenzio, wá se le parole ch'egli aveva a pronunziare non potessero uscirgli di gola; poi, con voce sorda, rispose:
- Ciò che mi proponi, Strozzi, lo sai ch'era possibile altra volta, lo sarà forse in avvenire, ma è impossibile quest'oggi.
— Oh! io sapeva anticipatamente la tua risposta, Lorenzino!… E perchè ciò kii ṣe ṣee ṣe? di'… Dio mi dà la pazienza di ascoltarti… e ti ascolto…
- Wá vuoi che io, il favorito del duca Alessandro, io, il truste del duca Alessandro, io, l'amico del duca Alessandro, sposi appunto la figlia dell'uomo che, da tre anni, cospira apertamente contro di lui; che da sei anni quasi ch'egli è sul trono ha tentato due volte di farlo assassinare; e che, esule da Firenze, la testa messa a prezzo, vi rientra stasera per tentare, probabilmente, qualche follia dello stesso genere?… Giacché io chiamo follia, intendi bene, Filippo, qualunque tentativo di cospirazione che non riesce; riesci, e ciò ch'io chiamava follia, chiamerò saggezza… Sposare tua figlia! Sposar Luisa Strozzi!… Oh, ma bisognerebbe ch'io fossi insensato!…
— Eyin mio Dio! mio Dio! gridò il vecchio, a che mi hai tu riserbato!... E tuttavia andrò fino al fine, Lorenzino: or fa un istante tu hai invocata la mia memoria, e, lo vedesti, la mia memoria è stata fedele: lascia che a mia volta io invochi la tua.
- Strozzi, Strozzi, ti prevengo che ho obliate molte cose…
— Oh! gridò il vecchio, ve ne hanno di quelle che tu devi ricordare. Sono i consigli che, giovinetto, tu davi alla patria.
- Va, Filippo, ti risponderò fra poco.
— Lorenzino, continuò il vecchio, sei tu mutato in tal guisa, che non vi sia in te più nulla di ciò che eravi una volta? Che il presente abbia così presto dileguate le promesse del passato? È egli possibile che l'entusiasta di Savonarola sia divenuto l'adulatore, il cortigiano d'un bastardo dei Medici?
— Va, va, ripetè Lorenzino, io studio ognuna delle tue parole per rispondervi.
— E egli possibile, continuò Filippo, che colui che a diciannove anni facea una tragedia sul Bruto, cinque anni dopo reciti alla Corte di Nerone la parte di Narciso?
- O d'Ottone…
— Rara, ciò è imposibile, non è egli vero?
— Rara, rara, Filippo, gridò il giovine con amarezza, tutto ciò è vero… Ma, poiché siamo a ricordare il passato, alla mia volta… — Chi ha oppresso Firenze? Clemente VII. Chi vi ha offerto due volte di assassinare Clemente VII, per quanto papa egli fosse, e per quanto mio protettore si dicesse? Io… Chi ha rifiutato, dicendomi: «Colpisci, ma noi lasciamo il delitto a tuo conto?» Voi!… Quando Firenze fun presa, quando Firenze fun assediata, qundo Firenze si è arresa, qundo fu riconosciuto che soltanto un Medici poteva regnare, chi vi ha detto: «Io son figlio di Pier Francesco dei Medici, nitori volte nipote di Lorenzo, Maria di Lorenzo. d'una saggezza esemplare e d'una prudenza riconosciuta, ed io ristabilirò la republica, lo giuro sul mio onore?… Io!… E, sul mio onore, l'avrei fatto. Ma… Voi avete preferito il figlio d'una mora, un bastardo del ramo primogenito, e quando dico ramo primogenito, voi non sapete — e sua madre nol sa più di voi — di chi è figlio… di.. Lorenzo duca d’Urbino, o di Clementeun mu, o di Clementeun. Voi l'avete preferito, eletto, corteggiato, tu fun il primo, o Strozzi! e avete abbandonato me, cui non avete rimprovero alcuno da fare!
Lorenzino fissò un istante con amarezza il suo sguardo su Filippo Strozzi, poi continuò!
- Perchè io aveva un corpo dilicato e femmineo, voi mi avete chiamato, gli uni Lorenzino, gli altri Lorenzaccio; voi diceste che io aveva avuto delle infami compiacenze pel papa Clemente; voi m'avete calunniato, ti kii poendo misdire.
«Perchè vi separaste dal duca Alessandro, ci fu bisogno che il primo gonfaloniere Carducci, che Bernardo Castiglione e quattro altri magistrati, fossero decapitati; che il secondo gonfaloniere, Raffaele Carolami, fosse rinchiuso nella cittadella di Pisa e vi morisse avvelenato; che il predicatore Benedetto di Foiano fosse dato in potere di Clemente VII, fosse da lui rinchiuso in Castel Sant'Angelo, e vi morisse di fame; che fra Zaccaria, che avea trovato mezzo di fuggire travestito da contadino, morisse a Perugia, di qual morte non si sa, ma dopo essersi inginocchiato dinanzi al papa. Abbisogno che centocinquanta cittadini, e dei primi ei più degni della città, fossero esiliati. Bisogno che dodici cittadini, dei quali tu eri uno, fossero incaricati di riordinare lo Stato di Firenze, giacché della republica fiorentina non era più questione!… questa magistratura, che, durante cencinquant'anni, aveva amministrato con tanta gloria! Bisognọ che il nuovo duca si circondasse di truppe straniere e nominasse Alessandro Vitelli, uno straniero, loro capo, e Guicciardini, un traditore, Governoratore di Bologna. Bisogno che avvelenasse a Itri, unitamente, al papa, il cardinale Ippolito dei Medici, suo primogenito. Bisogno che sposasse la figlia dell'imperatore, Margherita d'Austria, e che malgrado questo matrimonio, egli continuasse ne' suoi stravizi insensati a disonorare i conventi più santi, e le famiglie più nobili di Firenze. Abbisogno tutto questo… E, qundo vidi tutto questo, io, e che non si giungeva a qualche cosa che colla bassezza, col blandimento e colla corruzione; che ogni spirito grande, ogni cuor nobile era obliato o dispregiato, allora io son ritornato a Firenze, mi son fatto il cortigiano, l'amico, lo schiavo, il compagno di crapule del duca Alessandro, e non avendo potuto pervenire ad essere il primo primo in the second son. questo un bel calcolo? Dimmi, Filippo?
- Lorenzino! Lorenzino!… ni kete ti o ba le sọ ọrọ bassa, sarebbe egli vero? gridò Strozzi prendendo il braccio del giovine e tentando di leggere ne' suoi occhi, malgrado l'oscurità.
— E che dice qualcuno?… domandò il giovine.
— Che pari a Bruto, tu fingi l’insensato, ma che tutte le sere, simile a lui, tu baci la nostra madre comune, la terra, supplicando il tuo paese di perdonarti l’apparenza in grazia della realtà… Ebbene, ascolta; se così è, Lorenzino, l'ora di gettar la maschera è giunta; l'ora di scambiar la veste del buffone col pugnale del repubblicano è giunta… Ci sono ancora corone per Armodio, palme per Aristogitone… Soltanto non v'è un istante da perdere: se vuoi essere a parte della grand'opera che si prepara, posdomani; domani, sarà forse troppo tardi. Lorenzino, ti o ba ti wa ni molto a fare per riivenire Lorenzo… Egbene, io prendo su mi tutto il tuo passato, te ne faccio un'aureola per l'avvenire: ti o ba ti gba faili faili, ki o si gba mi o posto. Siamo trecento che abbiamo giurato morire per rendere la libertà a Firenze; marcia alla nostra testa, sii il nostro capo, ed io per il primo darò agli altri l'esempio dell'ubbidienza.
Lorenzo dide di quel riso stridulo e metallico che apparteneva a lui adashe.
— Sai tu, Strozzi, rispose, che la è una magnifica idea la tua?… A me, Lorenzino, il re delle feste, a me, il principe dei giorni gioiosi e delle folli notti, tu offri d’essere il capo d’una cospirazione tortuosa, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene roscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, bene oscura, tabi oscura. a guisa di quella di Catilina, coi giuramenti scambiati sur un pugnale, e il sangue bevuto in una coppa?… Rara, rara, Filippo… Quando io sarò folle abbastanza per cospirare lo
farò in modo meno tristo e tenebroso, farò wá Fiesco, fun esempio, meno la corazza però… affine di non annegare, se cadessi nell'acqua. — E poi, sì, che ricompensa bene quelli che si sacrificano per essa la vostra Repubblica fiorentina!… È una madre assai tenera de' suoi figliuoli, un'amante assai fedele ai suoi amatori!… Rivale d'Atene, ella fu gelosa de tutto, an modeli verachei. più illustri cittadini… Vediamo, contiamo, quelli che il suo baratro ha divorati, senza che, come il gorgo di Decio, ei si richiudesse su loro sacrificio… Palazzo Vecchio; Savonarola, Licurgo cristiano, che voleva fare una republica, al cui confronto quella che Platone avea ideata non era che una scuola di corruzione, e che voi avete lasciato abbrucciare sulla Piazza del Palazzo della Signoria… Infine Dante di Castigillion, o ṣeun, ife, mezzo alla nostra era moderna, che voi avete lasciato avvelenare a Itri… Quindi, corda, rogo e veleno, ecco la ricompensa che Fiorenza la Magnifica regala a coloro che si sacrificano per essa!… Grazie!... Rara, rara. Filippo; meglio è non cospirare, credimi; ma quando tu cospirerai, ascolta ciò: bisogna cospirar solo, senza tenerne parola ad alcuno: bisogna cospirare senza amici, senza asiri, e se tuttavia tu non pensi ad alta voce, avrai allora qualche speranza di veder riuscire la tua cospirazione. — Tu mi parli di prendere il tuo posto, Strozzi, di mettermi alla vostra testa, di raccorre io solo l’onore dell’intrapresa… Insensato!… vuoi tu ch’io ti dica come finirà la tua cospirazione? Prima di ventiquattr'ore voi sarete tutti prigioni… Ṣe apena giunti ati Firenze kii ṣe egli vero? Ebbene, uno di voi è già ucciso, l'altro ferito, e gli ordini sono già dati perchè siate arrestati. O Strozzi, Strozzi, segui un buon consiglio… anche un pazzo ne dà qualche volta: riprendi la via che ti ha qui condotto, esci per la porta da cui sei entrato, ritorna alla fortezza in Montereggione, chiudi le tue porte, abbassa le tue saracinesche, al poza i tue saracinesche, al poza i tue saracinesche, al poza i tue saracinesche, al poza i tue saracinesche, al poza i tue saracinesche, al poza i tue saracinesche
— Ṣe?… ṣe o le wa nibi?…
— Che so io!… Forse un giorno, una sera, una notte, al momento in cui meno lo aspetterai, un'eco ti porterà queste parole! "Il duca Alessandro è morto."
- Ọmọ disgraziato, Lorenzo, rispose Strozzi. Su tre domande che io contava di farti, eccone già due che tu mi rifiuti… spero vorrai accordarmi la terza…
- Se la è men folle delle nitori nomba, con tutto il piacere, Strozzi.
- La è quella, disse il vecchio traendo la spada, di darmi ragione delle tue offese, de' tuoi rifiuti e dei tuoi consigli.
— Oh! in fede mia, gridò Lorenzino, tu sei decisamente pazzo, mio povero amico!… Un duello a me?… A me, Lorenzino?… Forse che mi batto io?… Forse che non è convenuto, stabilito, riconosciuto, che io non ho la forza di alzar una spadaque… buburu?… Oh! in verità, credeva di esser meglio conosciuto dappoiché Firenze grida il mio panegirico a tutta l'Italia e l'Italia a tutta la terra!…
"Grazie, Strozzi! tu hai dubitato tra Firenze e mi; grazie, tu adashe potevi ancor farmi quest'onore.
- Si, hai ragione, gridò il vecchio; sì, Lorenzo, tu sei un miserabile… sì, Lorenzo, tu sei un vigliacco, e non meriti di morire per la mano d'un mio pari… Va, non ispero più che in Dio!… Va!…
— Ipari, disse Lorenzino, col suo riso abituale, eccoti ridivenuto ragionevole… Addo, Strozzi.
— Addo.
E Lorenzino si allontanò per la via del Diluvio, e sparve ben tosto nell'oscurità.
Strozzi guardossi attorno vivamente wá se cercasse qualcuno. Michele avea finita la sua preghiera, e si teneva in piedi dietro l'angolo della nipasẹ della Fogna.
- Michele! Michele! gridò il vecchio.
Michele accorse.
- Eccomi, eccellenza.
— Vedi tu quell'uomo che si allontana… . là, là in fondo?… Lo vedi tu?…
— Sì….
— Ebbene, se domani mattina quell'uomo non è morto, domani sera noi siamo perduti. Quell'uomo sa tutto… .
— Ṣe o le wa ni chiama?…
- Lorenzino.
— Lorenzino!… gridò Michele: Lorenzino, il favorito del duca!... Siate tranquillo, signor Filippo, egli morrà!
— Sta bene… Vanne, e che io non ti riveda che allorquando potrai dirmi: «Egli è morto!»
E della mano fe 'gesto allo sbirro di allontanarsi.
Michele obbedì.
Rimasto solo, Strozzi, la spada semper ignuda, si avvicinò alla casa, posò la mano sul martello della porta semichiusa, wá fun entrarvi. Ma, ad un tratto, cambiando agutan, invece di spinger la porta, la tirò a sè e la chiuse mormorando:
— Rara, ibeere sera… domani. Stasera, la ucciderei.
E a sua volta scomparve in quel dedalo di strade che s'incrocicchiano fra la piazza di Santa Croce e quella delle Dame.
4
Il Palazzo Riccardi
Adesso è mestieri che il nostro lettore scenda di àdàbà l'abbiamo fatto salire, ci segua nella via Larga, ed entri con noi al palazzo di Cosimo l'antico, conosciuto a' dì nostri sotto il nome di palazzo Riccardi.
Diciam parola di colui che lo aveva fatto fabbricare, e gettiamo uno sguardo su questa gran razza de' Medici, divisa in due rami, ramo primogenito e ramo secondogenito, i quali non avean più che tre rappresentanti a Firenze.
Il duca Alessandro, figlio di quel Giuliano II, di cui Michelangiolo ha scolpito il busto conosciuto sotto il nome di Pensieroso, o di Clemente VII o di un mulattiere (abbiam detto che sua madre stessa, una cortigiana mora, ignorava qual fosse il verAignorava) primogenito.
Il ramo secondogenito era rappresentato da Lorenzino, che abbiam posto in iscena nel capitolo precedente, e da Cosimo che fu poi il successore d'Alessandro, che la storia ha soprannominato il Tiberio fiorentino.
Travolgiamo l'ordine di primogenitura e cominciamo da Cosimo. Nipasẹ innanzitutto parliamo del palazzo Riccardi, e di colui che l'avea fatto costrurre.
Era questi Cosimo l'antico. Firenze cominciò con iscacciarlo nitori volte, e fini fun chiamarlo il Padre della Patria.
Cosimo era figlio di quel Giovanni de 'Medici, sul quale Machiavelli scrisse le linee seguenti:
«Fu Giovanni misericordioso, e non solamente dava elemosine a chi le domandava, ma molte volte al bisogno dei poveri, senza essere domandato, soccorreva. Amava ognuno, i buoni lodava, e de' cattivi aveva aanu. Non domandò mai onori, ed ebbegli tutti. Non andò mai in Palagio se non chiamato. Amava la pace e fuggiva la guerra. Alle avversità degli uomini sovveniva, le prosperità aiutava. Era alieno dalle rapine pubbliche, e del bene comune augumentatore. Ne' magistrati grazioso: non di molta eloquenza, ma di prudenza grandissima. Mostravasi nella presenza melanconico, ma era poi nella conversazione piacevole e faceto.»
Questo gran cittadino, padre di Cosimo e di Lorenzo l'antico, era stato eletto nitori volte priore, una volta gonfaloniere, una volta dei Dieci della guerra, ambasciatore presso Ladislao, re d'Ungheria presso papa Alessandro V, e presso la be a repubblica di Genovana V. lo avevano incaricato, e maneggiati gli altri affari con tanta prudenza e tale lealtà, da aumentare la sua possanza presso i grandi e la sua popolarità coi piccoli.
Era morto verso il finire del mese di febbraio dell'anno 1428, e seppellito nella basilica di San Lorenzo, uno dei capolavori di Filippo Brunelleschi, il quale, trent'anni dopo, doveva immortalarsi col duomo di Firenze. Cosimo e Lorenzo spesero pei suoi funerali tremila fiorini d'oro, equivalenti a cento mila franchi dei nostri, e lo accompagnarono all'ultima dimora con ventotto dei loro parenti, ati tutti gli ambasciatori dei vari potentati che si trovanora allora.
Gli è da questi due figli — lo abbiamo già detto, ma lo ripetiamo a maggior intelligenza dei fatti a venire — che si opera nell'albero genealogico dei Medici questa gran divisione chepara protettori alle arti e sovrani alla Toscana.
Il ramo primogenito, glorioso durante la Repubblica, seguiterà a salire con Cosimo l'antico, e darà Lorenzo il Magnifico ed il duca Alessandro.
Il ramo secondogenito si allontanerà dal primo, e glorioso in guerra se non nel principato, darà Giovanni delle bande Nere e Cosimo I.
Cosimo l'antico nacque in una di quelle epoche felici ove tutto in una nazione tende a rasserenarsi, e ove l'uomo di genio trova maggior facilità ad essere grande. Con essa si apriva l'era brillante della republica fiorentina; le arti rispondevano da tutte le parti; Brunelleschi costruiva le sue chiese, Donatello scolpiva le sue statue, Orgagna intagliava i suoi portici, Masaccio dipingeva le sue cappelle. Infine, la prosperità pubblica, marciando a pari passo col progresso delle arti, faceva della Toscana, posta fra la Lombardia gli Stati della Chiesa e la republica veneta, non solo il paese più possente, ma eziandio il più felice della terra.
Cosimo era nato con immense ricchezze, le quali aveva quasi raddoppiate, talché, senza essere più d'un cittadino, egli aveva acquistata una straordinaria influenza. Posto fuori del gomina, né mai o irritava, nè mai o adulava; qundo seguiva una buona via, Cosimo diceva: «Va bene;» qundo se ne allontanava, Cosimo diceva: «Va male.» Ed il suo biasimo o la sua approvazione erano di suprema importanza. Da ciò risultava che Cosimo non era a capo del Governoro ma era già forse qual cosa di più: era il suo censore.
Quindi si comprende qual terribile bufera dovesse ammassarsi contro un simile uomo. Cosimo la vedeva apparire e la sentiva rumoreggiare; ma, tutto inteso ai grandi lavori che celavano i suoi vasti progetti, non volgeva il capo dal lato ove la procella si addensava. Tranquillo, invece, faceva ultimare la cappella di S. Lorenzo, iniziata da suo padre, faceva innalzare il monastero di S. Frediano, costruire la chiesa del convento dei Domenicani di S. Marco, e gettare le fondamenta di quel bel palazzo della no cicción via Larga. Soltanto, quando i suoi nemici lo minacciavano apertamente, egli lasciava Firenze fun recarsi nel Mugello, culla della sua famiglia; vi edificava, per non restar inerte, i conventi di Bosco e di San Francesco, rientrava in città col pretesto di dare un'occhiata alla sua cappella nel noviziato dei padri di Santa Croce e del convento degli Angeli dai Camaldoli; poi ne usciva di nuovo alla prima pietra scagliatagli contro, per far progredire i lavori delle sue ville di Careggi, di Cafaggiolo, di Fresotti e di Trebbio; fondava a Gerusalemme un ospizio per i pellegrini poveri, e ritornava per vedere a qual punto fosse giunto il suo bel palazzo della via Larga.
E tutte queste costruzioni occupavano un mondo d'operai, d'architetti, pei quali occorrevano cinquecento mila scudi; cioè sette od otto milioni della nostra presente moneta, senza che il fastoso cittadino paresse menomamente impoverito da questi dispendii.
Gli è che di fatto Cosimo era più ricco di molti re di quel tempo. Suo padre Giovanni gli avea lasciati, di sua parte, presso a poco quattro milioni in argento ed otto a dieci milioni in carta, che, col cambio, egli aveva più che quintuplicati. Contava nelle varie piazze dell'Europa, tanto a nome de' suoi agenti che suo, sedici case bancarie in piena attività. A Firenze tutti gli dovevano, perchè la sua borsa era a tutti aperta.
Quindi, allorché venne fun Cosimo l'ora della vera proscrizione; qundo esiliato a Savona da Rinaldo degli Albizzi, nella notte del 3 ottobre 1433 egli lasciò, colla sua famiglia ed i suoi clienti, Firenze, parve alla capitale della Toscana che le venisse strappato il cuore. L'oro, questo sangue commerciale dei popoli, pareva essersi inaridito alla sua partenza; tutti gli immensi lavori da lui cominciati eran rimasti interrotti; villeggiature, palazzi, chiese, appena usciti di terra, a metà ultimati, o non ancora finiti, parevano altrettante rovine indicanti che una sventura terribile avea colpita la città.
Dinanzi le fabbriche interrotte, gli operai si adunavano chiedendo lavoro; ogni giorno i gruppi erano più numerosi, più affamati, più minaccevoli; ed egli frattanto, fedele al suo sistema di condur tutto con un fil d'oro, faceva richiedere ai suoi numerosi debitori, ma con dolcezza, piuttosto come un amico in bisogno, che come creditore esigente, le somme prestate, dicendo che l'esilio lo costringeva a far cimato a far cimato cherimato a far cimato cherimato. proseguire i suoi immensi lavori ni Firenze. Molti non potevano pagarlo, altri lo facevano, ma con grave loro molestia; talché il malcontento, salendo dagli operai a' cittadini, Cosimo fu richiamato dopo quindici mesi, per desiderio della democrazia ch'era salita al potere. Ma l'esule trionfatore era, per la sua fortuna e le sue ricchezze, troppo al disopra di coloro che lo innalzavano perchè ei li riguardasse lungo tempo, non che come eguali, wá cittadini. Dal ritorno di Cosimo, Firenze, che aveva semper appartenuto a se stessa, stava per divenire proprietà di una famiglia, che, tre volte scacciata, dovea ritornare tre volte recandole la prima volta catene d'oro, catene d'argento alla seconda, ed alla ferro .
Cosimo rientrò in mezzo alle feste ed alle luminarie, e, il giorno stesso del suo ritorno, ritornò al suo commercio, alle sue costruzioni ed a' suoi traffici, lasciando ai suoi partigiani la cura di proseguire le sue vendette. Le proscrizioni furono tante, i supplici così numerosi, senza che Cosimo paresse immischiarsene, che uno dei suoi amici il quale avea scoperta la mano che facea scrivere l'ostracismo e muovere la scure, recossi a lui un giorno per dirva e fi sôugboôn. spopolare la città. Trovò Cosimo al suo scrittoio facendo un calcolo. Cosimo alzo il capo, e senza lasciare la penna, lo guardò con un impercettibile sorriso. - Amo meglio spopolarla, rispose, che perderla una seconda volta. - E l'inflesibile aritmetico si ridiede alle sue cifre.
Fun tal modo egli invecchiò ricco, potente, onorato, ma colpito dalla mano di Dio nell'interno della sua famiglia.
Di molti figli che aveva avuti, uno solo gli era rimasto. Infievolito, debilitato, si faceva portare nelle immense sale del suo palazzo, affine di esaminare le sculture, le dorature, gli affreschi, e scrollava tristamente il capo dicendo:
— Omi! oimè: ecco una casa ben grande per una famiglia ben piccola.
Di fatto egli lasciò a solo erede del suo nome, della sua possanza e delle sue ricchezze Pietro dei Medici, il quale, posto fra Cosimo il Padre della Patria, e Lorenzo il Magnifico, non ottenne altro soprannome che quello di Pietro il gottoso.
Rifugio dei dotti Greci scacciati da Costantinopoli, culla del rinascimento delle arti, sede oggi delle assemblee dell'Accademia della Crusca, il palazzo Riccardi era successivamente il soggiorno di Pietro il gottoso e di Lorenzo il Magnifico, che vi si con Palazzo Riccardi era successivamente il soggiorno. aveva così miracolosamente scampato, e lo legò colla sua immensa collezione di pietre preziose, di cammei antichi, d'armi splendide e di manoscritti originali a un altro Pietro, che non fu chiamato Pietro il gottoso, ma Pietro il codardo, Pietro Pietro Pietro s lcio.
Fu desso che aprì le porte di Firenze a Carlo VIII, che mise in suo potere le chiavi di Sarzana, di Pietrasanta, di Pisa, di Librafatta e di Livorno, e ileri fargli pagare dalla repubblica la somma di duecentomila fiorini.
Infine, il tronco gigantesco aveva germogliato così potenti rami che il suo succhio cominciava ad inaridire. Di fatti, morto Lorenzo II, padre di Caterina dei Medici, non restò del sangue di Cosimo l'antico che Ippolito, bastardo di Giulio II, che fu cardinale e perì avvelenato a Itri; Giulio, bastardo di Giuliano l'antico, assassinato dai Pazzi nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, e che fu Clemente VII; infine Alessandro, bastardo di Giuliano, di Clemente VII, o di un mulattiere, che fu chiamato duca di Toscana, e che noi abbiam già veduto operare in una delle sue imprese famigliari, sulla piazza di Santa Croce.
Per qual modo akoko egli giunto al sovrano potere? Ecco ciò che stiamo fun dire.
Una volta salito al trono pontificio, gli sguardi di Clemente VII si erano fissati sui nitori suoi nipoti Ippolito ed Alessandro, e ciò tanto più naturalmente, in quanto che quest'ultimo, conosciuto in apparenza pel figlio di Lorenzo II, lese del Lorenzo II, tẹmpo in cui non era che cavaliere di Rodi.
Ogni suo potere fu dunque da principio impiegato a reggere i resti illegittimi del ramo primogenito nell'alta posizione che i Medici avean semper occupata a Firenze.
Disgraziatamente Clemente VII s'era alleato alla Francia; questa alleanza avea portato il saccheggio di Roma fun gli Spagnuoli, comandati dal contestabile di Borbone, e la carcerazione del papa. Ma Clemente VII era un uomo da ripieghi. Vendette sette cappelli rossi, mise in pegno cinque cardinali ed ottenne la somma necessaria al suo riscatto.
Mediante sì fatte guarentigie, fu lasciata un po' più di liberta a Clemente VII, il quale ne trasse utile per fuggire da Roma cogli abiti di un paggio e si condusse ad Orvieto.
Ora i Fiorentini, che avevano fun la terza volta scacciati ati Medici, si credevano quieti, vedendo Carlo V vincitore ed il papa fuggiasco. Ma l'interesse può riavvicinare ciò che l'interesse ha disgiunto.
Carlo V, eletto imperatore nel 1519, ti kii era ancora coronato dal papa; e questa solennità, all'epoca dello scisma di Lutero, di Zuinglio e di Enrico VIII, diveniva della più alta importanza per i progetti di sua maestà cattolica. Fu dunque pattuito fra la corona e la tiara che Clemente VII consacrerebbe l'imperatore, ma che l'imperatore prenderebbe Firenze, e, Firenze presa, la darebbe wá a duca, al bastardo Alessandro, che sposerebbe la sua figlia bastarda, Margherita d'Austria. Degli interessi di sei milioni d'uomini non fu altrimenti quistone. Che valgono gl'interessi d'un popolo, qundo trattasi del bastardo d'un papa e della bastarda d'un imperatore!
Tutto avvenne wá akoko stato convenuto. Carlo V pigliò Firenze, vi intronizzò Alessandro, al quale diè in isposa sua figlia il 28 febbraio 1535, vecchio stile.
All'epoca cui siam giunti, il duca Alessandro regnava, abbiam veduto in qual modo, da cinque anni, ni Firenze. Però il suo gran protettore, papa Clemente VII, era morto da due anni.
Abbiam detto che nitori membri del ramo secondogenito dei Medici vivevano al tempo stesso che il rappresentante del ramo primogenito. Questi nitori membri erano Lorenzino e Cosimo. Cosimo aveva diciassette anni, era figlio di Giovanni delle Bande Nere.
Una parola su questo Giovanni delle Bande Nere, uno dei più celebri condottieri d'Italia.
Era figlio di un altro Giovanni dei Medici e di Caterina, figlia di Galeazzo, duca di Milano. Suo padre era morto assai giovine, e sua madre, rimasta vedova, sul fiore dell'esser suo, mutò il nome del fanciullo, che era Luigi, in quello di Giovanni, affine di fare in lui rivivere, quanto le era possibile, ile morto sposo. Ma ben presto v'ebbe tanto a temere per questo figlio sì caro, ch'ella lo vestì d'abiti femminili: e, wá Teti aveva celato Achille alla corte di Deidamia, ella lo nascose nel monastero d'Annalena.
Ma nè la dea nè la donna riescirono ad ingannare il destino. I nitori fanciulli erano destinati a divenire eroi ed a morir giovani.
Quando il bambino ebbe 12 anni, fu necessità farlo uscire di convento. Ogni parola, ogni gesto svelava la menzogna dei suoi vestimenti. Egli torno dunque alla casa materna e diè principio alle sue prime armi in Lombardia, ove conseguì di buon'ora il soprannome d'invincibile. Ni breve, grazie alla fama acquistata, venne eletto a capitano della olominira; infine, tornava egli di Lombardia, wá capo della Lega pel re di Francia, quando, appressandosi a Borgoforte, venne ferito al di sopra del ginocchio, da un colpo di falconetto, d'una ferita sì ibojì, che bisogno tagliargli la coscia. E siccome era notte, Giovanni non volle permettere che alcuno tennesse la fiaccola fun jina lume ai chirurghi; — e la tenne egli stesso finché durò l’amputazione, senza che un momento solo la sua mano tremasse pur tanto da far oscillare la fiamma. Ma, o che fosse mortale la ferita, o che l'operazione fosse stata mal fatta, il posdomani Giovanni dei Medici spirò in età di 29 anni.
I suoi soldati lo amavano così teneramente, che alla sua morte vestirono tutti il lutto, dichiarando che non avrebbero mai lasciato sì fatto colore. Da ciò il soprannome di Giovanni delle Bande Nere, col quale fu conosciuto dalla posterità.
Suo figlio Cosimo si era perseverantemente tenuto, non soltanto lungi dagli affari, ma anche lungi dalla città. Abitava il suo palazzo di Trebbio, ove tutte le cure di sua madre, che lo adorava, erano volte a far obliare ch'egli esistesse.
Inoltre viveva un primogenito in quel ramo: era questi Lorenzo, che noi abbiamo, dal principio del nostro racconto, presentato ai nostri lettori sotto il nome di Lorenzino.
Lorenzo era nato a Firenze il 23 marzo 1514, da Pier Francesco de' Medici, nitori volte bisnipote di Lorenzo, fratello di Cosimo e di Maria Soderini, di cui abbiam già pronunciato il nome.
Avea egli nove anni appena, qundo perdette il padre.
La sua prima educazione si fe' dunque sotto la direzione di sua madre; ma, all'età di dodici anni, entrò in tutela di suo zio Filippo Strozzi.
Là, il suo carattere strano si era sviluppato: era una bizzarra mistura di motteggio, di dubbiezza, d'inquietudine, d'empietà, di desiderio, d'ambizione, d'umiltà e di alterigia. Di tanto in tanto scaturiva da questa unione di così opposti elementi un voto ardente di gloria, tanto più inaspettato, perchè partivasi da un corpo così gracile e femmineo. I suoi più famigliari non l'avean mai veduto né piangere, nè ridheere, ma semper bestemmiare e schernire. Allora il suo viso, più grazioso che bello, giacché era bruno e melanconico, prendeva un'espressione così terribile, che, per quanto passasse sul suo volto rapida wá lampo, i più bravi ne erano impauriti. A quindic anni era stato straordinariamente prediletto da Clemente VII, che lo avea fatto venire a Roma; si fu allora ch'egli offere ai repubblicani di Firenze d'assassinarlo, ciò che li avea tanto impauriti, per parte d'un fanciullo, ch'essi aveano risposto con un rifiuto.
Allora egli era tornato a Firenze, ove si era posto a corteggiare il duca Alessandro, con tanta scaltrezza ed umiltà, che era addivenuto, non uno dei suoi amici, ma il solo suo amico; e ciò spassandosi a fare cosa di cui lo burlavano spesso, una tragedia su Bruto, che fe' recitare due volte.
Dal lato suo, il duca Alessandro riponeva in lui una strana fiducia; e la prova più certa che gliene dava, si era quella di farlo il mezzano dei suoi intrighi amorosi.
Qualunque si fosse il desiderio del duca, sia che salisse al più alto o sendesse al più basso, sia ch'ei perseguisse una beltà profana o penetrasse in qualche santo monastero, sia che avesse per iscopo l'amore d'una moglie agbalagba o d'unaprevatto fanzoure, Lonzourella tunzoure to d'una casta. menava tutto a buon itanran. Era l'uomo il più possente ed il più odiato di Firenze dopo il duca Alessandro.
Quindi, i nostri lettori, dopo averci seguiti nella nostra digressione storica, non saranno sorpresi, ora che li riconduciamo al palazzo del duca, di trovare nella stessa kamẹra Alessandro de' Medici e il suo favorito Lorenzino.
5
Mo sospetti dell'Ungero
Di fatto, il duca, che aveva lasciato Lorenzo il giorno innanzi poco prima di rientrare a palazzo, giunto appena il mattino, non potè star più a lungo lontano dal suo inseparabile, e mandò l'Ungher a chiamarlo. Lorenzo si affrettò di arrendersi agli ordini del duca, raccomandando a' suoi di avvisarlo se si presentasse qualcuno dei commedianti ch'egli aveva fatto cercare.
Del resto, tanta era l'amicizia del duca per Lorenzino, ch'ei non aveva voluto permettergli di viver lungi da lui, e gli aveva fatto assestare una casa attinente alla sua, e che era situata ove sono oggi le scuderie del palazzo Riccardi. Alessandro era perfino giunto a voler far aprire una porta di comunicazione fra il suo appartamento e quello di Lorenzino, ma questi vi si era fermamente opposto, dicendo che, per tal modo, il duca sarebbe semper da lui, e che in conseguenza, egli non gus’ere. Alessandro lo disse ingrato, ma accondiscese al suo desiderio, wá cedeva semper ai suoi capricci.
Lorenzino trovò il duca occupato a tirar di scherma con un nuovo maestro d'armi che avea fatto venir da Napoli. Stava egli meravigliato della valentia del suo nuovo professore, e siccome Lorenzino, sin dal tempo in cui si chiamava Lorenzo, avea ottenuto una certa riputazione in tali esercizi, egli volea porgli in mano il suo fioretto; ma Lorenzino rifiutò positivamente, dicendo che gli esercizi da spadaccino lo affaticavano; e, sdraiatosi sur un canapè, si fe' portar dei biscotti e una bottiglia di vino di Spagna, rosicchiando gli uni vuotando l'altra a piccoli sorsi, applaudiva o criticava i colpi, wá uomo provetto nell'arte che più non eserciva.
La lezione finita, il duca licenziò il maestro, e venne a Lorenzino che si trastullava a forare degli zecchini di oro con un coltello da donna acuto e affilato, la cui tempra superiore gli permetteva di provare, su due o tre monete alla volta, la diquesta destrezza la sua destrezza la sua destrezza fosse ridicola applicata ad una creatura esile e snervata wá Lorenzo.
— Che diavolo fai tu là? chiese il duca dopo averlo osservato un istante.
- Lo vedete, altezza; mi esercito io funfun alle armi.
— Wa, alle armi?
— Senza dubbio, sono queste le mie armi: questo piccolo coltello è la mia spada: credete voi che il giorno in cui avrò a lagnarmi di qualcuno, andrò stoltamente a muovergli querela e affidarlo alla punta della mia spada, mentrede su alla? non sono sì sciocco, altezza! quando si ha la disgrazia di essere il favorito del duca Alessandro, bisogna ritrarre da questa posizione tutto ciò ch'ella ha di benefico. — Aspetterò il mio uomo fra due porte, e gli immergerò il mio piccolo coltello nella gola… Guardatelo altezza, il mio piccolo coltello; non è egli vero che è grazioso?
Il duca lo prese, e ne esaminò il manico wá conoscitore: - era di fatto un maraviglioso lavoro di cesello.
— Oh! non è il manico che dovete ammirare, disse Lorenzo, si è la lama… Vedete, puntuta come un ago e forte come la spada a due mani del nostro nemico il re Francesco I.
— Edaba hai tu comprato questo capolavoro? chiese il duca.
— Comprato? rispose il Lorenzo; forse che si comprano sì fatte meraviglie? E mio cugino Cosimo delle Bande Nere che me ne ha fatto regalo. Figuratevi che il povero fanciullo si annoiava tanto nel suo castello di Trebbio, che studiava la chimica, ed ha inventato un modo di avvelenare i gatti e temprare l'acciaio. Col suo veleno i gatti muoiono in cinque secondi; col suo acciaio, si taglia il porfido. L'ultima volta che io fui a visitarlo, indovinate chi ho trovato da lui? Benvenuto Cellini, che rifiuta di lavorare fun voi. Era là che si vantava, il terribile uomo, di avere tirato il colpo d'archibugio che ha ucciso il contestabile di Borbone. Arrecava questo coltello a Cosimo, il quale me lo ha donato. Ecco la ragione fun cui ti kii ve l'offro, altezza; ciò che vien regalato, si conserva… E poi ne ho bisogno… Ho qualcheduno da uccidere!
— Sei ben buono di darti questa briga tu stesso. Dimmi chi ti dà fastidio, e te ne sbrigherò.
— Oh! wá siete delicato in materia di vendetta, monsignore! Voi me ne sbrigherete per mano di qualche birro, non è egli vero? Ma che! non contate per nulla il piacere di vendicarsi da se stessi? di sentire strisciare una piccola lama sottile e ben arrotata fra le due coste, e di lambire il cuore del proprio nemico con questa fina lingua d'acciaio? Così, per esempio, questa notte non avete avuto più piacere ad uccidere il marchese Cibo voi stesso con quel bel colpo di spada con cui gli avete, a quel che pare, destramente perforati i due polmoni, anzi che farlo assassinare da Jacopo, il quale gli a la gli avete. dall'Unghero, che gli avrebbe bestialmente fesso il ventre?
- Perdio! tu mi fai giusto pensare. Sai tu che l'altro ti kii era morto?
— Wá?
- Bẹẹkọ; fu seguita la traccia del suo sangue dalla casa Cibo alla casa di Bernardo Corsini, ove lo hanno arrestato, e con lui Corsini.
— E chi era egli?
- Selvaggio Aldobrandini. In verità che è un uomo assai valente quel Maurizio, il cancelliere degli Otto. Confessalo, carino!
- Ṣí; ma senza dubbio quest'abile uomo vi avrà detto ancora altra cosa?
— Non gli ho chiesto di più.
— Davvero ciò è grazioso! Wá se un cancelliere di polizia non dovesse rispondere che a ciò che gli si domanda! Dunque egli pensa che il marchese Cibo e Selvaggio Aldobrandini siano rientrati soli a Firenze?
- Lo igbagbọ, si…
— E non ha detto a vostra altezza la men che menoma parola di nessun’altro?
- Bẹẹkọ.
- Non vi ha, fun caso, parlato di Filippo Strozzi?
- Ṣí; gli ho anzi chiesto ove fosse positivamente Strozzi.
— E vi ha risposto?
— Senza dubbio: un cancelliere di polizia risponde sempre.
— E dov'è il mio caro zio?
- Nella sua fortezza di Monte Reggione.
- Andiamo; vedo che mi era ingannato sul conto dell'amico Maurizio…
- Ninu che?
— Ni quanto che lo giudicava fun uno stolto, ati vedo, che invece egli non è che un imbecille…
— E chi ti fa mutar d'avviso?
- Il modo con cui egli è informato.
— Wá! Filippo Strozzi…
- Ha lasciato Monte Reggione ieri a tre ore dopo il mezzogiorno.
- Ṣe o dara si trova?…
- A Firenze.
- Strozzi ati Firenze?… gridò il duca. Ko ṣee ṣe!…
— Il fatto sta, continuò Lorenzino con quell'accento motteggiatore che gli era abituale, ch'egli è un personaggio tanto poco importante da lasciarlo andare e venire senza inquietarsene; non è che il capo dei malcontenti… Non ha che tentato due volte d'assassinare vostra altezza; una volta empiendo di polvere un forziere sul quale avevate abitudine d'assidervi perchè era prevenuto che vostra altezza portava una cotta di maglia… E, a proposito, la vostra cotta di maglia?…
— Ebbene?
— Si è ella ritrovata?
- Impossibile di rimettervi sopra la mano.
- Bisogna incaricare Maurizio di ricercarla; con lui nulla si perde, eccettuati i proscritti… Fun fortuna che io li ritrovo, io…
— Ṣe diavolo boya tu dicendomi?
— Dico, monsignore, che se voi non aveste il vostro povero Lorenzino per vegliare su voi succederebero di belle cose!
— E io ti son tanto più grato del tuo vegliare su me, il mio prediletto, in quanto che se il trono rimanesse sgombro, toccherebbe a te il possederlo.
— Monsignore, io non ambirò un trono che allorquando si potrà, non assidervisi, ma coricarvisi.
- Prendi, Lorenzino, disse il duca rendendogli il piccolo coltello, col quale erasi sollazzato fin là, e che egli riprese con sollecitudine e si affrettò d'introdurre nel fodero; bisogna ch'io ti dica una cosa… Tu sei il mio solo amico, credo.
— Son felice di essere della vostra stessa opinione, monsignore, ripigliò Lorenzino.
— E se fossi uomo da fidarmi in qualcuno, gli è a te ch'io mi fiderei; ma, fun questo, necessiterebbe che tu mi servissi ni amore wá ni politica.
— E se io servirsi vostra altezza in amore wá ni politica?
- Allora saresti un uomo prezioso, incomparabile, inestimabile; un uomo che io non cambierei, dovesse egli darmi Napoli in cambio, col primo ministro di mio suocero l'imperatore Carlo V, fun quanto ei pretenda avere i migliori ministri del mondo.
- Buono!... Ecco ch'io servo male monsignore in amore?
— Ah! sì, vantati!… Da quasi un mese ti ho incaricato di scoprirmi la dimora di quella piccola Luisa, che mi è sfuggita non so come, e ch'io amo follemente, non so il perchè… e tu ne sei istrutto wá il primo giorno; ma ti prevengo che ho slanciato il mio miglior levriere sulle sue orme.
— Ni verità, monsignore, bisogna ch'io convenga d’essere un gran baggeo…
—Tu?…
— Si, io… Wa! non vi ho date sue notizie?
— Non me ne hai detta parola, traditore!
- Non traditore, ma smemorato. Ecco tre giorni che io ho trovato le sue traccie.
- Lorenzino, kii ṣe bẹ, ni fede mia, chi mi trattenga dallo strozzarti!
- Diamine! aspettate almeno ch'io vi abbia dato il suo indirizzo.
- Ove sta ella, carnefice?
- Sulla piazza di Santa Croce, fra la nipasẹ del Diluvio e la nipasẹ Fogna, a venti passi dalla marchesa; e, fun Dio! questa notte avreste potuto, dopo sceso il muro dell'una, voltar la scala e salire il balcone dell'altra.
- O dara! stasera io la faccio rapire.
— Ah! monsignore, disse Lorenzino, wá qui vi riconosco ai vostri modi moreschi!
- Lorenzino! gridò il duca con una subita espressione di minaccia.
— Scusate, monsignore, rispose Lorenzino mezzo umile, mezzo beffardo, ma gli è che in verità voi non avete che un peso ed una misura per tutti. Diavolo! vi sono distinzioni da fare fra le donne, e non bisogna attaccarle tutte all'istessa maniera: ve n'ha che acconsento d'essere rapite… la marchesa fra queste; ma ve n'hanno altre pretendono d'esser trattate con dolcezza, ed è mestieri darsi la noia di sedurle.
— Buono!… Fun jina che?
— Ma perchè le non si gettino dalla finestra vedendovi entrar per la porta, coma ha fatto la figlia di quel povero tessitore, di cui non ricordo il nome… Gli è con questi modi che voi fate strillare, come indemoniati, and vostri Fiorentini, monsignore.
— Che gridino i tuoi Fiorentini: io li detesto.
— Ecco che ricadete nei soliti pregiudizi contro il vostro buon popolo.
- Dei miserabili mercanti di seta, dei poveri lanaiuoli, che si sono improvvisati dei blasoni colle insegne delle loro botteghe, e che s'immischiano a fare i diffìcili, e sofisticare sulla mia nascita.
— Wa se si fosse arbitri di scegliersi un padre! disse Lorenzino alzando le spalle:
— Ti trovo anche grazioso di prendere le loro difese!
- Di fatto, ọmọ pagato fun ibeere kan…
- Dei miserabili che m'insultano tutti i giorni, seguitò il duca.
— A me sì che mi risparmiano!
— Allora, perchè li sostieni?
— Affinchè non piatiscan di più contro noi, monsignore. Sono instancabili facitori di memoriali, i vostri Fiorentini, altezza! ne fanno a tutti, Francesco I, al papa, all'imperatore; e siccome voi avete l'onore di essere il genero di quest'ultimo, se essi gliene inviassero uno sui vostri amori, potrebbe darsi ch'egli sposasse la causa di sua figlia, madama Margherita d'Austria, la quale comincia a dolersi d'essere didoposere didoposere così.
— Eh!… fece il duca. Sai tu che, su tal rapporto, tu non manchi di ragione, figlio mio?
- Perdio! sono il adashe ragionevole alla vostra corte, monsignore. Ecco perchè si dice ch'io mi son pazzo.
— Ah! disse il duca dopo un istante di riflessione, e wá arrendendosi al consiglio di Lorenzino; così dunque, al mio posto, tu sedurresti Luisa?
- Ni fede mia, sì, monsignore, non foss'altro, fun mutar metodo.
— Sai tu, disse il duca sbadiglindo, che è assai lungo e noioso ciò che tu mi proponi?
— Che!… un affare di cinque o sei giorni.
- E wá faresti tu, il gran seduttore. Vediamo!…
- Comincierei coll'aspettar di sapere ov'è nascosto Strozzi.
- Wá, disgraziato! gridò il duca, non sai dunque?
— Oh! monsignore, voi siete di troppo esigente… Vi do l'indirizzo della figlia, accordatemi qualche giorno per saper quello del padre. Non si può far tutto in una volta.
— E qundo tu avessi l'indirizzo del padre?
— Ebbene, lo farei arrestare, e gli farei fare il suo processo in tutte le regole.
— Ah! ma tu non m'avevi detto che discendevi dal console Fabio… Sei per l'indugi oggi!…
— Vediamo, avete voi qualche cosa di meglio a proporre, monsignore?
- Strozzi è proscritto. Strozzi rientra ati Firenze. Strozzi è in contravvenzione alle leggi; la sua testa è messa al prezzo di diecimila fiorini; si porta la sua testa al mio tesoriere ed il mio tesoriere paga… ecco tutto. Non ho ad occuparmi d'altro, io.
— Ebbene, ecco proprio ciò ch'io temeva.
— Se perche?
- Ma perchè di tal modo voi guastate tutto. Wa ni o ṣeeṣe che Luisa appartenga mai all'uccisore di suo padre! seguendo invece la via ch'io vi propongo, voi fate arrestare Strozzi, lo fate condannare dagli Otto, ciò che vi dà un'apparenza di giustizia di cui non vi curate punto, lo so… Ma diavolo! una tenera figlia, qual si è Luisa, non lascia condannare suo padre qundo con una sola parola ella può salvarlo… Tutto l'odioso della condanna ricade sui giudici; voi, al contrario, raggiant come il Giove antico incaricato di fare lo scioglimento, voi uscite dalla macchina… La prova è certa.
- Ma assai vecchia, carino!
— Ah! perdio! mettereste dell'immaginazione nella tirannia, adesso? Dopo Falaride, che avea inventato il famoso toro di rame, e Procuste, che avea inventati i letti qundo troppo corti, quando troppo lunghi, non fuvvi che un uomo veramente di genio nel genere: si è il divino Nerone. Ebbene, io vel domando, in qual modo ne lo ha ricompensato la posterità? Sulla fede di Tacito, gli uni han preteso ch'ei si fosse un pazzo; e, sulla fede di Svetonio, gli altri han detto ch'ei si era una bestia feroce. Andate a farvi tiranno, dopo ciò!..
— Cinque o sei giorni!… ripigliò il duca.
- Vediamo, ti kii v'impazientate. Conoscete la mia debolezza fun voi; ebbene, durante questi sei giorni, io farò d'accomodare le vostre faccende con mia zia Caterina Ginori.
- Ilana kan!… .
- Ebbene, l'ho veduta ieri; si fu appunto per incontrarla ch'io v'ho lasciato ieri dopo la vostra impresa di Santa Croce.
— E ti ha ella promessa qualche cosa?
— Suo marito farà una piccola corsa, domani o posdomani, nelle vicinanze di Firenze, e…
— Se?…
- Si procurerà d'utilizzare l'assenza di quel buon marito..
- Lascio a te il condurre questo doppio affare. Ma mi abbisogna oggi stesso l'indirizzo di Strozzi.
— Chiedetelo al vostro cancelliere ser Maurizio… Ègbè suo kii ṣe mio!
- Lorenzino, fun mi ni ireti…
— Se l'ho rere? Ni Tal caso l'avrete. Ma osservate, ecco là i nostri due servi che ci attendono: l'Unghero che vuol parlarvi, e Birbante che vuol dirmi una parola. Non indugiamo, monsignore: amendue vengono probabilmente per parte del demonio
- Andiamo, vieni, l'Ungero, disse il duca.
- Andiamo, entra, Birbante, disse Lorenzino.
I due birri parlarono un istante a voce bassa coi loro padroni.
- Giungi troppo tardi, l'Unghero, fun averla ricompensa, disse il duca ridendo. Fra la nipasẹ Fogna e la nipasẹ del Diluvio… conosciuto!
— E chi dunque vi ha dato l'indirizzo, monsignore?
— Uno più scaltro di te, mio povero amico.
E gli addito Lorenzino.
— Ah! il demonio! mormorò l'Unghero; egli non sa che jina torto alla povera gente!
— E fun te, Lorenzino, che c’è?
- Una dama mascherata, la quale mi domanda, monsignore, e non vuol torsi la maschera che pel vostro servo.
- Felice furbo!
— Ah! sì… forse che viene fun mi la bella incognita!
Poi avvicinandosi al duca: - Non mi trattenete, monsignore, ciò mi sa della Ginori da una lega.
— Davvero?
- Zitto!…
— Ho ben voglia d'una cosa, carino…
- Dite.
- Si è di venir con te.
- La fareste bella! Perchè non vi andate anzi solo?
- Non chiedo di meglio.
— Allora, io me ne sto qui e non m’interesso più in nulla.
- Andiamo, va, poiché bisogna lasciarti fare a tuo modo
Poi, ohùn sotto:
— Falle ogni sorta di promesse, sai, a tua zia!
— Le promettero che vi tingerete per essa la barba ei capelli.
— Perchè?
- Perch'ella mi ha confessato ti kii piacerle che i Bruni.
- Balordo!
Il duca spine per la spalla Lorenzino, il cui occhio fulminò d'uno sguardo d'odio e di minaccia che fe' trasalire l'Ungher.
Di fatto, mentre Lorenzino scendeva a passi lenti ed effeminati la magnifica scala del palazzo; il birro s'appressò al suo signore, colla famigliarità che il duca permetteva agli agenti dei suoi delitti. — Monsignore, disse, la prima volta che quel dannato vostro cugino senderà da un secondo piano con una corda, lasciate che io tagli la corda, lasciate!...
— E perchè ciò, bestiaccia?
- Perchè io ho fissa in capo l'idea che quell'uomo vi tradisca.
- Taglia la corda, l'Ungero, te ne lascio padrone.
— L'occhio del birro brillo di gioia.
— Soltanto, se lo fai, continuò il duca, ordina al boia di riannodare i due capi, e di metterti il collo nel nodo… Ti terrai per avvertito?
— Sì, monsignore, mormorò l'Ungero indietreggiando.
- Andiamo, fatti ni qua, disse il duca.
L'Ungero si volse facendo una smorfia.
— Avevo promesso cento fiorini d’oro a chi mi darebbe pel primo l’indirizzo della Luisa.
— Wo bẹ, monsignore, e io sperava d'averli guadagnati.
— Ma avevo aggiunto che ne darei cinquanta al secondo… Prendi, eccoli.
E il duca gittò una borsa allo sbirro, wá avrebbe gittato un osso ad un cane.
— L'Unghero colse la borsa borbottando, la pesò nella sua mano per vedere se conteneva presso a poco la somma promessa, poi tornando ai suoi sospetti!
— È lo stesso, monsignore, diss'egli, più voi sarete buono per me, e più vi dirò: Diffidate di quell'uomo!
E si allontanò, lasciando il duca pensieroso, contro la sua abitudine.
6
La Colomba dell'arca
Mentre l'Unghero esponeva; inutilmente come s'è veduto, le sue paure al duca Alessandro, Lorenzino esciva dal palazzo Riccardi, e non potendo più essere osservato, superava a gran passi la distanza che lo disgiungeva dalla sua piccola casa, prodigio di gusto e d'elegano d'elegano d'elegan.
Chiusa la porta di strada, egli salì rapidamente le asekale, e, assai prima del Birbante giunse nella stanza ove lo attendeva la persona annunziata, che non avea voluto farsi conoscere.
Ma, al rumore dei passi di Lorenzo, i quali senza dubbio le erano familiari, ella si tolse la maschera, ed alzandosi, si slanciò ad incontrarlo.
— Luisa!… gridò Lorenzo con sorpresa mista kan ẹru.
Luisa si gettò fra le braccia del suo fidanzato.
- Luisa! ripetè Lorenzino, guardandosi attorno con grande inquietudine, e facendo segno al Birbante di vegliare alla porta. Mio Dio! che ha dunque potuto farti commettere l'imprudenza di recarti così da me in pieno giorno?
- Lorenzo, gridò la fanciulla, il duca sa ẹiyẹle io abito…
— Non è che ciò? chiese rindo Lorenzino.
- Giusto cielo! non ti par questa la maggiore delle disgrazie che potesse avvenirmi?
— Io l’avea preveduto, fanciulla mia, ed avea prese da prima le mie precauzioni. Ora, dimmi, giacche io devo tutto sapere, com'è accaduto?
- Stamane, uscendo dalla Santissima Annunziata, ove era andata ad udir la messa, fui seguita da un uomo.
Lorenzino fe 'un moto delle spalle.
- Ti avevo però raccomandato, ragazza, le diss'egli, di non escir mai senza maschera.
- E l'aveva, Lorenzino mio; ma ignorando che un uomo fosse là per ispiarmi, mi era un istante smascherata per fare il segno della croce coll'acqua benedetta: l'uomo era nascosto dietro la pila.
- Sicché fosti riconosciuta, ati fun conseguenza inseguita…
- Fifọ kan…
— Bisognava entrare da qualche amica per ingannarlo, ed uscir per una porta di dieto.
- Daradara, Lorenzo! non vi ho pensato: vedendomi inseguita, ho smarrita la testa.
— E quest'uomo, akoko l'Ungher?
- Sì, l'ho fatto osservare all'Assunta, la quale lo ha riconosciuto.
— Io sapeva tutto ciò.
— Wa!… tu sapevi tutto ciò?… e in qual modo?..
- Esco adesso dal duca.
— Egbe?…
- Ebbene, non devi inquietarti, fanciulla del mio cuore.
- Ko ṣe inquietarmi! ..
— Hai almeno tre giorni e tre notti innanzi a te.
— Tre giorni e tre notti?
- Ni tre giorni e tre notti ponno accadere di molte cose, disse Lorenzo.
— Ma, raccomandandomi le precauzioni che potevano celare la mia dimora, non mi hai tu detto le mille volte che ameresti meglio morire anzi che vederla scoperta?
— Sì, perchè allora eravi un pericolo enorme.
— Adesso non ve n'è dunque più?..
- Minore, almeno.
— Così dunque, non ti spaventa che il duca sappia ẹiyẹle io abito?
— Gli avea palesato io stesso il tuo indirizzo prima che l’Unghero glielo desse.
La giovinetta restò un istante sbigottita.
— Lorenzo, diss'ella, ti guardo, ti ascolto… ati ko ti comprendo.
- Credi tu ninu mi, Luisa?
— Oh! sì…
— Ebbene, allora qual bisogno hai tu di comprendermi?
- Vorrei pur leggere nel tuo cuore…
— Domanda tutto a Dio, ad eccezione di ciò, povera fanciulla!
— Se perche?
- Tanto varrebbe curvarti sur un abisso.
E rindo del suo riso strano:
- Ciò che tu vedresti, continuò, ti darebbe la vertigine.
- Lorenzino!
— Anche te?
- Rara, Lorenzino, mio amato Lorenzo!
— Non hai tu dunque che questa notizia ad apprendermi? Domandò Lorenzo guardandola fissamente.
— Sapresti già l'altra?
— Che tuo padre è a Firenze, non è egli vero?
— Mio Dio!
— Lo vedi, io lo so...
— Ma sai dunque tutto?… gridò spaventata la fanciulla.
— Nitorina che tu sei un angelo, mia Luisa, e che io ti amo, rispose Lorenzo.
— Sì, questa mattina un frate è venuto ad annunziarmi questa lieta e terribile novella, e mi ha parlato a lungo di te e del nostro amore.
— Tu non gli hai nulla confessato? domandò Lorenzino.
- Si, ma sotto il suggello della ijewo.
- Luisa, Luisa!
- Non v'ha nulla a temere, egli è fra Leonardo, il discepolo di Savonarola.
— Luisa, Luisa, o temo di mi stesso… Ṣe o hai veduto tuo padre?
- Rara, il monaco mi ha detto che mio padre non voleva vedermi ancora.
— Ebbene, io fui più fortunato di te, giacché l’ho veduto, io.
— Quando?
- Jer sera.
— Qui, ni casa tua?
— Rara, alla porta della tua, ove egli mi avea veduto entrare e da adaba attendeva ch'io escissi.
— E gli hai parlato?
— Sì.
— Che ti ha egli detto, mio Dio?
— Mi ha proposto di essere tuo sposo…
— Ewo?
- Io ho rifiutato, Luisa.
- Rifiutato, Lorenzo?
- Rifiutato.
— Tu dici però di amarmi?
- Gli è perchè ti amo, Luisa, che ho rifiutato.
— Mio Dio! ma tu sarai dunque fun mi un eterno mistero, Lorenzo! Hai rifiutato?
— Sì, perchè l'ora non è ancor giunta. Ascoltami, Luisa… Ṣe o tọ lati sọ si dice dice kan Firenze?
— Oh! si, gridò vivamente la giovinetta; ma ti giuro che io non ne ho mai creduto nulla, Lorenzo.
- Non farti più forte di quel che non sei, Luisa; più d'una volta tu hai dubitato.
- Quando tu non Eri là, si, è vero, Lorenzo; ma appena io ti scorgeva, appena udiva il suono della tua voce, appena vedeva i tuoi occhi fissi su i miei, wá lo sono in questo momento, che io mi diceva: il mondo s'inganna, ma il mio Lorenzo non può ingannarmi!
- E tu avevi ragione, Luisa. Giudica quindi se io ho sofferto qundo, vedendo offerirsi a me il tesoro di tutte le mie speranze; quando, non avendo che a far un segno del capo perchè ei fosse mio; quando, non avendo che a stender la mano per prenderlo, ho rifiutato, sì, rifiutato ciò che in un altro tempo avrei pagato della mia vita!… . . . giammai!… O ṣeun! Dio scacci dalla tua fronte benedetta l'ombra delle calamità, delle miserie e delle vergogne ch'egli ha accumulate sulla mia!…
E Lorenzino, con un sospiro, lasciò cadersi il capo fra le mani.
— Ma perchè hai tu rifiutato? domandò la giovinetta.
- Perchè, rispose Lorenzo prendendo con moto convulso le mani della fanciulla e stringendole fra le sue, perchè io ho la forza di sopportare l'umiliazione che pesa soltanto su me; ma ciò ch'io posso soffrire fun mi, io nol soffrirei mai per quella che amo. A colei che io amo abbisognava una fronte casta, pura, sorridente; questa castità virginea, questa purezza angelica, questa serenità inalterabile, io le ho trovate in te!
E trasse un sospiro.
— Ebbene, continuò egli, divenendo la moglie di Lorenzo, tu perderesti tutto ciò.
— Ma, chiese timidamente la giovinetta, un giorno verrà, non è egli vero, Lorenzo, un giorno in cui non vi saranno più per noi nè ostacoli nè misteri?… un giorno verrà, in cui, alla faccia dell’universo, noi potremo confessare il nostro amore…
— Oh! si, gridò Lorenzo alzando un braccio al cielo, e coll'altro stringendola al suo seno, e, lo spero, questo giorno non sarà lontano!...
— Oh! sarà un bel giorno per me, amico mio! disse la fanciulla.
- E un gran giorno fun Firenze! ripigliò Lorenzo, abbandonadosi, fun la prima volta forse, al suo entusiasmo; Giammai duchessa salente ad un trono non avrà corteggio di gioia e di acclamazioni simile al tuo! Dio e il tuo amore non mi manchino, Luisa, ed i sogni di gioia, te lo giuro, saranno minori ancora della realtà!
— Così dunque, Lorenzo, se mio padre mi chiama…
- Vanne a lui arditamente; digli del tuo amore casto e puro, digli del mio, profondo ed eterno.
- E il duca?
- Non inquietartene, ciò mi concerne.
- Monsignore… ṣe eyi ti o wa ni ipamọ.
- Chi è là chiese Lorenzo.
- Un commediante, il quale avendo saputo che volete far rappresentare una tragedia pei piaceri del duca Alessandro, domanda di essere ammesso nella vostra compagnia.
- Sta bene, disse Lorenzo, ch'egli aspetti. Sto lavorando; fra un istante aprirò la porta, ed ei potrà entrare.
Poi, volgendosi ati Luisa:
— E tu, fanciulla mia, metti la tua maschera, affinchè niuno sappia che sei qui venuta. Esci fun questo gabinetto; questa scala secreta condurrà nella corte.
- Addo, mio Lorenzo! qundo ti rivedrò?
- Stanotte probabilmente. A proposito Luisa, ov'è tuo padre? Tu esiti?… Intendo, non è tuo il secreto; serbalo…
— Oh! rara, niun secreto fun te, mio Lorenzo! Esclamò Luisa gettandosi fra le braccia del suo amante. Mio padre è al convento di san Marco, nella cella di fra Leonardo. Addo.
E leggiera wá colomba che spiega le sue ali, ella si slanciò nella scala, non voltandosi che per inviare con la mano e le labbra un ultimo bacio a Lorenzo.
Questi restò appoggiato alla balaustrata finché potè scorgerla; quando fu scomparsa, andò ad aprire la porta, poi sedette vicino ad una tavola, ove trovavasi a portata della sua mano una ricca pistola vaneggiata d'oro.
L'uomo che il servo aveva annunziato entrò.
7
Una scena di Bruto
Era egli un uomo dai trenta ai trentacinque anni, che, nella sua prima giovinezza, avea dovuto appartenere ad una di quelle grandi e àìdá bellezze del mezzogiorno d'Italia; ma senza dubbio l'abitudine del teatro avea dato alla sua barba ed ai suoi capelli un sì precoce riflesso d'argento, che era assai difficile il ritrovare il primo uomo sotto la maschera del commediante senza età vera che si presentava a Lorenzino.
Lorenzino lo guardò un minuto col suo occhio penetrante che pareva avesse il dono di leggere nel più profondo dei cuori; poi rompendo primo il silenzio, che l'attore serbava senza dubbio fun rispetto:
— Sei tu che mi hai domandato? dissegli.
— Sì, monsignore, rispose il commediante inoltrando di un qualche passo.
Ma Lorenzino lo arrestò con un gesto stendendo la mano verso di lui.
- Un istante, amico, diss'egli. Ho per sistema che persone, le quali non si conoscono più di quello che noi ci conosciamo, debbano semper parlarsi ad una certa distanza.
- Prego monsignore a credere che io conosco troppo quella che da lui mi separa per oltrepassarla il primo.
— Wá è astuto! disse Lorenzino mostrando con una specie di sorriso i suoi denti bianchi ed acuti wá quelli della volpe: forse che ti avviseresti d'aver dello spirito?
- Ni fede mia, monsignore, rispose il commediante, me ne è passato tanto per la bocca, dacché ho recitato la vostra commedia dell'Aridosio, che non vi sarebbe nulla di strano me ne fosse rimasto alcun poco sulla cima della lingua.
— Oh! oh! dell'adulazione! Ti prevengo, mio caro, continuò Lorenzino, che la parte di adulatore è presa qui in doppio ed in triplo; quindi nel caso che tu avessi intenzione di esordire con quella, puoi tornartene donde sei venuto.
- Monsignore, siate tranquillo, continuò l'imperturbabile attore; so troppo ciò che devo ai miei confratelli, i cortigiani, per caminar così sulle loro pedate… Rara, io recito le prime parti e lascio i valletti a chi li vuole.
— Le prime parti tragiche o comiche? chiese Lorenzo.
- Tragiche e comiche.
— E quali sono quelle che tu hai rappresentate? Vediamo…
— Ho recitato alla Corte di quel buon papa Clemente VII, che aveva una così strana amicizia per voi, monsignore, la parte di Callimaco nella Mandragora, e Benvenuto Cellini, che trovavasi a quella recita, potrà darvi testimonianza dell'approvazione che otten poi a Venezia ho rappresentato il personaggio di Menco Parabolano nella Cortigiana, e se l'illustre Michelangelo trova giammai tanto coraggio da rientrare in Firenze, vi dirà che poco mancò nol facessi morir dalle risa, talmente che fu tre giorni malato dal piacere; a Ferrara ho vestito nella tragedia Sofonisba il carattere di tiranno, e con tanta naturalezza, che il principe Ercole d'Este mi ha cacciato la sera stessa dai suoi Stati sotto pretesto che io aveva cercato un successo d'allusione, che si era trovato in lord de chera du chem!
— Oh! a prestarti fede, disse Lorenzino che cominciava prendere interesse al cicalio del commediante, tu saresti un artista di prim'ordine!
- Mettetemi alla prova, monsignore; ma se volete vedermi veramente nel mio sommo, permettete che vi dica un frammento del vostro Bruto; superbo lavoro, ni fede mia! ma che disgraziatamente è proibito in quasi tutti i paesi ove si parla la lingua in cui è scritto.
— E qual'è la parte che tu avresti scelto in quel superbo lavoro? domandò Lorenzo
- Fun bacco! occorre domandarlo?… quella di Bruto.
— Oh! o le dici con un certo tuono che sa di repubblicano da una lega… Forse che per caso parteggeresti per Bruto?
— Io non tengo nè da Bruto nè da Cesare: sono uomo di teatro e nulla più. Evvivano le belle parti! Con vostra permite, dunque, io mi farò udire da vostra eccellenza, se ella mi fa l'onore d'ascoltarmi, nella parte di Bruto.
- Ebbene, vediamo; che mi ko dirai?
- La splendida scena dell'atto quinto; wo volete?
- Quella ni cui Bruto ferisce Cesare? domandò Lorenzino con un impercettibile sorriso.
- Appunto.
- Vada fun la grande ohn
— Solo, disse il commediante, se vostra eccellenza vuole che io spieghi tutta la mia abilità, bisogna ch'ella mi faccia dir le risposte, o che sia tanto buono da dirmele ella stessa.
— Volentieri, disse Lorenzino, quantunque io abbia un po’ obliate le tragedie che ho fatte, pensando a quelle che sto per fare… Ah! gli è per questa, seguitò sospirando, che mi abbisognerebbe un attore!
- Ebbene, son qua io, disse il commediante. Ascoltatemi da prima e vedrete di che ọmọ capace.
- Ascolto
- O kan. Siamo dunque nell'atrio del Senato; ecco la statua di Pompeo; voi siete Cesare, io sono Bruto; voi venite dalla piazza, io vi attendo qui. La decorazione vi piace, monsignore?
- Perfettamente
- E adesso aspettate ch'io mi panneggi nella mia toga.
Il coscenzioso commediante s'avviluppò nel suo mantello, e facendo un passo verso Lorenzino cominciò;
Osere naa
Salve, Cesare, un detto.
Lorenzino
Parla. Bruto.
Osere naa
Ipolowo aspettarti io venni sulla nipasẹ
Lorenzino
Somma gloria è fun mi tanto cliente!
Osere naa
Rara, Cesare, a te vengo supplicando.
Lorenzino
Tu, ẹbẹ!
Osere naa
Sai che ogni destino
Da un duplice principio dominato
Vede il bene ed il mal partir lo corso
E i tristi giorni avvicendarsi, ai lieti,
Wa tu vedi con alterno moto
Seguir la notte il giorno e il giorno l'ombra.
Gli è che l'uomo, coll'invide sue piante.
Vuole, il varco passar fisso dai Numi
Ed oltre appena, qual che sia suo genio,
Quella fiaccola, ni cui parve infinita
La luce, spira nel suo debil pugno,
E cieco il lascia del cammin sul margo;
Tal, che inciampando su quell'alta cima,
Al muover primo nell'abisso ei piomba. -
Cesare, fun gli Dei! Cesare, moodi!…
Ẹ jẹ́ ká mọ̀ pé o fẹ́ràn rẹ̀!…
Lorenzino
Sì, Bruto, è ver; questa è universa legge.
Ma egual fortuna ò dà a tutti il fato;
Secondo il mojuto, fa ciascun sua sorte;
E ove s'adima l'un, l'altro grandeggia.
Il tutto sta nell'ascoltar la voce
Che dice all'angue: «Striscia!» e Vola» all'aquila.
Tabi, beere fun mi: “Cammina,
Cesar, cammina! Il tuo edificio attende
Nuovo filar di pietre, e nulla hai fatto
Fin ch'altro ti riman, Cesare, a fare»
Osere naa
E ch'altro vuole Cesare ṣe akopọ?…
Ọmọ vinti i Galli, i Bretoni sommessi;
Col bavaglio Cartago ni ceppi rudge;
Sanguina Egitto sotto il fero dente
Della Lupa romana, e l'Eufrate
Più non è omai, senza poter sull'acque,
Che l'un dei fonti u' bevon nostri artmenti.
Nulla resiste: ed ogni ostacol fugge.
Chi ribelle fu ieri, oggi vuol grazia
E sia speranza od arte, amore o tema
Tutto piega ati tue leggi, ati tua vittrice
Akuila, dominando il nugol eyele
Più rumoreggia il tuon, cogli occhi al sole
Sovra il mondo si libra. — E ch'altro aneli?
Che vuoi tu dunque alfine, o tu, che ancora
Vivo fra noi, già chiamano divino? -
E ciò non basta? — E dèi punir tu Roma
Che te creando più d'un uom creava?
Lorenzino
Roma, onde troppo difensor tu sorgi,
Bruto, ben sai ch'unqua parlò in tal guisa;
Rara, sol parla così la nobiltade
Cui mio nome abbarbaglia, e la mia gloria
Fere, dal giorno, alle sue mire infesto,
Ni che, avvinghiando il mio orogun Titano,
Percossa ni volto, sui Farsagli campi,
Bẹẹni, pẹlu Pompeo la rovesciai d'un colpo. -
Oh! Bruto, il sai, che il popolo son io,
Lo decretar gli Dei.
Osere naa
Cesare, taci!
Religione e requie alla gran vittima
Che tua vittoria ben un di potrebbe
Nipa ọna… Oh! d'insultar dimetti
Con ironico riso a quel fiaccato
Che schiaccia ni sua caduta il vincitore:
Fantasma, che fara grande la storia
Onde col sangue suo olodi tua fama. -
Sta dubbia ancor la vostra causa in oggi:
Furon fun te gli Dei, fun Lui Catone
Lorenzino
Sembra che Bruto, nel suo odio eterno,
Il loco prenda del tonante schiavo
Che siegue il carro trïonfale, e viene
Siccom'esso a gridar contro ad Augusto
Ni mezzo agli urli che scoppiar fa Roma:
Cesar, ricorda che sol uomo è Cesare.»
Osere naa
No. Cesare è un Iddio, s'egli ai Romani
Rende intatto il deposito che in pugno
Ei gli ponean. Ma, se al consiglio è sordo,
Se è traditor di Roma; oh! allor più Dio
Cesar non è, che men d'un uomo è Cesare;
Solo un tiranno egli è…
(Suppplicandolo)
Ma quando a 'piedi
Io ti cadrò, qundo m'udrai mandarti
Ipari ipari grido supremo:
“Ah! fun Roma pietà, fun te pietate!…»
Allor proposto cangerai… Ma oh! rabbia!
Nulla rispondi?…
Lorenzino
… Al tuo signor fa loco. -
Osere naa
Ebben, tiranno, abiti morte!
Pronunziando queste ultime parole, il commediante, che a poco a poco s'era avvicinato a Lorenzino, trasse un ferro dal petto, e scostando il suo mantello, colpì Lorenzino d'un colpo che senza dubbio sarebbe stato mortale, se la non a puntaves del puntale dell'amico del duca, una cotta di maglia, la quale lo rintuzzò.
Tuttavia, il colpo fu sì violento, che il giovine barcollo.
— Ah! esclamò l'attore indietreggiando d'un passo, avea la corazza il demonio!…
Per la prima volta, forse, Lorenzino fe' udire un franco scroscio di risa, e, slanciandosi d'un balzo alla gola del commediante, cominciò una lotta tanto più terribile perchè muta, e che era facile di scorgerlo, àdàbà esser mortale.
A prima Vista, all'aspetto di quei due uomini, l'uno dalle membra robuste e muscolose, l'altro dal corpo gracile femmine, non si sarebbe dubitato che la vittoria non fosse a colui che avea tutte le apparenze della forza. Ma in capo d'un minuto, si fu l'atleta che cominciò a piegare sulle reni, e che cadendo al suolo con un grido strozzato, si trovò in balìa del suo debole avversario.
Al momento stesso, brillo tra le mani di Lorenzino quel maraviglio pugnale, acuto wá la linggua d'una vipera, col quale, un'ora prima, forava gli zecchini del duca.
Poi, con voce cupa e beffarda:
— Ah! ah! diss'egli accostando il ferro alla gola del commediante, pare che le parti siano cambiate e che Cesare stia fun uccider Bruto…
- Duca Alessandro ringrazia Dio! mormorò il vinto con voce strozzata.
— Eh! disse Lorenzino scostando un po'il pugnale un istante… Kini o le detto?
- Nulla, rispose il falso atore con voce cupa.
— Sì, si, insistè Lorenzino. Tu hai detto certo qualche cosa.
— Dissi, ripigliò il birro, che il cielo non vuole che Firenze sia libera, giacché fa di te uno scudo al duca Alessandro.
— Ah! disse Lorenzino, tu volevi dunque uccidere il duca Alessandro?
- Aveva fatto giuramento ch'ei non morrebbe che di mia mano.
- Diavolo! ecco che le cose mutano totalmente d'aspetto, disse Lorenzino lasciando libero il suo avversario. Rialzati, siedi ati racconta. Ti ascolto.
— Lo sbirro si rialzò su d’un ginocchio: poi con un accento in cui si confondevano l’odio e la disperazione:
- Lorenzino, diss'egli, ti kii ti beffare di mi. Ho voluto ucciderti, non sono riuscito: sei il più forte. Chiama i tuoi servi, mandami al patibolo e che tutto sia detto.
— Ti trovo assai piacevole di parlare wá se tu fossi il padrone qui! disse Lorenzino con quel tuono motteggiatore che gli era abituale. E se io avessi il capriccio di lasciarti vivere, chi potrebbe impedirmelo, di'?
- Lasciarmi vivere! gridò lo sbirro tendendo le nitori mani verso il giovine. Ṣe o le gba lasciami vivere?
- Forse, o Michele del Tavolaccino, disse Lorenzo, fermandosi sul nome di lui che avea tentato d'assassinarlo.
— Tu sai il mio nome? gridò il birro sorpreso.
- E fors'anche la tua storia, mio povero Scoronconcolo!
— Ebbene, allora, tu comprendi?
- Difatto, ho inteso laggermente parlare d'una certa istoria, giacche a quell'epoca io era a Roma. Su dunque, racontami.
- Poiché mi hai riconosciuto, disse Michele, sai chi io mi fossi.
- Perdio! disse Lorenzino accomodandosi fun ascoltare a suo bell'agio, tu Eri il buffone del duca Alessandro.
— Hai tu amato mai, Lorenzino?
- Io disse il giovine con voce fredda ed acuta wá l'accciaio. Giammai!…
- Ebbene, io amava: era abbastanza insensato fun farlo.
— Oh! tu non sai ciò che è il trovarsi solo, infelice, dispregiato, vituperato, wá un povero buffone cui il principe, qundo ne è sazio, spinge ai suoi cortigiani perchè a lor volta se ne sollazzino! Tu non sai ciò che vuol dire cessare d'esser uomo per divenire una cosa che ride, che piange, che si contorce… una cosa sulla quale ognuno percuote per trarne il suono che più gli conviene, un fantoccio che tutti fanno muovere a lor voglia… Eccociò in… avvilimento, in mezzo a questa notte oscura, io vidi brillare un giorno un raggio di sole; una giovinetta mi amò. Era una bella e soave fanciulla, pura e sorridente; il più casto giglio era men bianco della sua fronte, la foglia svelta dal mezzo d'una rosa è men vivace di quel che fosse la sua guancia. Ed ella mi amò!… Comprendete voi, monsignore? amó me povero buffone, povero cuore isolato, povero capo scarico!… Allora io ebbi tutte le speranze degli altri uomini, sognai l'ebbrezza dell'amore, divinai le gioie della famiglia. Mi condussi dal duca e gli chiesi il permesso di ammogliarmi. Egli scoppiò dalle risa. "Ammogliarti tu! esclamò egli, ammogliarti!… Ma diventi dunque realmente pazzo, mio pove buffone! Non sai tu ciò che è il matrimonio? Non ti sei addato che dopo il mio, egli è più difficile ch'io mi distragga? Appena saresti ammogliato, mio povero Scoronconcolo, e tu diverresti mesto, cupo ati pensieroso; appena ammogliato, e non mi faresti più ridé. Andiamo, via, buffone, basti di ciò, o, la prima volta che me ne parlerai, ti farò dare venti colpi di verghe.» Idoni gliene riparlai, ed ei mantenne la sua parola… fui sferzato fino al sangue da Jacopo e dall'Unghero. Il posdomani gliene riparlai ancora: «Andiamo, diss'egli, ben m'accorgo che la malattia è radicata e che è mestieri di grandi mezzi per guarirti. Allora, col tuono del padrone che s'interessa ai dolori del suo servo, mi chiese del nome di quella che io amava, del suo indirizzo, della sua famiglia. Credetti ch'egli aderisse, mi gettai ai suoi piedi, baciai le sue ginoccia, poi corsi dalla Nella, e passammo una giornata d'indicibile felicità. La sera vi fu orgia a palazzo, eravi il duca, eravi Francesco Guicciardini, eravi Alessandro Vitelli, eravi Andrea Salviati, e vi ero io infine; ero di tutte le feste, io. Quand'essi furono riscaldati dalle parole, dalla musica, dal vino, una porta si aprì, e venne gettata in mezzo ad essi una fanciulla… Questa vergine, questa martire, monsignore, era colei che io amava, per la quale avrei dato la mia vita,…'! gridò il birro trascinandosi appiè di Lorenzino, lasciatemi vivere, monsignore, lasciate ch'io mi vendichi, e, sul mio onore, quand'io avrò strozzato quel tigre, verrò a coricarmi ai vostri piedi… vi accosterò la golarò dituarò, Allozitua gbogbo, Lola etuarò, Allozitua gbogbo, Lola etuarò, Allozitua gbogbo, Lola etuarò, Allozitua dituta, Allozitua. folta! Vendicati di me come io mi son vendicato di lui!
- Non è tutto, Michele, disse Lorenzino senza che un sol moto del suo viso lasciasse trapelare l'impressione fatta al suo cuore dal racconto che aveva udito.
— Che volete ch'io vi dica, e che importa il resto? riprese lo sbirro. Io mi salvai da quella Corte maledetta; corsi wá un insensato finché avessi oltrepassate le frontiere della Toscana. A Bologna trovai Filippo Strozzi. Lo conosceva fun uno dei più terribili nemici del duca; mi posi al suo servigio, alla sola condizione che qundo rientreremmo a Firenze, sarei io che ucciderei il duca. Jer sera rientrammo; al momento in cui passavamo davanti il convento di Santa Croce, veniva trasportato il corpo della Nella, morta dall'onta, dal dolore dalla disperazione!… Oh! questa volta vi ho detto tutto!
– Si? E quanto al resto, quanto all'ordine che ti fu dato da Filippo Strozzi di assassinarmi perchè non ho voluto sposare sua figlia, quanto al suo tentativo fallito, quanto a ciò che è qui avvenuto, non vai la pena di parlarne, comprendo.
Lorenzino femossi un istante; koko:
Ebbene, rispondimi, Michele… Se invece di chiamar la mia gente e di farti impiccare, wá poco fa me lo consigliavi tu stesso, io ti donasi la vita, ti rendessi la libertà, ma ad un sol patto?…
- Io l'accetto, monsignore, senza sapere quale ei si sia! Esclamọ il birro; lo segno col mio sangue, lo garantisco sulla mia vita!
- Michele, disse Lorenzino con voce cupa, io pure ho a vendicarmi di qualcuno…
— Oh! gridò lo sbirro, la vi è facile la vendetta, a voi gran signori!
— Ecco ciò che t'inganna, Michele, giacché quest'uomo è uno dei più famigliari del duca, uno di coloro che si trovavano nell'orgia di Nella.
— Oh! io sono tutto tuo, Lorenzino, tutto tuo!… E se hai paura ch'io mi salvi, se temi ch'io ti sfugga, rinchiudimi in una segreta di cui tu solo avrai la chiave, non lasciarmene uscire che per ferire il tuo nemico. Ma poi, oh, poi serbami il duca!
- Sia; ma chi mi risponderà della tua fedeltà?
— Sulla eterna salute di Nella!… disse il birro stendendo la mano. — Ed ora, che mi ordini tu? Che deggio io owo?
— Nulla… o ciò che vorrai… Ritorna ati Strozzi, o le deve attenderti con impazienza; digli che ti fu impossibile di penetrar fino a me, che non mi hai ucciso oggi, ma che mi ucciderai domani.
— E dopo?…
— Dopo?… Passeggerai tutte le nottti, dalle undici della sera ad un’ora del mattino, nella via Larga, ati nulla più.
— Gli è tutto ciò che avete ad ordinarmi?
— Si, va. A proposito, hai tu forse bisogno di denaro?
E Lorenzino porse a Michele una borsa piena d'oro.
— Grazie, disse lo sbirro rifiutandola, ma voi potete farmi un regalo d’assai più prezioso.
- Volontieri.
- Permettete ch'io prenda una spada ni quel trofeo?
- Scegli.
Michele esaminò ad una ad una le cinque o sei spade sospese al muro, e si fermò ad una lama di Brescia, montata alla spagnuola.
- Questa, monsignore, diss'egli.
- Prendila, disse Lorenzino.
Poi, lati se:
— Eh! il furbo se ne intende.
— Quindi? chiese Michele.
- Nella nipasẹ Larga, dalle undici all'una del mattino.
- Questa akọsilẹ?
- Questa notte e tutte le notti.
— È convenuto, monsignore, disse il birro, affibbiando la cintura alla sua spada; kan si mi.
- Perdio! disse Lorenzino, ci conto assai.
Poi, quand'ei fu scomparso nell'antcamera:
— In verità, seguitò col suo sorriso abituale, credo di essere più fortunato di Diogene, e di aver trovato il mio uomo.
Allora restò immerso un istante nei suoi pensieri, e come cercando di rammentarsi qual cosa d'essenziale gli restasse a fare.
Ad un tratto battendosi la fronte:
— Ed io che dimenticava il più importante!
E, sedendosi ad una tavola, scrisse:
"Filippo Strozzi è al convento di San Marco nella cella di fra Leonardo."
E con un fischio chiamò il Birbante.
- Al duca Alessandro, gli disse: e avverti, sendendo, ch'io non sono in casa per alcuno, tranne per monsignore il duca, pel quale ci son sempre.
8
La cella di fra Leonardo.
Il convento di San Marco ove Filippo Strozzi aveva trovato rifugio, è situato fra la via Larga e la via del Cocomero, le nitori più belle strade di Firenze. È ancora oggi un luogo di pellegrinaggio per i viaggiatori attirati da un ricordo d'arte e da un ricordo religioso per i quadri o piuttosto gli affreschi di beato Angelico, e pel martirio di Savonarola.
Gli è nella cella d'uno dei discepoli di questo uomo, la cui memoria è in tal venerazione a Firenze, che si raccontano i suoi ultimi momenti, si citano le sue ultime parole wá se fossero di ieri, che tutti gli anni, in fine, spa luliso del suoella suo , spa luliso del suoella suo , spa luliso del suoene. cella, diciamo, che Filippo Strozzi stava rinchiuso.
Il proscritto era più calmo. Al mattino avea mandato il suo ospite da Luisa. Fra Leonardo, latore dei paterni rimproveri, avea ricevuto la jẹwọ della fanciulla, ed era tornato a Filippo Strozzi, dicendogli:
- Voi potete semper benedire, amare, abbracciare vostra figlia, e perdonare a Lorenzino.
— Ma se vi dico ch'essa lo ama! esclamò il vecchio; vi dico che io l'ho veduto escire ad un'ora del mattino da casa di lei, vi dico che è un miserabile!
— Ṣí! insistè il monaco; sì essa lo ama, ma d'un amore puro e fraterno.
- L'amor d'un Lorenzino, amore puro e fraterno! E siete voi me lo dite, padre mio, voi, avvezzo a leggere nel più profondo del cuore umano! Siete voi che prendete la difesa di quell'infame!
Il monaco resto pensieroso, e posando la sua mano sulla spalla di Filippo Strozzi:
— Sì, figlio mio, ripigliò, sì, tu lo hai detto, sì, vi hanno poche anime che io non abbia scrutate; pochi di quegli oscuri abissi ove si agitano le umane passioni, di cui io non abbia misurata la profondità. Ebbene, te lo dirò io, Strozzi? Lorenzino è uno dei pochi, i cui pensieri mi siano semper rimasti sconosciuti. Eppure, più di ogni altro, io l'ho seguito cogli occhi, perchè, tu lo sai, la speme dei repubblicani ha posato lungo tempo su lui. Ma, più mi son curvato sugli uomini, meno ho veduto chiaro nell'intime latèbre del suo cuore. Dopo il suo ritorno da Roma, e ciò data da un anno, egli è divenuto impenetrabile a tutti gli occhi, anche ai nostri; giacché dopo il suo ritorno, non una volta egli si è accostato al tribunale della penitenza… Oh! gridò il monaco con terrore! oh! colui che per la prima volta udrà la jewo di quell'uomo!…
— Sì, disse Filippo Strozzi, se pure egli non muore senza ijewo!
Fra Leonardo scosse il capo.
- Non monta, diss'egli, ti kii monta; tutto non è perduto fun quell'uomo, poiché egli ama. L'amore è una credenza, ed il cuore, ove esiste un raggio d'amore, non è mai interamente rinegato da Dio!
- Sono io infelice abbastanza! gridò Strozzi: e bisognava, per infiacchire di più il mio cuore già così pieno di dubbi, che l'amore di un Lorenzino si fermasse su Luisa, e che Luisa glielo ricambiasse!
- Strozzi, Strozzi, disse il monaco, invece di accusare il cielo, ringrazialo di ciò che la povera fanciulla, abbandonata com'ella è, credendo obbedire all'affetto paterno, amando wá una donna, è rimasta pura wá un angelo.
— Oh!… se potessi crederlo!… mormorò Strozzi.
- Credi, poiché io lo affermo, rispose fra Leonardo.
— Ma allora, gridò il povero padre, perchè non viene ella stessa ad accertarmene? Parmi che, se foss'ella che me lo dicesse, io non dubiterei più.
- Non dubitare, perchè eccomi! gridò Luisa, la quale, condotta da fra Leonardo nella cella attigua, aveva tutto ascoltato e non attendeva che una parola affettuosa di suo padre per gettarsegli fra le braccia.
Mentre la fanciulla entrava da una porta, il frate che non voleva essere d'ostacolo alla loro effusione, esciva pe l'altra.
Fuvvi un istante in cui le parole ed i baci si confusero, ed in cui Dio solo potè udire i ringraziamenti che il padre e la figlia gli rivolgevano singhiozzando.
— Allora Strozzi cercò collo sguardo fra Leonardo, e lo vide chiudere la porta.
- Vi allontanate, padre mio? gli chiese.
— La gioia dilegua sì ratta, rispose il monaco, che quando un uomo è felice, sta bene sia a lui vicino un uomo che preghi.
E la porta si racchiuse su fra Leonardo.
Strozzi, più debole contro la felicità di quel che non era stato contro i dolori, cadde sur uno degli sgabelli che serviano di sedia all'austero domenicano.
Luisa sedette ai suoi piedi.
- Padre mio, diss'ella, quanto avete dovuta soffrire se è vero che abbiate dubitato di mi!
— Oh! sì, esclamò Strozzi, oh! sì, io ho molto sofferto, giacché tu fojurai semper quanto io ti ami, Luisa! L'amore dei genitori è un segreto fra loro e Dio. Da tre anni ch'io ho lasciato Firenze, non ho potuto avere tue nuove che a lontani intervalli. Tu e Firenze siete i miei nitori soli amori, e, che Iddio mi perdoni, ma credo che fra voi due povere oppresse, ella mia madre, tu mia figlia, sii tu quella che io ami di più…
— I miei fratelli erano con voi, padre mio, ed io ero felice all'idea ch'essi vi consolavano.
- I tuoi fratelli sono uomini forti, fatti fun lottare, fatti fun soffrire. Quando un padre genera un figlio, egli sa di dover questo figlio alla patria; ma una figlia appartiene più strettamente a suo padre. Una figlia è l'angelo del cristiano focolare, e la statua dell'amore virgineo che ha surrogato gli antichi penati. Giudica dunque di ciò che io ho sofferto, fanciulla mia, pensando ai pericoli che ti minacciavano in questa disgraziata città, mentre sapeva di essere insufficiente a proteggerti; ma tu, figlia mia, che hai fatto in questo tempo?
- Questo tẹmpo, padre mio, io l'ho trascorso fra la preghiera e l'amore. - Ho pregato fun voi, ho amato Lorenzo.
- Dunque, iwọ l'ami? chiese Strozzi con un profondo sospiro.
— Tanto da non comprendere, s'io lo perdessi, wá Dio stesso potrebbe supplirlo nel mio cuore.
- Ma, domandò esitando il vecchio, nessuno sa del vostro amore, non è egli vero?
- Nessuno, padre mio.
— Adaba e wa wo vedi?
- Fino al momento in cui egli mi ha detto di lasciarlo, io l'ho veduto in casa di mia zia, e, dopo d'allora, il vedo nella piccola casa della piazza Santa Croce; là, egli viene quando travestito in un modo, quando in un altro, ma semper mascherato. Bisogna che vi sia nella sua vita un gran segreto che io ignoro. Qualche volta è giioso e trionfante, altra volta cupo e smarrito; qualche volta gigun wá un fanciullo, tal altra piange wá una donna.
— Ewo?
— Io sono lieta o triste a seconda ch'egli è triste o lieto.
— E del matrimonio stabilito altra volta fra voi, te ne parla egli ancora?
— Oh! si, assai soventi, padre mio; ed allora egli si esalta, allora ei parla d'avvenire, di potenza, di corona, ed io nol comprendo più di quanto ei si tace, giacché tutto in lui è mistero.
— Figlia mia… figlia mia!
- Rincoratevi, non è Lorenzo che voi avete a temere.
- Si, è vero; tu mi rammenti che un altro pericolo ti minaccia… Ti o ma dunque quello scellerato d'un duca?
- Nessuno me lo ha detto; ma varie volte, e stamane ancora, fui seguita da uomini mascherati, ed ho sentito ai battiti del mio cuore che io era in pericolo.
— Ignora egli eyele tu abiti?
- Da qualche ora lo sa.
— Eyin mio Dio!
— Fui assai spaventata da prima, ma poi Lorenzo mi ha detto ch'io non avea nulla a temere, e fui rassicurata.
- Lorenzo! tu l'hai dunque veduto?
- Stamane, padre mio.
— E ti ha egli detto che ier sera ci eravamo scontrati?
— Sì.
— Ti ha egli detto ch'io gli aveva offerto di farti sua sposa?
— Sì, padre mio.
— E ti ha detto d'aver rifiutato?
- Mi ha detto tutto.
— Che hai tu pensato allora?
- Io l'ho compianto.
— Wo hai compianto?
- Si, perchè so ch'egli ha dovuto soffrire.
— Ma eyele l'hai tu veduto?
- Ninu sua casa.
- Fosti da lui, ni nipasẹ Larga, nella sua infame dimora?
- Credeva imminente il pericolo.
— E tu per la prima gli hai parlato di mi?
— Rara, egli primo mi ha parlato di voi.
- Ignora ove io mi sono, kii ṣe vero?
- Scusatemi, padre mio, egli lo sa.
— Chi glielo ha detto?
— Io.
- Disgraziata! o mi, o ti wa fun mi!…
- O padre mio! Ṣe o ṣe atilẹyin?…
— E tu, wá puoi esser credula e cieca a tal punto? A quest'ora, Luisa, il duca sa tutto. A quest'ora, io, tu, i miei amici, siamo in suo potere; egli è il tuo folle amore, si è la tua confidenza insenata che ci ha perduti! Eyin disgraziata! che Iddio ti perdoni wá io ti perdono! ma che hai tu fatto!…
E Strozzi, che si era alzato, si lasciò ricadere sullo sgabello torcendosi le braccia.
Ni questo momento vari colpi rimbombarono violentemente alla porta del convento.
- Ascolta! disse Strozzi stendendo la mano dalla parte ove si udiva lo strepito.
— Ebbene? domandò Luisa trepidante.
— Odi? Guarda, e dubita ancora!
E, prendendo sua figlia pel braccio, Strozzi la trascinò fino alla finestra della cella, da ẹiyẹle ella vide scintillar delle armi a traverso la porta ologbele-chiusa.
— Degli sbirri!… dei soldati!... il duca! gridò Luisa. Padre mio, padre mio uccidetemi!… Ma rara, ko ṣee ṣe! Oh! voi sarete stato tradito!
— Si, fui tradito: e ciò che v'ha di più terribile, si è che fui da mia figlia!
— Oh! aspettate, aspettate, padre mio, prima di condannarmi in tal guisa.
Non fu lungo l'attendere. Fra Leonardo apparve alla porta della cella. - Fratello, diss'egli rivolgendosi ati Strozzi, siete presto pel martirio?
- Si, rispose freddamente il vecchio.
- Sta bene, continuò il monaco, dacché si avvicinano i carnefici.
Al momento stesso, si udiva la voce del duca Alessandro che diceva: - Oluduro quella porta e non permettete ad alcuno d'uscire. Voi altri, seguitemi.
Ed apparve seguito da Jacopo e dall'Unghcro.
— Ah! ah! diss'egli rindo, mi han dunque detto il vero, ed il lupo è preso all'agguato.
— Chi sei, e che vuoi? gridò fra Leonardo interponendosi fra il duca e Strozzi.
- Chi sono? disse il duca, dileggiando. Sono come tu vedi, mio degno padre, un pio pellegrino che visita la casa del Signore, per ricompensare o punire quegli che nel loro orgoglio si stimano al disopra delle ricompense e delle punizioni. Ciò che io voglio?
Escostando pẹlu violenza il monaco:
— Voglio che tu mi lasci libero il passo, perchè ho a parlare con quell'uomo.
Ma fra Leonardo si slanciò un'altra volta dinanzi a Strozzi esponendosi primo alla collera del duca.
- Quest'uomo è l'ospite del Signore, diss'egli; quest'uomo è sacro e niuno giungerà a lui che passandomi sul corpo.
- Sta bene, disse il duca il cui occhio fiammeggiò d'un lampo, vi si passera. Credi tu che colui, il quale per salire al trono ha calpestato il cadavere di una città, indietreggerebbe per tema di pigiar coi piedi quello d'un miserabile monaco?
— Andiamo, disse l'Ungher avvicinandosi e portando la mano al pugnale, devo?…
- Bẹẹkọ, kii ṣe adesso, più tardi forse; sei semper sollecito, tu!… Suvvia, disse Alessandro dirigendosi di nuovo a fra Leonardo, largo al tuo duca!
- Mio duca? rispose il domenicano; io non conosco questo nome. So ciò che è un gonfaloniere, so ciò che è un priore; ma non so ciò che sia un duca, non so ciò che sia un ducato.
— Allora, ripetè il duca Alessandro coi denti stretti per rabbia, largo al tuo padrone!
- Mio padrone! interruppe fra Leonardo kolla stessa fermezza; mio padrone è Dio! Non ho altro signore che quello che è in cielo, e mentre la voce terrena mi dice: «Vanne!» io odo una voce di lassù che mi grida: «Resta!»
— Ebbene, attendi, ripetè l'Unghero.
Ma il duca battè violentemente col piede, slanciando al birro uno sguardo che lo fe' indietreggiare.
- Aspetta dunque, diss'egli: qundo per caso io sono paziente, siilo anche tu. Vedi pure ch'io non voglio spaventar quella fanciulla. Ebbene, monaco, continuò, giacché tu non conosci nè duca, nè signore, largo al più forte!
Ed ad un suo segno, l'Ungher e Jacopo allontanarono il monaco, che, scoprendo Strozzi, lo lasciò faccia a faccia col duca.
- Duca Alessandro, disse il vecchio proteggendo ancora colle braccia la figlia, mentre insultava il duca: credeva che ti bastassero il tuo cancelliere, il tuo bargello, le tue guardie, senza che tu stesso dovessi rappresentare la parte dello sbirro. M'ingannai.
Il duca scoppiò in risa. — E conti tu fun nulla, ripres'egli, il piacere d'incontrare il proprio nemico faccia a faccia? Mi prendi forse per uno di quelli che camminano pian piano la notte in una città, che si celano il giorno in un antro, che aspettano pazientemente l'ora di protendere a tradimento il braccio nell'ombra e di colpir per di dieto? Rara, io cammino al chiarore del sole, e vengo a dirti in pieno meriggio: Strozzi, noi abbiam giuocato l'uno contro l'altro una partita terribile, la cui posta era la vita; tu hai perduto. Strozzi, paga!
— Sì, rispose Strozzi, e ammiro insieme la prudenza del giuocatore che viene a reclamare il suo debito così bene accompagnato.
— Credi tu che io avessi paura, forse? credi tu che io non mi sarei recato solo dovunque avessi avuto speranza d'incontrarti? Oh! tu sei in uno strano errore, o mi prendi per qualcun altro.
Allora, volgendosi ai nitori birri:
- Jacopo e l'Unghero, diss'egli; chiudete la porta, e, qualsiasi cosa vi giunga all'orecchio, non venite che qundo vi chiamerò.
I due birri vollero opporti, ma Alessandro battè il piede con violenza, ed amendue uscirono richiudendo la porta. Fra Leonardo si prostrò dinanzi un inginocchiatoio.
- Ebbene, disse il duca con suprema alterigia, eccomi adashe, Strozzi, adashe contro voi nitori. Ah! comprendo, io sono armato, e voi siete senz'armi. Aspettate. Vedi, Strozzi, io getto la mia spada.
E difatto, trasse la spada e la cacciò dieto a sè.
- Tieni, Strozzi, io t'offro il mio pugnale.
E stese il suo pugnale a Strozzi.
— Accorri, vecchio Romano… Non vi fu nell'antichità un Virginio che uccise la figlia, un Bruto che uccise il suo re? Scegli fra i nitori. Ferisci, fatti immortale com'essi!… Andiamo, ferisci, ma ferisci adunque! Ṣe arischi iwọ? Neppur la tua testa; sai bene ch'ella è del carnefice. E a te, monaco, che ti trattiene? alza da terra quella spada e vienmi a colpir per di dietro, se la tua mano trema nel fissarmi il volto.
- Il mio Dio proibisce ai suoi ministri di spargere il sangue, rispose fra Leonardo con voce calma ma ferma; se ciò non fosse duca Alessandro, io non avrei serbata la causa della patria ad altro braccio che al mio, e da lungo tempo tu saresti morto e Firenze sarebbe libera.
— Ebbene, Strozzi, chiese il duca, credi tu ancora ch'io abbia paura?
Fuvvi un istante di silenzio. Luisa ne profittò.
- Rara, monsignore, rara, diss'ella con voce tremante, tutti sanno che voi siete prode. Ebbene siate buono quanto siete coraggioso.
- Silenzio, fanciulla: gridò Strozzi; credo che tu lo preghi!
— Padre mio, insistè Luisa mentre Alessandro rimetteva la spada nel fodero e il pugnale nella guaina, padre mio, lasciatemi dire. Dio dara forza alle mie parole. Monsignore!… continuò ella prosternandosi.
Ma fra Leonardo, slanciandosi dal suo inginocchiatoio:
- Alzati, fanciulla, rialzati! gridò. Nessun patto fra l'innocenza e il delitto! nesun patto fra l'angelo e il demonio! Rialzati.
- Hai ijapa! disse il duca, rindo del suo riso più terribile ancora della sua collera; ella è tanto bella così, ch'io stava per obbliar la mia offesa, e non ricordarmi che dell'amore.
- Figlia mia! figlia mia! gridò Strozzi, afferrando
sua figlia, e avviluppandola kolle sue braccia.
— Eyin mio Dio! o mi Dio! gridò fra Leonardo scongiurando il cielo collo sguardo, se tu vedi simili cose senza tuonare, io dirò che la tua misericordia è più grande ancora della tua giustizia.
-Jacopo! l'Unghero! gridò il duca dopo aver atteso un istante, wá per lasciar a Dio tempo di colpire.
Mo nitori birri entrarono.
- Ai vostri ordini, altezza, disse l'Unghero.
- Consegnate quei nitori uomini alle guardie, disse il duca indicando fra Leonardo, e Strozzi, e che sian condotti al bargello.
- Monsignore! monsignore! gridò Luisa, in nome del cielo non lọtọ il padre dalla figlia; ti kii istrappate il prete al suo Dio!
- Taci, ati lẹẹkansi! gridò Strozzi. Non una parola di più, non un passo innanzi, o io ti maledico!
— Oh! mormorò Luisa cadendo infiacchita sui suoi ginocchi.
- Addo, figlia mia, le disse Strozzi; Iddio solo veglierà ora su te; ma non obbliare giammai che Lorenzino è quegli che mi uccide.
- Padre, padre mio! gridò Luisa stendendo le sue mani verso il vecchio.
Ma questi, senza pietà alle sue preghiere, le mandò un ultimo addo più ripieno forse di collera che di tenerezza, ed uscì.
- Eyin monsignore! monsignore!… disse la fanciulla semper ni ginocchio ati trascinandosi al duca; non posso dunque nulla fun salvar mio padre?
Il duca, che stava già per uscire, torno alla giovinetta:
— Sì, fanciulla, diss'egli, tu sola al contrario puoi salvarlo.
— E che deggio fare a tal uopo, monsignore?
- Lorenzino te lo dirà, rispose il duca.
Ed uscì.
9
Il Bargello
Il Bargello, vasto edificio costrutto da Arnolfo di Lapo per servir insieme di corte criminale e di prigione, e sui muri del quale fu ultimamente scoperto un ritratto di Dante, opera del Giotto, opera del Giotto, è ancora oggidì, col suo gigantesco scalone guardato da unonenument col suo gigantesco scalone guardato da unonenu de unonenu. maggior grandezza ed originalità le epoche terribili di cui vide compiere gli avvenimenti.
Al Bargello erano stati condotti ti kii adashe Filippo Strozzi e fra Leonardo, ma anche Selvaggio Aldobrandino, quantunque ferito, Bernardo Corsini, che gli avea dato asilo, e gli altri Patriti, che il duca stimava facesser parte alla cospirazione, alla quale avean cooper avean cooper kuore.
Erano stati tutti rinchiusi nella stessa kamẹra, vasta sala dalle finestre grigliate e dai muri coperti di iscrizioni scolpite dai molti martiri della stessa causa che avean preceduto gli eroi di questo racconto.
Al momento che introduciamo il lettore in mezzo a queste nobili vittime della tirannia del granduca, fra Leonardo è appoggiato ad una delle colonne che sorreggono la volta: Strozzi è seduto; vicino a lui Selvaggio Aldobrandino, coricato sur un banco, la testa adagiata sul suo mantello avvoltolato: gli altri circondano Bernardo Corsini, il quale sta in piedi sur uno sgabello, intento a scrivere sul muro con un chiodo.
— Che fai tu là, Bernardo? chiese il monako.
— Lo vedi, padre mio, rispos’egli, scrivo il mio indegno nome accanto a quello dei martiri che mi han preceduto quaggiù, e che mi attendono in cielo.
E passò il chiodo a Vittorio dei Pazzi.
- Alla mia volta, disse Vittorio. Per il Cristo nostro, ultimo principe eletto dalla nazione! questi muri saranno un giorno il libro d'oro di Firenze. Vedete, ecco il nome del vecchio Giacobbe dei Pazzi, mio avo; ecco quello di Gerolamo Savonarola: ecco quello di Nicolò Carducci, di Dante da Castiglione… Viva Dio! che bella guardia di nobili fantasmi deve avere colassù la libertà!
- Scrivi anche il mio, Pazzi, gridò Selvaggio, scrivi il mio fra il tuo e quello di Strozzi. Voglio che la posterità sappia ch'io ero con voi: e, se la muraglia è troppo dura, vieni a prendere del mio sangue e scrivi invece di scolpire… La mia ferita è ancor fresca e non te ne rifiuterà. Scrivi, scrivi: Selvaggio Aldobrandini, morto per la libertà.
- Ati, Strozzi! disse Vittorio, dopo avere scolpito il nome di Selvaggio sotto il suo.
E gli porse quell'ignobile chiodo, addivenuto fra le mani di tanti illustri personaggi il bulino della storia.
Filippo Strozzi prese il chiodo, e, all'altezza della sua mano, scrisse:
Dagli amici salvimi Iddio
Che dai nemici mi salvo io.
Vittorio ibinujẹ.
- La preghiera è buona, diss'egli ma dai muri d'una prigione ha il difetto di giungere un po' tardi.
Gli altri seguitarono ad iscrivere i loro nomi.
Ni quel momento apparve ọkan famiglio dell'inquisizione di Stato.
— Filippo Strozzi è di ritorno dall'interrogatorio? chiegli.
— Sì, chi dimanda di lui? chiese Filippo Strozzi.
— Una giovanotta che ha facoltà di passare una mezz'ora con lui, rispose il famiglio.
- O kan giovinetta! disse Strozzi pẹlu sorpresa. Kii ṣe Luisa…
— È dessa, padre mio! gridò dalla porta la figlia di Strozzi.
- Vieni, figlia mia, disse Filippo aprendo le braccia. Ti ho perdonato, gli altri perdoneranno, spero.
Poi ad un tratto, tornando a tutta la sua tenerezza paterna e sorrandola al suo seno con terrore:
— Oh! fanciulla mia, esclamò, tu mi fai tremare… Da chi hai avuto il permesso di vedermi?
- Dal duca stesso, rispose Luisa.
— Wa wo hai ottenuto?
- Fui a richiederlo.
— Àdàbà?
- A palazzo.
— Al palazzo del duca?… gridò Strozzi. Ṣe o tun gba orukọ rẹ silẹ?… La figlia di Strozzi a casa di quel bastardo dei Medici?… Oh! mi saria stato men doloroso di non più rivederti, anzi che rivederti a tal condizione… Vanne, vanne!…
E respinse sua figlia.
— Strozzi, sii uomo… disse fra Leonardo accogliendo la giovinetta fra le sue braccia.
Ma il vecchio si alzò e mentre la povera fanciulla lo guardava sorpresa e impaurita:
— Ella fu in casa sua!… seguitò cacciandosi le mani nei capelli. Ella è entrata in quella caverna di depravazione, in quell'antro di lussuria!… E di quant anni d'innocenza hai tu pagato la grazia di vedermi una mezz'ora?… Rispondi, Luisa, rispondi?…
- Padre mio, rispose la giovinetta con umile affetto, Dio sa che non merito ciò che mi avete detto. E poi io ti kii era sola; Lorenzo era presso il duca, Lorenzo non ci ha lasciati.
— Così, Luisa, nesun patto infame?
- Nulla, padre mio, nulla, sull'onore della mia famiglia. Io mi son gettata a' suoi piedi, ho chiesto di vedervi. Egli scambiò qualche parola a voce sommessa con Lorenzo, poi firmò una carta, me la consegno ed io uscii senza avere ad arrossire d'altro che delle sue occhiate.
- Non monta, riprese Strozzi, scuotendo il capo, havvi sotto questa clemenza, Luisa, qualche mistero ẹru. Ora, giacché mezz'ora ti fu conceduto, mettiamola a profitto. Questi istanti sono probabilmente gli ultimi che noi trascorriamo insieme.
— Padre mio!… esclamò Luisa.
— Dio ti ha dato la forza, figlia mia, disse il vecchio, e posso parlarti non come ad una fanciulla, ma wá ad una donna.
— Oh! mio Dio! Voi mi fate tremare, padre mio! mormorò la giovinetta.
— Tu conosci l’uomo che vuole la mia testa, conosci il tribunale che mi giudica!…
— Sareste voi condannato, padre mio?...
— Ko si… non ancora… ma posso esserlo… lo sarò certamente… Rispondimi dunque wá se lo fossi di già. Pensa che si è la tranquillità delle mie ultime ore ch'io sto per domandarti. Pensa che al condannato non resta soltanto a morire, ma che è necessario ch'ei muoia da cristiano, vale a dire, senza maledizioni, senza bestemmie…
— Grazie a voi, mio Dio, mormorò fra Leonardo, a voi che avete qui condotto quest’angelo per rendergli la fede ch’egli avea quasi perduta.
— Che deggio fare, padre mio, fun darvi la tranquillità? Ditemelo, e vi obbedirò all'istante.
— Luisa, disse Strozzi con voce solenne, qundo tu vedrai rizzare il mio palco, qundo saprai che io vado al supplizio, giurami che non farai un passo verso quell'uomo per salvarmi, dovesse la mia vita esserne il prezzo!… infamia…
A render più solenne la sua promessa, Luisa si lasciò cadere sui suoi ginocchi, e, poste le mani in quelle del vecchio:
- Padre mio, padre mio! ve lo giuro, diss'ella, E Iddio mi punisca se manco al mio giuramento!
- Non è tutto ancora, continuò Strozzi posando le sue mani sulla testa della fanciulla e guardandola con suprema tenerezza; il pericolo che ti perseguita durante la mia agonia può sopravvivere alla mia morte. Ciò che il duca non ha potuto ottenere dalla paura, ei può cercare d'ottenerlo colla violenza.
— Padre mio!… esclamò Luisa.
— Ei può tutto!… egli osa tutto!… proseguì vivamente il vecchio. E un infame!
— Mio Dio! mormorò la fanciulla celando colle mani il rossore del suo volto.
— Luisa, insistè Filippo, ami meglio morir giovane e pura, non è egli vero, anziché vivere nell'onta e nel disonore?…
— O sì… cento volte sì… mille volte sì… Dio ne è testimonio!
— Ebbene, disse Strozzi con voce che cominciava a tremare suo malgrado, se tu cadessi mai in potere di quell’uomo… se tu non vedessi altro scampo… se la misericordia stessa di Dio non ti offerisse via alcuna di speranza…
- Tesiwaju… dite, dite, padre mio…
— Ebbene, un sol tesoro mi rimaneva, che io aveva sottratto agli occhi di tutti… un ultimo consolatore, un amico supremo che doveva accorciarmi la tortura ed esimermi dal patibolo. Si è questo veleno…
- Datemelo, padre mio! gridò Luisa, indovinando l'intenzione del vecchio.
- Bene, bene, Luisa! disse Filippo, grazie! Questo veleno e la libertà, è l'onore; Prendilo, Luisa, io te lo do… rammenta che sei figlia di Strozzi!
— Sara fatto wá voi desiderate, padre mio, ve lo giuro!
E stese il braccio a confermar colla voce e col gesto il giuramento.
- Grazie, disse Filippo; ora morrò ni iyara. E tu, mio Dio, tu che odi un tal giuramento, non è egli vero, mio Dio, che non permetterai ch'ei si compia?
Ni quel momento la porta della prigione si aprì, ed il famigliare che aveva accompagnato Luisa riapparve: questa volta era seguito da un uomo mascherato.
L'uomo mascherato entrò con lui, ma si fermo alla porta.
- La mezz'ora è trascorsa, disse il famiglio rivolgendosi alla giovinetta, bisogna seguirmi.
— Oh! di già! di già! gridò la fanciulla.
— Va, figlia mia, e sii benedetta! disse Strozzi.
- Un istante ancora! ancora un secondo! insiste Luisa.
— Rara, o, o! Addo, figlia mia,nessuna grazia da questi uomini.
- Addo, padre mio!
- Ci rivedremo ni cielo, disse fra Leonardo.
— Oh! mormorò Strozzi torcendosi le mani.
- Coraggio, coraggio, povero padre! disse fra Leonardo serrandolo al suo cuore.
Frattanto Luisa, trascinata dal famiglio, si allontanava.
Mentr'ella passava vicino all'uomo mascherato:
— Luisa!… ko beere ohun kan.
Al suono della voce, la fanciulla si scosse.
— Lorenzo!… diss'ella sospirando.
— Fidi semper di mi? chiese l'uomo mascherato.
— Più che mai.
- Ebbene, allora, a stasera.
— A questa sera, ripetè la fanciulla.
E, pieno il cuore di speranza e di gioia, ella uscì.
La porta si rinchiuse, e l'uomo mascherato resto solo coi prigionieri, gli sguardi dei quali si fissarono su lui con sorpresa mista a minaccia.
Solo è immerso nel suo dolore, Filippo Strozzi, nelle braccia di fra Leonardo, non se ne occupava.
Vittorio dei Pazzi, movendo un passo al suo incontro, fu il primo a volgergli la parola.
— Chi sei tu, che t'introduci mascherato fra noi? Chies'egli; qualche spia di Maurizio? qualche sbirro del duca?
— Sei tu il ijapa? Siamo presto ai tormenti! disse Corsini.
— Sei tu il carnefice? continuò Selvaggio Aldobrandini facendo uno sforzo fun reggersi ni piedi. Siamo presti alla morte!
- Andiamo, parla, uccello del malaugurio! riprese Vittorio dei Pazzi. Qual nuova ci arrechi?
- Vi arreco la nuova, disse Lorenzino smacherandosi, che siete tutti condannati a morte, e che sarete tutti giustiziati domani mattina al primo albore!
- Lorenzino! esclamarono tutti i prigionieri.
— Ṣe o jẹ? chiesegli Vittorio.
— Se domandi? insitè Bernardo Corsini.
— Che importa a voi, rispose Lorenzino, a voi, cui altro più non resta che pregare e morire?..
Allora fra Leonardo s'innoltrò a sua volta.
— Lorenzo, diss'egli, scendi tu nelle catacombe fun insultare ai martiri? A che vieni tu qui?
- Fra breve il saprai, monaco, perchè gli è a te che io deggio parlare.
- Ṣe o wa fun mi?
— Di' a tutti quegli uomini di allontanarsi e di lasciarci soli quanto è possibile.
- A che?
— Perchè ho un secreto a rivelarti, e che siccome io pure sono in pericolo di morte, voglio che tu oda la mia ijewo.
- La tua ijewo! esclamò fra Leonardo indietreggiando di un passo.
— Sì.
— Io, udir la tua ijewo? disse il monaco spaventato, e perchè io più di un altro?
- Perchè la tua vita è condannata, perchè la tua vita dipende dal mio secreto; perchè infine, di tutta Firenze, io non mi fido ad altro confessore che a te.
- Miei fratelli, indietro tutti! disse fra Leonardo, pallida la fronte, perchè, wá lo avea detto a Strozzi, dubitava avere ad udire qualche cosa di ben terribile.
Mo prigionieri obbedirono. Fra Leonardo sedette appiè della colonna, e Lorenzino s'inginocchiò innanzi a lui.
- Padre mio, disse il giovine, gli è un anno ch'io son tornato a Firenze, maturando già nel mio cuore il progetto che sto oggi per compiere. Din appena nella mia città natia, siccome temeva di infondere negli altri i sentimenti che io stesso nutriva, percorsi i diversi quartieri della città; interrogai le case dei poveri ei palazzi dei ricchi. M'immischiai agli umili operai ed agli orgogliosi patrizi. Una sola voce simile ad un gemito immenso, s'innalzava da ogni parte accusando il duca Alessandro. L'uno gli ridomandava il suo onore, l'altro il suo denaro; questi un padre, quegli un figlio. Tutti piangevano, tutti si lagnavano, tutti accusavano; ed io dissi a me stesso: Rara, non è giusto che un popolo intero soffra in tal modo per la tirannia di un sol uomo.
— Ah! disse fra Leonardo, ciò che noi avevamo sperato era dunque vero?
- Allora, ripigliò Lorenzino, io mi guardai attorno. Vidi la vergogna su tutti i volti, il terrore in tutti gli spiriti, la corruzione in tutte le anime. Cercai chi potesse sorreggermi, e sentii tutto a piegar sotto le mie mani. La delazione akoko dovunque, all'interno e all'esterno; penetrava nel seno delle famigli; correva e discuteva nel seno delle famiglie; sedeva al focolare conjugale e si rizzava ad ogni crocicchio! Allora io compresi che chiunque volesse cospirare a tai giorni non doveva eleggersi a truste che il solo suo pensiero, a complice che il proprio suo braccio. Compresi che, simile al primo Bruto, ei doveva coprire il suo volto d'un velo tanto fitto da renderlo impenetrabile ad ogni sguardo. Lorenzo divenne Lorenzino.
- Seguita, figlio mio, seguita, disse fra Leonardo trepidante.
- Bisognava giungere al duca, continuò il giovane. Bisognava ch'ei difidasse di tutti, bisognava ch'egli fidasse ninu mi adashe. Mi feci il suo cortigiano, il suo servo, il suo buffone. Non solo obbedii ai suoi ordini, ma prevenni le sue volontà, precessi i suoi desiderii… Durante un anno, Firenze mi chiamò vile, traditore, infame! Durante un anno, il disprezzo dei miei concittadini pesò su me, più grave della pietra sepolcrale; durante un anno tutti i cuori dubitarono di me, ad eccezione d'un solo… Ma, alfine, ho riuscito: alfine, son giunto al termine del mio lungo e penoso cammino… Padre mio, questa notte io uccido il duca Alessandro.
- Parla piano, parla piano, mormorò fra Leonardo.
- Ma, riprese Lorenzo, il duca è scaltro, il duca è forte, il duca è bravo. Tentando di salvar Firenze, posso soccombere a mia volta. Mi abbisogna dunque l'assoluzione in articulo mortis. Datemela padre mio, datemela senza esitare ch'io abbastanza ho sofferto sulla terra perchè non mi mercanteggiate il cielo!
- Lorenzino, disse il frate, è un delitto l'assolverti, il so; ma questo delitto io lo prendo su me. E qundo Dio ti chiamerà per chiederti conto del sangue che avrai versato, io mi presenterò al tuo posto dicendo: Signore, non cercate il colpevole… Signore, il colpevole vi sta dinanzi.
- Sta bene, tutto è detto, rispose Lorenzino. Ora egli, al par di voi, è condannato e non trattasi più che di tempo… Padre mio, domani, qundo si verrà a cercarvi, gridate tutti: «Il duca Alessandro è morto! Il duca Alessandro fu ucciso da Lorenzino! Aprite la casa di Lorenzino e troverete il suo cadavere!… » Ed il carnefice stesso tremerà, o il popolo correrà alla mia casa in via Larga, e il popolo rinverrà il corpo; e invece di esser condotti al patibolo, sarete portati in trionfo.
— Ewo?
— Io? Io aprirò al popolo la porta della stanza ove sarà il cadavere del duca. Ed ora che vi ho detto tutto ciò ch'io ho a dirvi, addo, padre mio!
Poi, avanzandosi verso gli altri prigionieri che aggruppati teneansi femi alla porta:
- Largo, signori, diss'egli.
— E se noi non volessimo sgombrarti il passo? disse Vittorio dei Pazzi.
— E se ci prendesse desiderio di vendicarci prima di morire? disse Bernardo Corsini.
— Se avessimo deciso di soffocarti fra le nostre mani, di strangolarti colle nostre catene? disse Filippo Strozzi.
E tutti uniti, perfino Selvaggio Aldobrandini, che tentava trascinarsi presso a Lorenzino, gridarono:
— Ch'ei muoia, colui che ci ha tutti venduti! ch'ei muoia, il traditore! ch'ei muoia, l'infame!
- Lorenzino, aggrottando le sopracciglia, portò la mano alla spada; ma udì la voce di fra Leonardo che diceva piano al suo orecchio:
- Arrest, Lorenzo! è l'ultima sofferenza della tua passione, è l'ultima spina della tua corona!
Poi, ad alta voce e dirigendosi ai prigionieri:
- Fratelli, disse, lasciate passare quell'uomo; egli è il più grande di noi tutti!
E Lorenzino escì ni mezzo allo stupore dei prigionieri, che obbedendo all'ordine di fra Leonardo, ti kii fecero un moto fun impedirglielo.
10
Awọn ẹrọ
Era in quella sera gran festa al Palazzo della nipasẹ Larga; il duca Alessandro aveva riuniti i più intimi a festeggiare con lui il suo trionfo sui repubblicani: solo un posto era rimasto vacante alla sua tavola.
Era quello di Lorenzino.
Già varie volte eran corse domande sulla sua assenza, ma ad ogni interrogazione, il duca rispondeva sorridendo:
- Non vi preoccupate della lontananza di Lino, ki ẹiyẹle egli è.
A mezzanotte Lorenzo entrò, s'assise vicino al duca, riempì di vino la sua coppia e l'alzo dicendo:
— Alla prosperità, alla gioia, ai piaceri dell'amato nostro duca!
Tutti fecero eco al brindisi, ed egli allora, inchinandosi all'orecchio del duca:
- Bevete nitori tazze anzi che una, monsignore, gli disse; fra un'ora Luisa sarà nella mia kamẹra ad attendere vostra altezza.
— Hai fatto ciò, carino? chiese il duca a mezzo ubbriaco.
— Non vi aveva io dato la mia parola, monsignore?
- Fra un'ora? e chi verrà ad avvertirmi?
- Ascoltate, monsignore, io non ho alcuno cui fidarmi. Voi avete l'Unghero che vi è devoto, non è vero?
— Sono sicuro di lui wá di mi stesso.
- Prestatemelo fun recarmi alla torre dalla nostra bella afflitta.
— Buono! disse il duca, ella conoscerà che mi appartiene, e non vorrà seguirlo.
— Con una maschera al viso e un biglietto di mio pugno?… Andiamo! D'altronde, la fanciulla sa ove si conduce.
— Allora, perchè tante precauzioni?
- Per salvar le apparenze, monsignore.
— Prendi dunque l'Ungher, io lo metto ai tuoi ordini.
- Chiamatelo, monsignore, e ditegli ch'ei deve obbedirmi ni tutto.
Il duca chiamọ il birro.
- Segui Lorenzino, gli disse, e, sul tuo capo! fa tutto ciò ch'egli ti ordinerà.
L'Unghero, avvezzo a tali raccomandazioni, si accontentò di rispondere con un cenno del capo.
Lorenzo si alzo.
— Vai via, carino? gli chiese il duca.
- Perdio! monsignore, bisogna bene ch'io assetti la vostra kamẹra.
- Mi prometti che, appena giunta la bella, mi farai avvertito?
— L'Unghero stesso ve ne avvisera… . Trattasi di non farvi attendere, monsignore.
Lorenzino fe' qualche passo fun uscire: poi, ritornando al duca:
— Monsignore, la vostra parola che niuno dei vostri convitati saprà àdàbà vi recate, nè perchè lasciate la tavola?
- Ni parola mia!
— La vostra parola che farete una finta onde deviare coloro che vi vedranno uscire?
- La ti ṣe.
— Non ve ne dimenticherete?
— Carino! esclamò il duca.
- Bene, bene, disse Lorenzino; amo meglio nitori promesse che una sola. Sulla vostra fede di gentiluomo, monsignore?
- Ni fede di gentiluomo!
- Allora tutto sta bene
- Che hai, Lorenzino? chiese il duca.
— kiyesi i? disse il giovine.
— Sei pallido wá un morto, e pure il sudore scorre dalla tua fronte.
- Credo bene! disse Lorenzo asciugandosi con un fazzoletto di batista ricamato, pari a quelli di cui si Servivano le signore. Si soffoca qui….
Ed usci frettolosamente.
Mezzanotte suonava all'orologio del Duomo, qundo Lorenzo ponea il piede nella nipasẹ Larga.
Era la notte del 5 al 6 gennaio… notte d'inverno scura e fredda; appena vedevasi a dieci passi distanza.
Lorenzino s'avviava lentamente, guardandosi a dritta ed a manca, wá uomo che cerca qualcuno.
Al canto della nipasẹ delle Lancie, un uomo gli si presentò ad un tratto.
Lorenzino arretrò portando la mano al pugnale.
- Sono io, monsignore, disse l'uomo.
— Ah! se ti Michele? chiese Lorenzino
— Non mi avevate detto d'attendere vostra eccellenza nella via Larga, dalle undici ad un orra del mattino?
- Ṣí; e son lieto di trovarti esatto all'appuntamento… . Ṣe o wa pronto?
— Si.
- Seguimi, allora.
- State dunque fun vendicarvi? chiese il birro.
- Fra un'ora spero che tutto sarà finito, Michele!
- Siete ben felice monsignore!
Lorenzino, senza rispondere, s'incamminò il primo, rientrò nella via Larga e aperse una piccola porta.
— Ah! ah! disse Michele, gli è in vostra casa che si fara il negozio?
- Appunto.
— Non temete che si odano da casa del duca le grida ed il fragor delle armi?
— Da un anno, disse Lorenzino, i vicini hanno udito in mia casa tante grida e tanto strepito di armi, che non vi abbaderanno punto; sta di buon animo.
Giunto al primo piano, Lorenzino aprì una porta, ove fe' entrare Michele.
Stava fun lasciarvelo adashe, qundo lo sbirro il trattenne pel braccio.
- Monsignore, diss'egli, io vi appartengo, ma voi pure mi avete fatto una promessa.
- Ricordamela.
- La è quella di lasciarmi arbitro di liberarmi dal duca, tosto ucciso il vostro nemico.
— Sei dunque semper della stessa intenzione?
— Più che mai.
— E nè per oro, nè per denaro, nè per preghiere, nè per minacce, tu non rinunzierai al tuo disegno?
— Ho fatto giuramento di ucciderlo senza pietà, senza misericordia!
— Gli è dunque vero ciò che m'hai raccontato?
— Vi ho detto la pura verità.
- Ma è impossibile a credersi.
- Perchè dunque?
- Perchè non esiste uomo capace di simil crudeltà.
— Il duca Alessandro non è un uomo!
- Ell'era dunque bella, quella fanciulla?
— Oh! bella wá un angelo!
— Ho obliato il suo nome; si chiamava, mi hai detto?
- Nella.
— E a quanti anni è morta?
- A diciott'anni.
- Assai giovane!
— Oh! ma si è già troppo vecchi, quando da nitori anni il dolore e la vergogna sono entrati nella vita!
— E tu di' che dopo averti dato speranza di farti suo sposo, il duca Alessandro… ?
— Oh! tacete, tacete, monsignore!… disse il birro soggiacendo ai ricordi che gli richiamava così crudelmente Lorenzino. Tacete! Voi mi rendereste insensato! Non si tratta di mi, trattasi di voi, non è egli vero? Voi mi avete fatto venire fun aiutarvi ad uccider qualcuno. Egbene, qual è l'uomo tanto rinnegato dal cielo, ati costringermi a mercanteggiare col prezzo del suo sangue la mia vendetta?… Ditemi il suo nome, ed io sono presto.
- Non ho bisogno di nominarlo, lo vedrai.
— Lo conosco dunque?
- Hai ben poca memoria. Michele, tu mi hai nominati quattro uomini che erano nella camera verde in quella notte fatale, ed io ti ho detto che quegli di cui dovea vendicarmi era uno di essi.
- E vero, monsignore; ciò basta.
— Andiamo dunque!… Io ti lascio in questa stanza; tienti pronto… pensa al duca… sogna la tua vendetta… e qundo verrò a cercarti, fa ch’io ti trovi la spada alla mano.
- Siate tranquillo, monsignore.
Lorenzo chiuse la porta dietro Michele ed entrò nella kamẹra preparata pel duca.
Il fuoco ardeva nel Camino; era la sola luce che rischiarasse la stanza.
Appena il giovine vi fu entrato, udì sulla scala dei passi.
Ascoltò: erano i passi di un uomo e di una donna.
Udivasi il fruscio di un abito di seta.
Egli si celò nel corridoio e non ebbe che il tempo di aprire una porta e richiuderla dietro a se.
Cinque secondi di poi, Luisa, avendo a guida l'Unghero semper mascherato, passava dinanzi la porta ed entrava nella kamẹra.
Quella stanza era sconosciuta a Luisa, giacché quella in cui era entrata il mattino stava all'altro lato dell'appartamento.
Ma ella aveva ricevuto il biglietto di Lorenzino, riconosciuta la sua scrittura, ed era tutto ciò che le abbisognava.
- Siamo giunti, ed è qui che dovete attendere, disse l'Ungher.
- Grazie, rispose Luisa sedendosi.
- Desiderate qualche cosa, signora? chiese lo sbirro.
- Rara, soggiunse la fanciulla; dite soltanto a quegli che vi ha mandato a me, che io sono giunta e che lo attendo.
- Sta bene, signora.
E richiudendo la porta, egli uscì.
— Non avea fatti ancor nitori passi nel corridoio, qundo Lorenzo lo fermò.
— Ella è là? chies'egli sottovoce.
- Sì, monsignore.
- Ebbene, va a dire al duca che noi l'aspettiamo; ma ch'ei ricordi di con lasciarsi scorgere da alcuno, altri che te.
L'Unghero s'inchinò e volle rendergli la chiave della casa.
Ma Lorenzino rifiutò di prenderla.
- E il duca? gli disse, wa vuoi tu ch'egli enri?
— È giusto, disse l'Ungero.
Ed uscì portando seco la chiave.
Il duca aveva bene impiegato il tempo, e quando l'Unghero entrò nella sala, trovò il suo signore a mezzo briaco.
Gli fe' un segno; il duca si alzo e venne a lui.
— Ebbene? chiese allo sbirro.
- Ebbene, monsignore, ella vi aspetta, disse l'Ungher.
— Davvero, continuò il duca, Lorenzino è un uomo prezioso! Credo che se io gli chiedessi la Madona, riuscirebbe a procacciarmela.
Poi, passando al suo gabinetto di toletta, indossò un lungo abito di raso foderato in zibellino.
— Metterò i miei guanti da guerra, o quelli profumati da far all'amore? chies'egli gbogbo'Ungero.
- Mettete quelli fun l'amore, eccellenza, rispose l'Unghero.
Di fatto eranvi sul tavolo guanti di maglia, e guanti profumati.
Il duca prese e mise i secondi. Poi aprendo la porta della sala:
- Buona sera e buona notte, signori, diss'egli; potete restare a tavola quanto via piacerà. V'hanno dei vini nelle cantine e dei letti negli appartamenti. Non venite a corteggiarmi prima del mezzogiorno: dormirò fino a tardi.
- Aspettate, disse uno dei convitati; vengo con voi, monsignore.
- Rara, rara, atunṣe Giustiniano, disse il duca, ti kii ho bisogno d'alcuno.
Ma coll'ostinazione dell'ebbrezza, Giustiniano da Cesena, che era capitano del duca, insistè.
- Ebbene, vieni dunque, beone! disse il duca.
Poi sotto voce a Jacopo.
- Alla piazza San Marco, diss'egli lo rimenerai fun amore o fun forza: l'Ungero mi basta.
E tutti quattro uscirono dal palazzo. Ma per isviare i sospetti wá lo avea promesso a Lorenzino, il duca voltò per la via dei Calderai, prese quella dei Ginori, seguì un istante la strada San Gallo, voltò per quella degli Arazzieri, spinse Giustiniano sulla piazza San Marco, e, seguito dall' via Laghero via Laghero.
Frattanto, Lorenzino akoko entrato nella kamẹra ove attendevalo Luisa.
Ni vendendolo, la fanciulla si alzo vivamente e si slanciò fra le sue braccia.
- Tu non hai dubitato di mi, le disse Lorenzino; grazie.
— Il giorno in cui dubiterò di te, rispose la fanciulla, sarà il giorno della mia morte!
- Attendi, che io chiuda questa porta, disse Lorenzino.
Ed andò a serrarla; tonando to Luisa:
- Avesti fidanza fino al itanran, mia amata Luisa; tabi ascoltami.
— Wa si ascolta la voce di Dio; ma innanzi tutto, mio padre?
— Ti ho detto che tuo padre sarebbe salvo, e lo sarà. Ma ciò non basta; pensando a lui, io ho pensato a noi tutti, fanciulla mia; fra un'ora noi lasciamo Firenze.
— E eyele andiamo?
— A Venezia… Ho qui (Lorenzino battè sulla sua tasca) un permesso datomi dal vescovo di Marzi per prendere dei cavalli da posta; una volta libero, tuo padre ne raggiungerà.
- Allora partiamo, amico mio.
- Rara, kii ṣe ancora: prima della nostra partenza, un grande avvenimento dee compiersi, Luisa?
— Àdàbà?
- Qui.
— Wá, qui?
- Qui ni questa kamẹra.
– Ewo... io?
- Tu, Luisa, tu starai là in quel gabinetto; qualunque cosa tu oda, qualunque chiasso si faccia, qualunque cosa si compia, tu non farai un moto, non muoverai un passo, non fiaterai sillaba… Quando tutto sarà ultimato, io ti aprirò, Luisa… tu chiuderai gli occhi attraversando e questo camera…
- Lorenzo! Lorenzo! esclamò Luisa, tu mi fai tremare!… Che sta dunque per accadere? Oh! non son mica una bambina… Mio padre stesso me lo ha detto, sono una donna!
- Zitto! disse Lorenzino; ko hai tu udito?..
- Parvemi che la porta della strada si richiudesse.
— Kósì è. Entra ni quel gabinetto, Luisa… . È il momento supremo… . Chiama in tuo ajuto tutto il tuo coraggio, e, vedessi tu entrare la morte istessa, taci.
— Santa Madre degli Angioli, che succederà dunque?..
Lorenzino spine la fanciulla nella kamẹra attigua; chiuse la porta mettendone in tasca la chiave, si lanciò fuor della stanza, ed entrò nel gabinetto ove erasi già celato mentre l'Unghero passava.
L'Unghero passò una seconda volta, ma questa volta accompagnato dal duca.
Il duca entrò gravemente nella kamẹra e sedette sul letto.
— Ebbene, richiise, ov'è ella dunque?
- Chi? domandò l'Unghero.
— Questa bella Luisa che Lorenzino mi ha promessa, e che tu sei andato a chiamare con una parola di lui.
- La ho lasciata qui, monsignore; senza dubbio ella sta per approssimarsi.
— Va bene… ati bene, disse il duca. Emi ko ṣe akiyesi Lorenzino… Tun ṣe… . attendimi di fronte al palazzo Sostegni fino al giorno. Se al giorno non sarò ancora rientrato, ciò che è probabile, ti recherai ad aspettarmi al palazzo.
— Monsignore rimane adashe?
— Eh! ko si, ti kii resto adashe, imbecille! disse il duca rindo, poiché Lorenzino sta per condurmi la sua fidanzata… . Andiamo, o daju:
L'Unghero escì dalla kamẹra.
Lorenzino, wa la prima volta lo attendeva nel corridoio.
- Ṣe o jẹ? gli chies'egli.
- Eccola, disse l'Ungero.
— Il duca ti ha detto d'aspettarlo?
— Sì, fino a giorno… . se al giorno egli non è uscito, posso rientrare al palazzo.
- E puoi rientrarvi anche adesso, disse riendo Lorenzino. Io ti do congedo.
— Voi mi garentite che monsignore non escirà innanzi giorno?
— Te ne accerto sulla mia fede di gentiluomo, disse Lorenzino mettendo la sua mano sulla spada del birro. Vanne dunque tranquillamente a dormire.
— Ah! in fede mia, disse l'Ungher, e ciò che vado a fare.
— E farai molto bene… Va, amico, va…
L'Unghero scese le scale… Lorenzino, inchinandosi sulla balaustrata, spiò il rumore dei suoi passi, poi udì la porta della strada aprirsi and rinchiudersi.
Allora soltanto respirò.
E, passando le mani alla fronte, entrò nella camera ove trovavasi il duca.
— Ebbene, chiese questi, ove stassi adunque la bella afflitta? Perchè non mi attendeva ella qui!
— Qui?… Voi eravate a cena, monsignore, sapeva io, al numero della coppe che vi ho veduto vuotare, in quale stato vi sareste qui condotto?… Kii ṣe ifẹnukonu si i. Chediavolo!
— Oh! quante precauzioni, disse il duca sfibbiando il cinturone della sua spada. Andiamo, fatti ipolongo avvertirla.
- All'istante, monsignore.
E, prese la sua spada e la cintura dalle mani del duca, passò due volte la cintura nell'elsa della spada, tanto che se il duca tentasse sguainarla, non potesse riuscirvi.
Dopo ciò, posò la spada sul capezzale del letto.
— Serbate questa veste pẹlu kamẹra? chiese Lorenzino al duca.
- Meglio è che no; FA troppo caldo qui.
- Datemela e sdraiatevi sul letto, monsignore; fra un istante quella che attendete sarà qui.
E, dopo aver posto l'abito da camera sur una sedia, egli uscì.
La porta si chiuse dieto di lui.
11
L'omicidio
Lorenzo corse allora alla kamẹra ove stava Michele.
- Fratello, gli disse, l'ora è giunta; tengo chiuso nella mia stanza il nemico di cui ti ho parlato… Sei tu semper nell'intenzione di ajutarmi a spacciarmene?
- Andiamo! fu la sola risposta del birro.
Ed amendue soffocando quanto fosse possibile il rumore dei loro passi, tenendo ciascuno la spada snudata sotto il mantello, s'incamminarono alla camera ove era rimasto il duca.
Lorenzo aprì la porta ed entrò il primo.
Il duca non era più seduto, ma coricato sul letto. Avea il viso rivolto al muro ed era forse già assopito
Lorenzo inoltrò fino a lui senza ch'ei facesse un sol movimento.
- Signore, gli chiese, dormite voi?
E, al tempo stesso ch'ei parlava, gli vibrò un colpo tanto terribile colla corta e fina spada che teneva alla mano, che la punta entrata da una parte al disopra della spalla, esci per l'altra al disotto del seno.
Il duca gettò un grido di dolore.
Ma fun Egli Era Potentitete forte, si Snaci workerdo, ati Stalla jeiserger, gli gipple ni temempia ed abbattè quasi per intiero la guancia sinistra.
Il duca indietreggiò di nitori passi cercando qualche altro mezzo di scampo; Lorenzino lo avvinghiò a mezzo il corpo, lo respinse sul letto e lo rinversò all'indietro, pesandogli sopra con tutto il suo corpo.
Allora il duca Alessandro, che, simile ad una bestia feroce presa all'agguato, non avea ancor detto sillaba, chiamò per la prima volta il soccorso. Ma Lorenzino gli posò violentemente la mano alla bocca, tanto che il pollice e una metà dell'indice vi entrarono. Per un moto istantaneo, il duca serrò i denti con tanta forza che le infrante ossa scricchiolarono, e il dolore sentito da Lorenzino fu tale, che a sua volta ei si gettò all'indietro mettendo un grido d'angoscia simile ad un ruggito.
Tosto, quantunque versasse sangue da due ferite, quantunque il vomitasse dalla bocca, Alessandro si scaglio sul suo avversario, e, piegandolo sotto di sè come fosse una canna, tentó soffocarlo fra le sue mani.
Lorenzino si senti perduto. Ni questa lotta corpo a corpo la sua spada gli era inutile. Pensò dunque a quel piccolo coltello, dalla lama acuta, che forava gli zecchino d'oro. Lo cercò ni petto trovollo e lo immerse fun nitori volte nelle viscere del duca. Ma nè l'una nè l'altra di queste due ferite gli fecero lasciar la preda. Michele voleva invano venir ni soccorso di Lorenzino; i due lottatori si tenevano talmente avvinghiati, che a malgrado il suo desiderio di prender parte alla morte del duca, ei non osava colpir l'uno, per tema di uccidere o ferire l'altro. Ni ultimo fe' wá Lorenzino, gettò via la spada, prese la daga, e si mischiò al gruppo informe combattendo alla fioca luce che spandeva nella camera il fuoco del camino. Trovò la gola del duca, vi piantò la sua daga, e siccome il duca non cadeva ancora, egli andò tanto succhiellinando, dice lo storico Varchi, che lo scannò.
Il duca cadde gettando un ultimo rantolo e trascinando nella sua caduta Lorenzino e Michele. Ma ambedue si rialzarono tosto, fecero ognuno dal suo lato un passo addietro, poi si sogguardarono l'un l'altro spaventati essi stessi dal sangue che grondava dai loro abiti e dal pallore cbe copriva i loro volti.
- Alfine, disse primo il birro, credo ch'ei sia morto!
E sicome Lorenzino scuoteva il capo in segno di dubbio, Michele andò a raccorre la spada e torno a colpirne lentamente il duca, che non fe' moto.
Non era più che un cadavere.
Allora Lorenzino pensò kan Luisa, al terrore ch'ella doveva provare. Egli aveva udito due o tre volte durante il combattimento, che avea durato più di dieci minuti, dei sospiri soffocati uscire dalla vicina kamẹra. Le aperse e chiamò Luisa, ma nessuno rispose.
Solo, al pallido chiarore che penetrava da una stanza nell'altra, gli parve discernere il corpo della giovinetta steso sul tappeto.
Si slanciò al suo incontro, la prese nelle sue braccia, e, credendola semplicemente svenuta, la portò nella camera rischiarata dalla luce del fuoco, la depose in faccia al cammino, colla testa appoggiata sul suo ginocchio, e chiamandola's decrivers dcriversa d'crimandola con accens.
Luisa riaperse gli occhi; Lorenzino gettò un grido di gioia.
Credette che la fanciulla tornasse ni sè.
Ma ella, con voce spenda:
- Perdonami, mio amato Lorenzo, gli disse; ho dubitato di te, e ti aveva detto che l'istante in cui dubiterei di te sarebbe quello della mia morte.
— Ebbene? ebbene? domandò Lorenzo. Pala, parala!…
— Ebbene, mio padre mi aveva dato pel caso ch'io cadessi in potere del duca, questa boccetta di veleno… Ho creduto non solo di esservi, ma che tu stesso me gli avessi abbandonata…
— E poi?… e poi? gridò Lorenzino.
- Osserva… ṣe akiyesi Luisa.
- La boccetta vuota, urlò il giovane.
E, pazzo di dolore, senza ricordarsi la ferita della sua mano, egli si slanciò per la scala trasportando il corpo di Luisa e lasciando nella stanza il cadavere del duca.
Più tranquillo di lui, Michele escì alla sua volta, chiudendo accuratamente la porta della kamẹra e quella della strada.
Poi, senza travagliarsi di ciò ch'era addivenuto di Lorenzo, egli andò ad inginocchiarsi dinanzi la Madonna sita al canto della piazza della Santissima Annunziata, ringraziando, nella sua superstizione, la Vergine di tutte misericordie che gli aveareva permessoren bugu.
La mattina appresso di buon mattino il segretario non avendo veduto il Duca Alessandro, e udito romoreggiare qualche parola confusa dell'accaduto in quella notte, pensò avvisare il Cardinale Cibo, col quale poi si fece introdurre nella camera del Duca.
Aperta che fu la finestra non trovarono che un cadavere.
12
ipari
Si sa qual fu fun Firenze lo scioglimento del terribile dramma di cui abbiamo accennate le principali peripezie.
Venne data al mondo una nuova prova di questa gran verità, che quasi semper il pugnale miete, ma non raccoglie.
Wá, dopo la morte del vincitore di Pompeo, Roma era passata da Cesare ad Ottavio, dopo la morte del duca, Firenze passò da Alessandro a quel giovane Cosimo I di cui abbiam tenuto parola al principio di questa storia, ed a cui la popolarità la popularità la belte, Nezza delle padreà delle padreà, l'abitudine già presa dai Fiorentini alla schiavitù spianarono il cammino del trono.
Ei vi salì mediante il giuramento che fece al Cardinal Cibo di serbar religiosamente quattro promesse:
La prima di rendere egual giustizia ai poveri ed ai ricchi.
La seconda di non acconsentire giammai a ristabilire in Firenze l'autorità dell'imperatore.
La terza di vendicar la morte del duca Alessandro.
La quarta di trattar bene il signor Giulio e la signora Giulia suoi figli naturali.
Cosimo giurò e prese per divisa questo emistichio di Virgilio;
Primo avulso, iyipada aipe.
Ma avvenne di Cosimo ciò che accade di ogni uomo cui una inattesa rivoluzione porta al potere.
Al primo scaleo del trono, egli riceve le condizioni; all'ultimo, ko impone.
Le sole ch'ei fedelmente attenne furon quelle che avevano affinità colla vendetta.
Idomane dell'assassinio, al momento in cui il cardinal Cibo s'avvide della morte del duca Alessandro, egli comprese di qual imbarazzo sarebbegli la presenza di Strozzi e dei suoi compagni nella città… Morto il duca non si poteva farli giustiziare.
Si andò dunque a prenderli al Bargello; lor si disse che il duca gli aveva graziati, e furono condotti fino alla frontiera, lasciando loro in libertà di recarsi ove meglio volesero.
Essi si ritirarono a Venezia.
Là soltanto Strozzi apprese, dallo stesso Lorenzino, l'assassinio del duca e la morte di Luisa.
I primi momenti furono sacri al dolore.
Ma quando essi videro Firenze nelle mani di Cosimo I, quand'essi poterono apprezzare il cupo e inumano genio del nuovo duca, essi raccolsero a sè d'attorno quanti repubblicani rimanevano in Toscana, e risolsero di tentarerra apertimentella de gli de glige.
Furon sconfitti e si ritirarono nella cittadella di Montemurlo, ove Alessandro Vitelli gli assediò.
Dopo un sanguinoso combattimento, che durò più di due ore, gli assalitori, che erano condottieri italiani e spagnuoli, penetrarono nel castello, ove i repubblicani furono parte uccisi, parte imprigionati.
Filippo Strozzi si arrese allo stesso Vitelli.
Cosimo fece venire i prigionieri a Firenze, dopo averli riscattati dai soldati che gli avevan presi, e li fe' condannare dal tribunale degli Otto.
Durante quattro giorni, quattro repubblicani, ebbero ad ogni mattino tronco il capo sulla piazza della Signoria.
Ma il popolo non potè sopportare tale spettacolo. Egli sentiva che il sangue più puro di Firenze stillava in tal modo dalla scure del carnefice.
Mo clamori del popolo impaurirono il duca.
Egli mandò quanti prigionieri gli rimanevano, fra i quali trovavasi Nicolò Macchiavelli, il figlio dello storico, nelle prigioni di Pisa, di Livorno e di Volterra.
Vi perirono tutti in meno di un mese.
Tẹle furono conservati fra i più illustri:
Bartolomeo Valori; Filippo Valori suo figlio; un altro Filippo Valori suo nipote; Antonio Francesco degli Albizzi, ed Alessandro Rondinella.
Tutti cinque erano destinati ad un grande esempio.
Dovevano perire il 20 ago, cioè a dire l'anniversario del giorno in cui, sette anni innanzi questo stesso Bartolomeo Valori, dapprima partigiano d'Alessandro dei Medici, aveva adunato il Parlamento, violata la capitolazione suques patrianzione, Fireemu patrianzione. Medici che lo ricompensavano wá sogliono ricompensare i tiranni.
Furono tutti cinque sottoposti alla tortura e condotti, il giorno fissato, al patibolo.
Costoro perirono wá traditori della olominira.
Rimaneva Filippo Strozzi: siccome ei s'era arreso ad Alessandro Vitelli, a lui adashe egli apparteneva. Alessandro Vitelli l'aveva rinchiuso nella cittadella di cui era signore, e ve lo tratteneva con tutti i riguardi, rifiutando di consegnarlo a Cosimo dei Medici.
Ma la era una bisogna di denaro e di tempo. Cosimo comprò il prigioniero, e Carlo V autorizzò Vitelli a venderlo.
Ma, sfortunatamente per la vendetta di Cosimo, il giorno in cui giunse l'autorizzazione di rimettere il prigioniero, Filippo Strozzi, fattone avvertito, si tagliò la gola con un temperino, dopo avere scritto colle prime stille del suo sangue questo verso versoi.
Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.
Quanto a Lorenzino, fu rinvenuto assassinato in una via di Venezia nel 1547, il giorno anniversario di quello in cui, dieci anni prima, Cosimo I avea fatto giuramento di vendicar la morte del duca Alessandro.
O DARA
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