Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici
Alcune storie meritano di essere lette per intero, non solo raccontate. “Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici” è un romanzo storico di Alexandre Dumas padre (1868, oggi di dominio pubblico, testo per gentile concessione di Liber Liber), ambientato nella Firenze del XVI secolo, all’ombra del potere ducale di Alessandro de’ Medici.
Ti proponiamo questa lettura integrale perché racconta, meglio di qualsiasi guida, l’atmosfera fatta di complotti, ambizioni e vita di corte che ha pervaso Palazzo Riccardi, il Bargello e le vie intorno a Piazza Santa Croce — luoghi che puoi visitare ancora oggi, camminando letteralmente tra le pagine del romanzo.
Buona lettura — e se volete visitare di persona i luoghi in cui è ambientata questa storia, il nostro concierge sarà lieto di organizzare un itinerario personalizzato sulle tracce dei Medici.

Indice dei contenuti
Prefazione. Qualche parola sull’Italia
Capitolo 1 – Nella piazza di Santa Croce
Capitolo 2 – Il poliziotto Michele del Tavolaccino
Capitolo 4 – Il Palazzo Riccardi
Capitolo 5 – I sospetti dell’ungherese
Capitolo 6 – La colomba dell’arca
Capitolo 7 – Una scena con Bruto
Capitolo 8 – La cella di fra Leonardo.

Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici
Alexandre Dumas
Pubblicato: 1868
Categoria/e: Narrativa, Storico, Moderna (<1799)
Fonte: Liber Liber
Alexandre Dumas padre è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ha avuto un figlio che portava il suo stesso nome, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri composta da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne.
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Prefazione. Qualche parola sull’Italia
Vogliamo affermare una cosa che a molti sembrerà uno strano paradosso.
Non è colpa dei popoli se sono schiavi: la libertà e la schiavitù dipendono dalle diverse condizioni topografiche in cui sono nati.
Perché l’indiano non è libero? Perché l’egiziano non è libero? Perché il russo non è libero? Perché le due Americhe sono rimaste così a lungo senza essere libere? Perché l’Africa è ancora un mercato di schiavi?
Dai un'occhiata alla conformazione del loro territorio.
La libertà è lo spirito di Dio, e lo spirito di Dio, come dice la Genesi, aleggiava sulle acque.
La schiavitù esiste ovunque ci siano grandi distese di terra che si possono attraversare senza passare per l’acqua.
Si trova nelle Indie, che si estendono da Calcutta al Golfo Persico; nell’Egitto che si estende dai Monti della Luna fino al Mediterraneo; in Russia, che si estende dal Mar Caspio al Mar Baltico; è durata a lungo nell’America del Nord, ancora più a lungo nell’America del Sud, e nessuno può prevedere quando finirà in Africa.
Date un'occhiata alla mappa del mondo e giudicate voi stessi.
Guardate invece la nostra piccola Europa e confrontatela con quella massa che è l’Asia, con l’impenetrabile Africa, con quella doppia America che divide in due il globo.
Chi è che inizia a dare al mondo l’esempio della libertà? Chi è la prima a fondare le sue repubbliche?
Quella meraviglia impercettibile che si chiama Grecia.
Segui i suoi contorni sul triplice mare che bagna i suoi capi, i suoi istmi, i suoi promontori; guarda la moltitudine delle sue curve e dei suoi angoli così ben definiti; non ti sembrerebbe quasi che si agiti, che scintilli sulla carta e che le sue isole siano altrettante Delo pronte a staccarsi dal fondo del mare e a ondeggiare al vento della scienza e delle arti?
Così vedete come essa si metta in stato di guerra contro l’Asia, la attacchi nella spedizione degli Argonauti, la domi nella guerra di Troia, la respinga a Salamina, la soggioghi con Alessandro, combatte contro la natura voluttuosa dell’Oriente, pone un freno alla poligamia, fa della donna la compagna dell’uomo e le dona l’anima che Zoroastro e Vishnu le negano.
Ecco cosa ha fatto la Grecia, la terra dai mille contorni frastagliati, bella tra le belle, ancora divina eppure già umana, fiore di libertà sbocciato sulle acque, terra di perfezioni che nessun’altra terra ha mai eguagliato e che tutte sono state costrette a imitare quando hanno voluto avvicinarsi al Bello.
***
Dopo la Grecia c’è l’Italia, una penisola; anche lei è bagnata da tre mari: il Tirreno, il Mediterraneo e l’Adriatico; anche lei si libera presto dei suoi re, si costituisce in repubblica e non riconosce i suoi imperatori se non quando si avvicina alla sua decadenza, morale, se non materiale.
Roma fece più di quanto avesse fatto la Grecia, dal punto di vista sociale. La Grecia si accontentava di colonizzare; Roma, invece, non solo colonizza, ma adotta, attira a sé i popoli, assimila le nazioni, assorbe il mondo. Tutto si fonde in lei: la civiltà orientale e la barbarie dell’Occidente; apre un Pantheon a tutte le divinità del mondo; poi, con un gesto improvviso, getta a terra il Pantheon, gli altari, le statue, per inginocchiarsi sul Calvario, ai piedi dell’albero della libertà tagliato a forma di croce.
E ora, all’ombra di questa croce, vedete nascere, una dopo l’altra, le repubbliche.
Prima di tutto:
Dove nascono?
Vicino alle spiagge.
Già ai tempi di Solone si era notato che la gente di mare era la più indipendente tra gli uomini: proprio come il deserto, il mare è un rifugio contro la tirannia. Chi vive continuamente tra il cielo e l’acqua, tra l’immensità e l’infinito, fa molta fatica a riconoscere un altro padrone al di fuori dell’infinito.
Così Venezia, che non è nemmeno una terra, ma solo un insieme di isole, va avanti davanti a tutti con la bandiera della libertà in mano. Che cos’è il suo popolo? Alcune poche famiglie di Aquileia e di Padova che scappano davanti ad Attila, cioè davanti a un barbaro della vasta Asia. All’inizio ogni isola si amministra da sola e come meglio crede, poi nel 697 si riuniscono tutte e scelgono un capo comune. Riconosce ancora la supremazia dell’Impero d’Oriente; ma, verso l’inizio del X secolo, rompe i suoi legami e sottomette le città marittime dell’Istria e della Dalmazia.
Dopo la regina dell’Adriatico c’è Pisa. Fin dall’888 si governa da sola, si costituisce in repubblica, diventa una delle prime potenze commerciali d’Italia; conquista una parte della Sardegna agli arabi, il resto ai genovesi, riceve in feudo la Corsica dal papa, sottomette Palermo, le Baleari e l’isola d’Elba, si fa concedere un quartiere privilegiato a Costantinopoli, a Tiro, a Laodicea, a Tripoli e a Tolemaide; e perché Pisa si indebolisca, perché declini, perché cada, è necessario che, rinnegando le proprie origini, abbracci la causa imperiale e diventi ghibellina; eppure, per spegnere quella potente rinnegata, ci vollero quattro città guelfe che si alleassero contro di lei: Pistoia, Lucca, Siena e Firenze.
Da parte sua, Genova, distesa ai piedi delle sue aride montagne, che, simili a una muraglia, la difendono dalla Lombardia, orgogliosa di possedere uno dei porti più belli d’Europa, già nel X secolo affollata di navi, isolata dalla sede dell’Impero per via della sua posizione, si dedicò al commercio e alla marina con tutto quell’ardore avventuroso che, quattro secoli dopo, avrebbe portato uno dei suoi figli a scoprire un nuovo mondo.
Saccheggiata dai Saraceni nel 936, meno di un secolo dopo si unì a loro per riportare in Sardegna il ferro e il fuoco che essi erano venuti a portare in Liguria, al punto che Caffaro, l’autore della prima cronaca iniziata nel 1101 e terminata nel 1164, ci fa sapere che, nel momento in cui scriveva, Genova avesse già dei magistrati supremi, che portavano il titolo di consoli, governavano a turno in gruppi di quattro o sei e restavano in carica tre o quattro anni.
Ecco, per quanto riguarda la costa.
Le città del centro d’Italia erano rimaste indietro. Lo spirito di libertà che aveva soffiato sulle spiagge era ben passato su Firenze, Milano, Perugia e Arezzo; ma lì non avevano il mare, cioè l’immensità davanti a loro. Non potevano lanciare le loro navi su quella distesa che il vento sconvolge; e, come i leoni di marmo che tengono una palla sotto gli artigli, l’impero allungava il suo artiglio su di loro.
Concentriamoci soprattutto su Firenze, visto che gli avvenimenti che stiamo per raccontare riguardano proprio questa città.
Quando Silla, che stava conquistando l’Italia per conto di Roma, arrivò in Etruria, l’unica regione che fino ad allora fosse sfuggita alle colonie e alle leggi agrarie, l’unica regione in cui i contadini fossero rimasti liberi, si fermò tra un massacro e l’altro, in un’incantevole vallata bagnata da un fiume dal dolce nome, e vi fondò una città a cui diede quel nome misterioso di Roma che solo i patrizi avevano il diritto di pronunciare: FLORA.
Laggiù, Fiorenza, dove si trova Firenze.
Due dei tre grandi poeti che formano la trinità letteraria del mondo sono nati su questa terra fertile dell’Etruria:
Virgilio a Mantova.
Dante a Firenze.
Di questa provincia Macchiavelli ha detto: «Sembra nata per far rinascere le cose morte».
La città di Silla, futura patria dei Medici, di Boccaccio, di Machiavelli, di Guicciardini, di Amerigo Vespucci, di Cimabue, di Brunelleschi, di Andrea del Sarto e di Leon Decimo, fu conquistata e riconquistata da Totila e Narsete, e distrutta da entrambi.
Carlo Magno la restaurò nel 781.
Infine, per preparare il terreno alla sua indipendenza, Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, e sua moglie Beatrice morirono, il primo nel 1070 e la seconda nel 1076, lasciando la contessa Matilde, loro figlia, erede del feudo più grande che sia mai esistito in Italia.
Si sposò due volte, la prima con Goffredo il Giovane, la seconda con Guelfo di Baviera; in seguito si separò da entrambi i mariti e morì senza eredi, lasciando tutti i suoi beni alla Cattedra di San Pietro.
Subito dopo, Firenze imitò Venezia, Pisa e Genova, e si proclamò repubblica, fungendo a sua volta da esempio per Siena, Pistoia e Arezzo.
Era il periodo in cui l’Italia era divisa in due grandi fazioni:
La fazione guelfa.
La fazione ghibellina.
Spieghiamo in poche parole quali principi rappresentavano queste due fazioni.
Nel 1075 il monaco Ildebrando era stato eletto papa ed era salito al trono della Santa Sede assumendo il nome di Gregorio VII.
All’epoca, l’imperatore Enrico IV regnava in Germania.
Gregorio VII era un uomo di grande intelligenza, che incarnava il vero spirito della Chiesa moderna, ovvero la conquista.
Gettò uno sguardo all’Europa e vide il popolo spuntare ovunque come il grano in aprile. Capì che spettava a lui, successore di San Pietro, raccogliere questo raccolto di libertà seminato dalla parola di Cristo, e per emancipare i popoli di cui era il rappresentante, decise di emancipare il pontificato.
Di conseguenza, nel 1076 pubblicò una decretale che vietava ai suoi successori di sottoporre la propria nomina al potere temporale.
Da quel giorno la cattedra pontificia fu messa allo stesso livello del trono dell’imperatore, e, se la nobiltà aveva il suo Cesare, anche il popolo aveva il suo.
Ma né il caso, né la fatalità, né la Provvidenza avrebbero potuto mettere l’uno di fronte all’altro due avversari dalla volontà più tenace.
Enrico IV rispose alla decretale con un rescritto, e mandò un ambasciatore a Roma per ordinare al sommo pontefice di deporre la tiara e ai cardinali di recarsi alla sua corte per eleggere un altro papa.
Era scoppiata la guerra tra il potere spirituale e quello temporale.
Gregorio VII rispose come il re dell’Olimpo: scagliò il fulmine.
Enrico IV se ne fregò della scomunica.
In effetti, le forze dei due lottatori sembravano davvero disuguali.
Enrico III aveva lasciato a suo figlio un patrimonio immenso; l’onnipotenza feudale in quella terra della feudalità, la Germania, e in Italia un’influenza che si riteneva irresistibile, oltre alla pretesa di insediare – e, di conseguenza, di destituire – il papa.
Gregorio VII non aveva nulla, nemmeno Roma, nemmeno la Chiesa che si era inimicata per intero, decretando il celibato dei preti e, se non mutilandoli lui stesso, lasciando che altri mutilassero coloro che avessero voluto tenersi le loro mogli o le loro concubine.
Ma proprio dove gli mancava il potere visibile, era sostenuto da un potere invisibile: l’opinione pubblica.
Cacciato da ogni parte, fuggiva da trionfatore, ma, nell’ora dell’agonia, il trionfatore non ebbe nemmeno una pietra su cui posare il capo, e morì pronunciando queste parole che ricordano le ultime parole di Bruto: HO AMATO LA GIUSTIZIA E HO ODIATO L’INIQUITÀ, ECCO PERCHÉ MUOIO IN ESILIO. Dilexi justitiam, et oditi iniquitatem, propterea morior in exilio.
Ma la scomunica ha dato i suoi frutti.
I principi alemanni si riunirono a Treviri e, visto che Enrico IV, nella sua furia, aveva oltrepassato i propri diritti, che si estendevano all’investitura, ma si fermavano alla nomina, lo minacciarono di deporlo con quello stesso diritto con cui lo avevano eletto, se, a partire dal giorno di questa deliberazione, fosse trascorso un anno senza che si fosse riconciliato con la Santa Sede.
Non ci fu altra scelta che obbedire. L’imperatore si presentò come un supplicante sulle cime degli Appennini: senza guardie, senza bandiera, senza esercito, vestito da pellegrino, con la corda ai fianchi e a piedi nudi. Asti, Milano, Pavia, Cremona e Lodi lo videro passare e, vedendo da vicino quanto fosse fragile un imperatore senza scettro e senza spada, si liberarono dal giuramento che le legava a lui.
Enrico IV, quasi da solo, in camicia e a piedi nudi, rimase per tre giorni sulla neve, nel cortile del castello di Canossa. Dopo tre giorni il papa acconsentì a riceverlo.
Il giorno dopo, le due grandi potenze che si dividevano il mondo, il papa e l’imperatore, mangiavano insieme allo stesso tavolo. Gregorio pregava il Signore di trasformare il pane in veleno se fosse stato colpevole.
Il vicario di Dio si appellava al giudizio di Dio.
L’imperatore tornò in Germania. Lì dimenticò la promessa che aveva fatto, il pane consacrato che aveva condiviso con il suo nemico. Creò un antipapa, Clemente III; sconfisse i principi alemanni che avevano minacciato di deporlo; attraversò di nuovo le Alpi, questa volta da vincitore, e conquistò Roma.
Ma allora la maledizione del Signore, come se avesse voluto vendicare il suo pontefice, si abbatté su di lui. Il suo figlio maggiore, Corrado, che lui aveva fatto proclamare re dei Romani, si ribellò contro suo padre.
Enrico IV lo fece deporre e gli mise al posto suo il suo secondo figlio.
Ma lo spirito di ribellione era rimasto nella famiglia del vizioso Enrico. Il secondo figlio, che si chiamava anch’egli Enrico, si ribellò a sua volta e, più fortunato o più sfortunato di suo fratello, fece prigioniero suo padre.
Allora i vescovi che non si erano macchiati di simonia strapparono al vecchio la corona, lo scettro e le vesti regali; suo stesso figlio alzò la mano contro di lui e gli strappò questo grido, non meno commovente di quello di Cesare:
“Non appena lo vidi commosso fino in fondo al cuore dal dolore e dall’affetto filiale, mi gettai ai suoi piedi supplicandolo e scongiurandolo, in nome del suo Dio e della sua fede, per la salvezza della sua anima, anche se i miei peccati avessero meritato che fossi punito dalla mano del Signore, di astenersi, almeno lui, dal macchiare, in questa occasione, la sua anima, il suo onore e il suo nome: poiché mai nessuna legge divina ha fatto dei figli i vendicatori delle colpe dei loro padri.”
Questa preghiera, che avrebbe piegato anche il nemico più accanito, non ebbe alcun effetto sul cuore di un figlio. Spogliato di tutto, come delle sue vesti, in preda al freddo e alla fame, l’imperatore in fuga andò a Spira, bussò alla porta della chiesa della Vergine che lui stesso aveva fatto costruire, chiedendo di essere accolto come chierico, basandosi sul fatto che sapeva leggere e poteva cantare dal leggio.
Ma i monaci lo cacciarono, minacciandolo, e lui se ne andò a morire di miseria a Liegi, dove gli fu negata la sepoltura e dove rimase per cinque anni insepolto in una cantina.
E così questi due rappresentanti della grande lotta che ha diviso per così tanto tempo, e che ancora dividerà per molto tempo il mondo, morirono in esilio, lontani dal trono che avevano occupato, uno a Liegi, l’altro a Salerno.
Ebbene, da questa contesa tra la corona e la tiara nacquero le due grandi fazioni che devastarono l’Italia. Quelli che si schierarono con il papa, cioè con il popolo, presero il nome di Guelfi da Enrico il Superbo, duca di Sassonia, nipote di Guelfo II, duca di Baviera. Quelli che seguirono il partito di Enrico IV, cioè della nobiltà, presero il nome di GHIBELLINI da Corrado, figlio di Federico di Hohenstauffen, duca di Svevia e signore di Wiblinga.
Firenze, come le altre città, si divise in due fazioni, e come dice Dante, furono proprio i dissidi tra queste due fazioni a tingere di rosso le acque dell’Arbia e a rendere porpora il suo bianco giglio.
E ora un’ultima parola su questa Italia, figlia della Grecia e madre della Francia, alla quale dobbiamo tutto ciò che sappiamo della guerra e della politica.
L’Italia, proprio quando tutti gli altri popoli avevano un’architettura religiosa, aveva già (notiamo questo fatto, che la dice lunga sullo spirito italiano) un’architettura civile.
PONTIFEX, parola che abbiamo tradotto con “pontefice”, significa, letteralmente, “colui che costruisce ponti”.
La maggior parte dei monumenti italiani, quasi tutti quelli etruschi, erano ponti, acquedotti, mausolei e templi. Fino al XV secolo, i templi occupavano solo il secondo posto in Italia. La spesa più ingente dei pisani non è stata per il battistero, né per il duomo, ma per il camposanto, cioè per il cimitero.
I cittadini stavano meglio nelle loro tombe che Dio nella sua chiesa.
Quando Galeazzo Sforza decise di completare la volta del suo duomo, gli architetti italiani non riuscirono a portare a termine il lavoro, e fu necessario farne venire uno da Strasburgo.
Un’altra cosa da notare nella struttura della società italiana è che l’individualità vi è più forte che in qualsiasi altro popolo.
L’italiano, che non si concede, senza condizioni, nemmeno a Dio, si concede ancora meno all’uomo. Per ben tre secoli l’Italia presenta l’immagine della feudalità: mai però si tratta della feudalità propriamente detta. Ha castelli fortificati, cavalli da battaglia magnificamente ricoperti di ferro, ma non ha, come la Francia, l’infeudamento dell’uomo all’uomo. L’eroismo italiano punta più in alto, si consacra a un’idea e, una volta che si è consacrato a un’idea, muore per lei, e muore in modo ammirevole. Chi era Enrico IV, a cui si consacrarono i Ghibellini? Un’idea. Chi era Gregorio VII, a cui si consacrarono i Guelfi? Un’idea. Solo che, come abbiamo già detto, una rappresentava l’aristocrazia e l’altra la democrazia.
Il genio italiano è appassionato, ma severo; non ammette, come quello francese, l’avventurosa ricerca di inutili pericoli. Il suo poema cavalleresco è, come quello di Cervantes, una satira della cavalleria. C’è anche Torquato Tasso, genio malinconico: ma Torquato Tasso è stato considerato pazzo, e se chiedi agli italiani quale preferiscono, se l’Orlando furioso o la Gerusalemme liberata, nove su dieci ti risponderanno: l’Orlando furioso.
La stessa cosa vale per l’architettura e per la pittura. Pochi paesaggi, così come poca poesia descrittiva. Ovunque, anche in campagna, si respira la vita artificiale della città: tanto l’antica città etrusca o romana vive ancora nell’Italia moderna. Le mura erette intorno dalla natura, i confini tracciati dai fiumi non navigabili non bastano ancora all’italiano del centro. Se lascia il suo palazzo di marmo, non è per andare a cercare l’ombra degli alberi, i tappeti di verde, il mormorio di un ruscello libero nel suo corso, ma per sostituire quel palazzo di marmo con ville e giardini sontuosi dove le acque sono rinchiuse in vasche: guarda alle due estremità dell’Italia, l’Isola Bella e la Villa d’Este. È un residuo del carattere ciclopico quello che si trova, non solo nelle mura di Volterra, ma nelle masse oscure del Palazzo Strozzi e del Palazzo Pitti; e se, passando dall’architettura alla pittura, guardi bene, troverai la linea severa dell’arte etrusca in Giotto, in Raffaello e persino in Michelangelo. Nella scuola fiorentina, e di conseguenza in quella romana, la figura dell’uomo è sempre improntata alla severità, e quasi all’aridità architettonica, e questo si capisce nei paesi dove l’aratro è ancora quello stesso descritto da Virgilio, dove il bestiame, proprio come ai tempi in cui il poeta di Mantova osservava i grandi buoi che ruminavano, viene ancora nutrito non con l’erba, ma con il fogliame, e viene tenuto nei recinti per paura che danneggi le vigne e gli ulivi.
Solo al nord il fascino veneziano e la grazia lombarda si contendono il primato nel rendere l’uomo più umano.
In Italia è tutto così ragionato e matematico. Prima che una parola ottenga il diritto di cittadinanza, se ne discute per anni e anni, all’Accademia della Crusca, molto più pedante e difficile della nostra. La sua letteratura moderna manca di un linguaggio colloquiale, perché i dotti non hanno permesso a molte parole di entrare a far parte della lingua. Si dice ancora oggi: “tirare a scaglia”, invece di “tirare a mitraglia”.
Soprattutto nella tattica militare si nota questo spirito sistematico. Nelle mani dei condottieri italiani la guerra è diventata una scienza, di cui Montecuccoli ha enunziato i principi. In Italia i pittori e gli architetti sono, ovviamente, ingegneri civili e militari.
Leonardo da Vinci inventa macchine per l’irrigazione e per la dinamica; Michelangelo si rinchiude a Firenze e la difende dagli spagnoli; i due più grandi capitani del mondo dell’antichità e dei tempi moderni sono italiani:
Cesare e Napoleone.
Si dice, per spiegare le disgrazie e la caduta dell’Italia, che l’Italia sia cambiata. Per alcuni è un errore: ci sono persone che sono semplici, anche quando calunniano. Per altri è una bugia. Nessun paese, al contrario, è cambiato meno dell’Italia. Ogni provincia è rimasta fedele al suo antico genio. Abbiamo già detto che Firenze è rimasta etrusca; Napoli è sempre greca; i napoletani sempre chiassosi, sempre loquaci, sempre portati per la musica. Non hanno dimenticato che ai tempi di Nerone a Napoli si tenevano duelli musicali. Le rovine del teatro dove cantava esistono ancora. L’improvvisatore del Molo ha sempre la folla, che si chiami Stazio o Sgricci. I filosofi di Venezia sono i letterati all’aria aperta dell’antichità; gli anelli e le collane delle donne di Roma sono gli anelli e le collane ritrovati a Pompei, e lo spadino d’oro che portano tra i capelli è lo stesso con cui Fulvia trafisse la lingua di Cicerone e Poppea punse gli occhi di Ottavia.
E a Roma si dirà che è cambiata? Si dirà che la sua gente, seria e pensierosa, avvolta nei propri stracci, non sembri scesa dalla Colonna Traiana e non sia il civis romanus? Dove hai mai visto un romano fare un lavoro da servo? Persino sua moglie si rifiuterebbe di ricucire il suo mantello strappato. Lui discute nel Foro, giudica nel Campo Marzio. Chi sistema le strade? L’uomo degli Abruzzi. Chi porta le cose pesanti? Il bergamasco, come un tempo; il romano mendica, per così dire, da padrone. Dite che è rimasto feroce, va bene; ma non dite che è diventato debole. In nessun paese il coltello ama meno il fodero di quanto accada a Roma.
Un tempo il suo grido di festa era: «I cristiani ai leoni». Adesso il suo grido di carnevale è: «Morte al signor abate. Morte alla bella principessa!»
La smettiamola quindi, una volta per tutte, con queste ridicole chiacchiere sulla mollezza degli italiani. L’abbiamo già detto: l’italiano non si sottometterà mai agli uomini, ma alle idee.
Prendiamo il più diffamato di tutti gli italiani, il napoletano. Lui scappa con Ferdinando, scappa con Murat, scappa con Francesco, e Francesco dice a suo figlio, che è morto da poco e che amava tantissimo cambiare le uniformi dei soldati: vestiti di bianco, vestiti di rosso, scapperanno sempre.
Sì, scapperanno sempre se seguono Ferdinando a Roma, Murat a Tolentino, Francesco in Abruzzo; scapperanno perché seguono un uomo, perché non sanno il motivo per cui lo seguono; perché quest’uomo non rappresenta per loro un’idea, o se la rappresenta, ne rappresenta una contraria e antipatica.
Ma quando i napoletani si battono per un’idea, guarda come lo fanno.
Championnet rimane tre giorni senza poter entrare a Napoli. Chi difende Napoli? I lazzaroni. Quali sono le armi dei difensori di Napoli? I sassi e il bastone.
E quando Championnet è stato costretto a ritirarsi di fronte a un esercito di calabresi, guidati da un cardinale; quando la paga del boia non viene più calcolata in base al numero di teste ma al mese — tante sono le teste che cadono — guarda come si muore a Napoli!
*
* *
Ma nel frattempo torniamo a Firenze, dove ci aspettano i nostri lettori.
1
In piazza di Santa Croce
Se, durante il terzo anno del pontificato di Alessandro Farnese — anno che nella cronologia dei papi si colloca tra Clemente VII e Giulio III, sotto il nome di Paolo — i palloni fossero già stati inventati, e se il nostro lettore, verso le 11 di sera, si fosse alzato con noi sopra la città di Firenze, ecco cosa avrebbe potuto vedere la notte tra il 2 e il 3 gennaio 1537.
All’inizio, una massa scura, illuminata solo in due o tre punti, si estendeva da S. Maria della Pace alla porta di S. Gallo, e dalla Zecca al baluardo della Serpe.
Al centro di questa massa, divisa in due parti da un ampio nastro argenteo, che non era altro che l’Arno, avrebbe distinto, come due leviatani che nuotavano l’uno accanto all’altro, in mezzo a un’onda di case, i due monumenti più giganteschi di Firenze, entrambi opera di Arnolfo di Lapo: la cattedrale di Santa Maria del Fiore e il palazzo della Signoria, oggi conosciuto con il nome di Palazzo Vecchio.
Vicino a piazza Santa Trinità, all’angolo tra via dei Legnaiuoli e via delle Cipolle, simile a un’immensa tomba e immerso nella più profonda oscurità, avrebbe riconosciuto, dalla sua imponente architettura, il palazzo Strozzi, con i suoi anelli di ferro, le sue porte di ferro, i suoi bracci di ferro.
I tre punti chiariti erano:
Prima di tutto in piazza del Duomo, dove i soldati del duca Alessandro, un miscuglio di sbirri provenienti da ogni parte, soprattutto spagnoli e tedeschi, mangiavano allegramente davanti alle porte dei caffè, come si usa a Firenze, i soldi di una gratificazione che era stata loro distribuita proprio quel giorno, a nome del duca Alessandro, dal loro capo Alessandro Vitelli, figlio di Paolo Vitelli, che era stato ucciso due anni prima durante una rivolta popolare. E bevendo e cantando insultavano i pochi abitanti, che per affari o per divertimento — per affari piuttosto, visto che i divertimenti erano rari a quell’epoca — erano costretti ad attraversare in un senso o nell’altro la piazza di Santa Maria del Fiore.
Poi, la stradina del Garofano, vicino a Santa Maria Novella, dove il cardinale Cibo faceva la serenata a Laura di Feltro, una cortigiana molto famosa a quei tempi, che lui aveva strappato a Francesco Pazzi a caro prezzo: una generosità che, del resto, non intaccava minimamente la sua fortuna personale, dato che quell’oro, si diceva, proveniva dal duca Alessandro, al quale, in assenza del marito, il compiacente cardinale aveva venduto sua cognata, la marchesa Cibo.
Infine, il terzo punto luminoso, al centro della massa scura, era la porta di Sant’Ambrogio, dove alcuni banditi stavano incendiando e saccheggiando la casa di Rucellai, uno degli esuli più illustri di quel tempo.
Dovunque altrove regnavano silenzio e oscurità. Ma se, in uno di quei brevi istanti in cui la luna scivolava tra due nuvole, lo sguardo del nostro osservatore dall’aereo si fosse posato sulla piazza di Santa Croce, avrebbe riconosciuto, alla luce fugace del pallido astro, dapprima il convento, un vasto parallelogramma che si affacciava sulla piazza; poi, sul lato di via del Diluvio, un pozzo, con una di quelle magnifiche strutture in ferro che, a quell’epoca, trasformavano spesso gli oggetti più banali in opere d’arte. Questo pozzo, infatti, era un capriccio di Sergio Caporano, un ricco cittadino di Firenze, che l’aveva fatto scavare davanti alla sua porta con il duplice scopo di abbellire e di renderlo utile.
Infine, in cima a un grande muro merlato che si estendeva da via dei Cocchi a via Torta, c’era un uomo seduto, con le gambe penzoloni e una scala di corda a portata di mano, nascosto nell’ombra dei grandi alberi verdi che si ergevano maestosi sopra il muro.
L'unica luce che si vedeva in tutta la piazza era la lampada accesa davanti alla nicchia di una Madonna situata all'angolo del convento che si affaccia su via del Pepe.
L'orologio di Palazzo Vecchio segnò lentamente la mezzanotte.
L’uomo seduto in cima al muro ascoltava con tanta attenzione le vibrazioni risonanti dell’oriuolo che gli sembrava quasi che la sua presenza, senza dubbio forzata, lo distraesse ben poco; quando un altro uomo, facendo risuonare le pietre sotto i tacchi chiodati dei suoi stivali e lo stridio dei suoi speroni, sbucò dalla via del Diluvio e si diresse verso il convento.
Stava per bussare alla porta, quando il sentinella, appostato in cima al muro, che lo aveva seguito con grande attenzione, ma che probabilmente lo aveva riconosciuto solo nel momento in cui si era deciso a entrare nel convento, fece udire un fischio così ben modulato che non c’era alcun dubbio che fosse un segnale.
Infatti l’uomo si voltò, e quando il fischio si ripeté con le stesse note, lasciò ricadere il martello senza fare rumore e si avvicinò al punto da cui proveniva il richiamo.
Ma la luna, uscita per un istante dalle nuvole, vi era rientrata, e fu più per il rumore della scala di corda che per la vista del compagno che lui si voltò e capì con chi aveva a che fare.
Allora, a voce bassa, avvicinandosi le mani alla bocca: «Sei tu, Unghero?», chiese lui.
— Io stesso, rispose l’interrogato.
— E perché sei lì appollaiato come un gufo in cima a quel muro, invece di essere con il duca al convento di S. Croce?
«Il duca non è al convento di S. Croce», rispose l’uomo che tutti chiamavano “l’Ungherese”: «È dalla marchesa Cibo».
— E perché dalla marchesa, invece di essere in convento? chiese l’ultimo arrivato.
— Aspetta che ti racconti tutto quello che ha fatto monsignore, dall’alto al basso di un muro di quindici piedi!… Sali qui e scoprirai quello che vuoi sapere.
L’invito era appena stato fatto che il destinatario si aggrappò alla scala di corda e, con un’agilità che tradiva la sua abitudine a quel tipo di esercizio, raggiunse l’ungherese.
— Che cosa è successo, allora? chiese lui.
— Una cosa semplicissima. = La morte di una religiosa aveva messo tutta la comunità in subbuglio. Fra Leonardo era lì, così la buona badessa, dopo aver ringraziato monsignore per l’onore che aveva voluto darle, lo pregò di tornare un altro giorno, o meglio, un’altra notte.
— E Sua Altezza ne è stata soddisfatta?
— Sua Altezza voleva far cacciare via sia la defunta che il monaco che le faceva da veglia; ma, da bravo cattolico quale sono, gli sussurrai all’orecchio che era meglio lasciare in pace le suore e fare una sorpresa alla bella marchesa Cibo. — «In effetti hai ragione», mi rispose; «mi ero dimenticato di quella povera marchesa…» E visto che c’era solo la piazza da attraversare, lui attraversò la piazza.
— Ma il duca non si è divertito a salire con la tua scala? — No, in fede mia! Il marchese è assente, quindi è entrato tranquillamente dalla porta. Lorenzino, che preferisce due precauzioni a una sola, mi ha messo qui, in caso di imprevisti.
— Da questo modo di fare lo riconosco, il nostro preferito… sempre prudente!…
— Zitto, Jacopo! disse l’ungherese.
Infatti, si sentiva un rumore di passi provenire dal lato di via dei Malcontenti.
Non solo Jacopo tacque, ma si rimise la maschera.
Il rumore era causato da due uomini avvolti in ampi mantelli che apparvero poco dopo sul lato del convento, passarono senza fermarsi davanti alle vie del Pepe e della Fogna, e attraversarono in diagonale la piazza per entrare in via Torta. — Suona con cautela, disse uno dei due all’altro, così i vicini non ci sentono. — È inutile, rispose l’altro, ho la chiave. — Allora va bene, disse il primo che aveva parlato.
E tutti e due, senza vedere né Jacopo né l’Ungherese, imboccarono via Torta, dove scomparvero. — Che vuol dire questo? disse l’Unghero. — Vuol dire, rispose Jacopo, che quei due onesti borghesi stanno tornando a casa, e che uno di loro, uomo prudente, ha la chiave della propria.
— Sì, ma in che casa? Scendi e dai un’occhiata a dove entrano. Ho un sospetto.
— Quale?
— Scendi subito, ti dico, e guarda.
Iacopo si lasciò scivolare giù per le scale, sparì lungo via Torta e, un attimo dopo, tornò tutto sconvolto.
— Ehi! L’ungherese!… disse a bassa voce.
— Allora?
— Non ti sei sbagliato.
— In che modo?
— Sono entrati dalla prima porta a sinistra.
— Al Palazzo Cibo, quindi?
— Giusto, al Palazzo Cibo.
— Il diavolo! mormorò l’ungherese.
— Il duca è da solo? chiese Jacopo.
— Eh no! È con quel suo maledetto cugino, te l’ho già detto.
— Eh! Ti ho chiesto di approfondire la questione perché, stare con lui o da solo, è la stessa cosa.
— Gli inganni… sono peggio.
— E se andassi a dirglielo?
— Sì, e magari lo disturbo inutilmente, vero?… Sarei il benvenuto!…
— È armato?
— Ha il suo giubbotto di maglia e la sua spada.
— Bene, allora! Il duca dice sempre che, vestito così, vale per quattro uomini, e se non sbaglio, loro sono solo in due.
— Devo solo
— Vieni qui, così ti dico una cosa.
Jacopo tornò al suo posto accanto all’ungherese.
— Quale? chiese lui.
L’Unghero si guardò intorno, ascoltando con la massima attenzione, prima di rispondergli. Poi, con voce così bassa che il compagno riusciva a malapena a sentirlo:
— Eh! E se fosse stato lui a denunciarlo?
— Lorenzino!… gridò Jacopo.
— Vuoi stare zitto, bestiaccia?
— Oh! Ma sei tu che dici certe cose…
— Facciamo finta che io non abbia detto niente
— No, anzi… facciamo che tu abbia parlato, ma spiegami cosa intendi dire.
— Allora…
L’ungherese si interruppe all’improvviso, allungando il collo verso la casa in cui erano entrati i due viandanti notturni.
Il suo gesto era così espressivo che il suo compagno non pensò più a chiedere come continuasse la frase e allungò il collo proprio come lui.
— All’erta, all’erta! gridò all’improvviso l’ungherese.
— Che c’è?…
— Si picchiano, si picchiano…
— Sì, sento il rumore dei ferri che si spezzano.
— Stanno attaccando, monsignore… Tu, Jacopo, vai dalla porta sulla via Torta… troverai una lima in fondo alle scale… Io da qui… Tieni duro, monsignore… tieni duro… eccomi…
E mentre Jacopo scendeva, armato della lima, e si lanciava in via Torta, l’Ungherese, sguainando la spada, spariva nel giardino.
Proprio in quel momento un uomo mascherato spuntò in cima al muro, all’altezza dei merli, dava il tempo all’ungherese di allontanarsi, poi scendeva velocemente la scala, correva al pozzo di Sergio Caporano, tirava fuori dal mantello una cotta di maglia che gettava nel pozzo, e tornava ai piedi del muro ascoltando con ansia.
Dopo qualche secondo, si udì un urlo come quello di una persona ferita a morte… poi il clangore delle spade cessò, e tornò il silenzio.
— Uno dei due è morto, disse l’uomo mascherato; ma quale?…
L’incertezza durò poco, perché, non appena ebbe pronunciato l’ultima parola, la testa, poi le spalle, poi il busto di un uomo apparvero dall’altra parte del muro. Quest’uomo teneva la spada tra i denti. Vedendo il suo compagno che lo aspettava ai piedi della scala, si fermò, si tolse la spada dalla bocca, la scosse per farne gocciolare il sangue, poi incrociò le braccia sul petto:
— Per Dio! disse con voce così calma che sembrava impossibile fosse quella di un uomo che aveva rischiato la morte, sei proprio un bel tipo, Lorenzino!… Ci sono due uomini che ci attaccano: non solo devo fare la mia, ma anche la tua…
— Oh! Monsignore, pensavo che fosse una cosa concordata tra noi, rispose Lorenzino, che io sarei stato il tuo compagno nei tuoi piaceri, nelle tue feste, nei tuoi amori; ma nelle tue risse, no… nei tuoi duelli, no, no!… Che volete!… bisogna accettarmi per come sono, oppure lasciarmi ad altri…
— Poltrone! disse il duca scavalcando il muro e cominciando a scendere le scale.
— Sì, poltrone, rispose Lorenzino, poltrone quante ne volete… Almeno rispetto ai miei pari ho il merito di non nascondere la mia vigliaccheria. D’altra parte, aggiunse ridendo, ho forse una cotta di maglia come la vostra, per farmi coraggio?
Il duca si portò di scatto le mani al petto e le sue sopracciglia rosse si aggrottarono.
— Mi fai venire in mente, disse lui, che l’ho lasciata nella camera della marchesa.
E, detto questo, fece un passo per risalire le scale; ma Lorenzino lo trattenne per il lembo del mantello.
— In vero, disse lui, ma Vostra Altezza deve avere il diavolo in corpo!… Che! Per una misera cotta di maglia vorresti metterti in pericolo?
— Non ne vale la pena, disse il Duca, cedendo comunque a Lorenzino; non ne troverò più una che mi stia bene come quella; mi si era adattata così bene al corpo che non la sentivo più di una giubba di seta o di zimbellino.
— La marchesa te la rimanderà, oppure te la porterà lei stessa. Sai che sarà davvero bellissima, la tua marchesa, con gli abiti da lutto?.. Quale dei due hai ucciso? Spero sia il marchese…
— Credo di averli uccisi entrambi.
— Anche il secondo?
Il duca guardò la sua spada rossa fino a metà della lama.
— O bisogna, continuò, che abbia l’anima incastrata nel corpo. — Ma aspetta… ecco l’Ungherese che ci darà notizie al riguardo.
In effetti, l’ungherese spuntò a sua volta in cima al muro.
— E allora? chiese il duca.
— Beh, monsignore, uno è morto e l’altro non vale molto di più… Vostra Altezza vuole che lo finisca?
— No… Il loro silenzio mentre ci assalgono mi fa sorgere qualche sospetto; sono certo che uno sia il marchese Cibo, ma credo di aver riconosciuto nell’altro Selvaggio Aldobrandini, l’esiliato di Firenze. Se fosse lui, questo ritorno non sarebbe più un caso, ma potrebbe benissimo essere una cospirazione. Tu avviserai il bargello di ciò che è successo e gli ordinerai a nome mio di arrestare il ferito.
— Adesso, monsignore, disse Lorenzino, mi sembra che potremmo tornare sulla Via Larga. Un uomo ucciso e l’altro ferito nella stessa notte… credo che basti così.
— Tanto più, disse il duca, che qui non abbiamo nulla di buono da fare.
E il duca si stava già dirigendo verso via del Diluvio, quando il secondo poliziotto che lo aveva raggiunto lo arrestò.
— Non da questa parte, monsignore; sento i passi di molti uomini.
— Anch’io, disse l’ungherese.
E accompagnò il duca verso via dei Cocchi.
— Oh! oh! disse il duca, anche tu hai paura, l’ungherese?
— Ogni tanto, rispose il poliziotto. E tu, monsignore?
— Io? Mai, rispose il duca Alessandro. E tu, Lorenzino?
— Io? Sempre, rispose lui.
E i quattro uomini, con il duca Alessandro in testa, scomparvero nella via buia che portava alla piazza del Gran Duca.
2
Il poliziotto Michele del Tavolaccino
I due accoliti del duca Alessandro non si erano sbagliati; tre uomini si stavano infatti avvicinando da piazza di S. Croce: solo che non arrivavano da via del Diluvio, ma da via della Fogna, che le era parallela.
Senza dubbio, questi tre uomini, avvolti nei loro ampi mantelli, avevano motivo di non volersi far riconoscere, dato che uno di loro sporse la testa all’angolo della strada, scrutò attentamente la piazza e vi entrò solo quando fu ben sicuro che fosse deserta.
Era il più anziano; camminava in testa agli altri, che sembravano persone di rango inferiore. Infatti, fu proprio con un tono di evidente superiorità che disse, rivolgendosi all’uomo che lo seguiva più da vicino:
— Parmi, Michele, che ci fosse gente in piazza.
— Non mi sorprenderebbe affatto, eccellenza, rispose colui a cui si era rivolto: era appena scoccata la mezzanotte quando siamo entrati dalla porta di San Gallo; d’altra parte, il rumore era forse causato da coloro con cui vostra eccellenza aveva fissato un appuntamento.
— Sì, è possibile, rispose il vecchio. Fai il giro passando per via Torta e torna indietro per via dei Cocchi, e guarda, mentre passi, se vedi qualche luce nel palazzo Cibo. Ti aspetterò nascosto nell’ombra di questo muro.
Michele se ne andò con il silenzio e la prontezza di chi è abituato all’obbedienza passiva, e sparì all’angolo di via Torta.
Nel frattempo il vecchio, che a giudicare dall’aspetto sembrava un uomo di grande prestigio, fece un cenno all’altro che lo seguiva, il quale obbedì con la stessa rapidità del primo.
— Matteo, gli disse, vai da mia sorella in via degli Alfani; annunciale il mio ritorno e chiedile se mia figlia è ancora con lei. Se, per qualsiasi motivo, dovesse essersi separata da lei, ti dica dove si trova sua nipote.
— La sorella di Vostra Eccellenza è una donna prudente, rispose il servo. Vorrà credermi e acconsentire a rispondermi senza che tu intervenga?
— Hai ragione, disse il vecchio; aspetta.
E, avvicinatosi alla nicchia della Madonna, davanti alla quale era accesa una lampada, scrisse qualche parola a matita su una pagina del suo taccuino, la stracciò e la diede a Matteo.
Se ci fosse stato qualcuno lì, avrebbe visto che chi stava scrivendo era un uomo tra i 60 e i 65 anni, robusto, di alta statura, in ottima forma, con gli occhi neri pieni di fuoco e i capelli e la barba appena brizzolati.
Matteo si incamminò lungo la via del Pepe, mentre il vecchio tornò a nascondersi all’ombra del muro, nella cui cupa vegetazione scomparve del tutto.
Poco dopo, un uomo che sembrava giovane e che spuntava dal Borgo dei Greci, attraversò a sua volta la piazza in diagonale e andò a bussare tre volte alla porta di una casetta situata tra via del Diluvio e via della Fogna; poi, dopo aver dato i tre colpi alla porta, batté tre volte con le mani.
A quel doppio segnale, si aprì una finestra: una donna vi fece capolino e mormorò qualche parola a bassa voce, a cui le fu risposto altrettanto sottovoce; poi la porta fu aperta con le stesse precauzioni, e il ragazzo si precipitò in casa, richiudendo la porta.
Il vecchio aveva seguito con lo sguardo quella scena d’amore, e i suoi occhi erano rimasti fissi d’istinto sulla porta, quando fu distolto da una voce che gli sussurrava il suo nome all’orecchio.
Si voltò di scatto; l’uomo che lo aveva distolto dai suoi pensieri era Michele.
— Sei arrivato tardi, gli disse: hai almeno qualche notizia?
— Una sola, ma terribile!
— Parla pure; lo sai che posso sentire tutto.
— Mentre tornavi a casa con Selvaggio Aldobrandini, il marchese Cibo vi ha sorpreso insieme al duca Alessandro. Il duca ha ucciso il marchese e ha ferito gravemente Selvaggio.
— Da chi l’hai saputo? chiese il vecchio.
— Poco lontano dalla porta del marchese vidi un uomo che si trascinava a fatica, appoggiandosi al muro; mi avvicinai a lui; allora lui si lasciò ricadere, dicendo: «Se sei un nemico, finiscimi; se sei un amico, aiutami. Sono Selvaggio Aldobrandini»
— E tu?
— Gli ho detto chi ero e a chi appartenevo; allora ha accettato il mio braccio per andare da messer Bernardo Corsi; una volta lì, mi ha mandato da te, perché ti dicessi di scappare.
— E perché scappare? chiese il vecchio. — Perché lui non può più ospitarci a casa sua, visto che è costretto a sua volta a chiedere rifugio a qualcun altro.
— Stai tranquillo, Michele. A Firenze ci sono, senza contare me, trentanove Strozzi, quindi trentanove porte che mi si apriranno; e anche se fossi costretto a rifugiarmi nel mio palazzo, è abbastanza forte da resistere a un assedio contro tutte le truppe del duca Alessandro.
— Più la casa sarà modesta, monsignore, più sarai al sicuro. Ricordati che ti chiami Filippo Strozzi e che la tua testa vale diecimila fiorini d’oro.
— Hai ragione, Michele.
— Allora, Vostra Eccellenza resta?
— Sì; ma tu, che non hai i miei motivi per restare, puoi andartene. La sentinella che ci ha lasciati passare alla porta di San Gallo non deve essere ancora stata sostituita, quindi per te è facile allontanarti. Vai pure, Michele, ti libero dalla tua promessa.
Ma quello a cui parlava Filippo Strozzi scosse la testa con aria cupa.
— Monsignore, disse lui, pensavo di essere più conosciuto da Vostra Eccellenza. Se tu hai dei motivi per restare a Firenze, io ne ho per non lasciarla. È indispensabile che si realizzi ciò per cui sono venuto.
Poi, con voce smorzata, e come se parlasse a se stesso:
— D’altra parte, se volessi scappare, proseguì lui allungando la mano verso Santa Croce, da quel convento uscirebbe una voce che mi tratterrebbe, gridando che sono un vile. Grazie quindi per la tua offerta, monsignore, ma se te ne fossi andato, ti avrei chiesto di restare.
Filippo Strozzi, che Michele avesse capito o meno, non rispose; sembrava immerso in profonde riflessioni.
In effetti, la sua posizione doveva fargli riflettere. Filippo Strozzi, dopo aver accettato senza opporsi la nomina del duca Alessandro, in seguito, quando aveva conosciuto meglio il protetto di Clemente VII e il genero di Carlo V, si era allontanato da lui. Poi, in esilio, grazie alle sue immense ricchezze e alla sua alta posizione, si era naturalmente ritrovato a capo dei proscritti. Aveva stretto un accordo con il partito repubblicano e ora, per onorare i patti, incitando alla ribellione tutti i guelfi rimasti a Firenze, era rientrato in città insieme al marchese Cibo e a Selvaggio Aldobrandini, che se ne erano poi allontanati di loro spontanea volontà.
Ora che le due case in cui sperava di trovare rifugio gli si erano chiuse davanti, dove poteva andare? Un capo di parte non appartiene solo a se stesso. Se fosse caduto nelle mani del duca, i repubblicani sarebbero stati decapitati, poiché lo Strozzi non era solo il braccio, ma la testa di quel movimento.
Era immerso nei suoi pensieri, quando la porta del convento di Santa Croce si aprì lasciando passare un monaco dell’ordine di San Domenico, il quale, di ritorno dal suo convento di S. Marco, attraversò la piazza e si diresse dritto all’angolo di via Torta, dove si trovavano Filippo Strozzi e Michele del Tavolaccino.
Al rumore della porta del convento e dei passi del monaco, Filippo Strozzi alzò lo sguardo.
— Chi è quel monaco? chiese a Michele.
— Un domenicano, eccellenza.
— Devo parlargli.
— Anch’io dovrei farti qualche domanda.
Come una statua di pietra, Strozzi si staccò dal muro e si avvicinò al monaco, il quale, vedendo un uomo avvicinarsi, si fermò.
— «Perdonami, padre mio», gli disse Filippo, «ma, se non sbaglio, tu sei del convento di San Marco?»
— Sì, figliolo, rispose il frate.
— Hai mai sentito parlare di Savonarola?
— Sono un suo discepolo.
— Ti è cara la sua memoria?
— La venero come quella dei santi martiri.
— Padre, sono un fuorilegge: mi è stato negato l’asilo su cui contavo; sulla mia testa ci sono diecimila fiorini d’oro; mi chiamo Filippo Strozzi. Padre, in nome di Savonarola, ti chiedo ospitalità.
— Non ho altro che la mia cella, che è quella di un vero monaco: fratello, è tua.
— Padre, ricordatelo, mi trascino dietro la proscrizione, senza dubbio, e forse anche la morte.
— Saranno benvenute, se lo faranno per senso del dovere.
— Allora, papà mio…
— Ve l’ho detto, la mia cella è la vostra. Lì vi precedo e vi aspetto.
— Proprio stanotte sarò alla porta del convento.
— Chiederete, fra Leonardo.
I due uomini si strinsero la mano.
Fra Leonardo stava per andarsene, quando Michele lo fermò a sua volta.
— Scusa, padre, gli disse.
— Che vuoi, figlio mio? chiese il monaco.
Michele esitò, si passò una mano sulla fronte per asciugarsi il sudore, poi, facendo uno sforzo:
— Tra le suore che vivono nel convento, ce n’è una che si chiama?…
— Ti sei dimenticato il suo nome? chiese il frate.
— Michele sorride malinconicamente.
— Dimenticherei più facilmente il mio! disse lui. Che si chiama… Nella?…
— Che rapporto avevi con quella povera ragazza, figlio mio? chiese il monaco. Eri un suo parente, un suo amico o solo uno sconosciuto?
— Era…
Michele ha tirato fuori tutto il suo coraggio.
— Era suo fratello, disse lui.
— Allora, figlio mio, aggiunse il frate con voce solenne e piena di dolcezza, prega per tua sorella, che è in cielo…
— Morta! gridò Michele con voce strozzata.
— Stamattina, proseguì fra Leonardo.
Michele chinò il capo, come se quel colpo fosse stato davvero troppo per lui: poco dopo si scosse:
— Signore, Signore, esclamò, tu sei grande e misericordioso: dopo il tumulto della terra, la quiete del cielo; dopo il dolore di un giorno, la beatitudine eterna! — Potrò vedere Nella, padre mio?…
— Il suo corpo verrà portato stanotte al convento della Santissima Annunziata, dove lei ha chiesto di essere sepolta. Potrete vederla quando uscirà dal convento.
— E voi credete che quel momento sia vicino?
— Guarda, eccola lì.
— Grazie.
Michele strinse la mano del monaco e la baciò. Questi, dopo aver rivolto un ultimo sguardo a Strozzi, come per ribadire che lo avrebbe aspettato, si allontanò lungo via Torta.
Proprio come aveva detto fra Leonardo, le porte del convento di Santa Croce si aprirono e una lunga fila di penitenti con le torce in mano apparve sotto le volte. Quattro di loro, marciando nelle due file di sinistra illuminate dalle torce, portavano sulle spalle il corpo di una ragazza tra i diciannove e i venti anni, distesa su un catafalco cosparso di fiori; la sua fronte era coronata di rose bianche, e il suo viso scoperto lasciava intuire, nonostante il pallore, che fosse stata di una bellezza straordinaria.
Appena lo vide, Michele emise un gemito così profondo e così straziante che il corteo si fermò.
— Fratelli, disse Michele, una preghiera.
Seguì un profondo silenzio, che esprimeva al tempo stesso interesse e stupore.
— Deponi qui per un istante il corpo di quella fanciulla. Oh, fratelli miei! In esso batte l’unico cuore che mi abbia mai amato; e vorrei, ora che ha smesso di battere, ringraziarlo un’ultima volta per il suo amore.
I penitenti posarono la bara davanti alla porta del convento e si fecero da parte, per permettere a Michele di avvicinarsi.
Si fece avanti e si inginocchiò con devozione, poi si chinò verso la defunta:
— Non è forse vero, povera fanciulla, che la tua agonia è stata meno dolorosa della tua vita? Non è forse vero che la morte, tanto temuta da alcuni, non è per altri che un’amica pallida e fredda, che come una buona madre ci culla tra le sue braccia e ci adagia dolcemente su quel letto eterno che si chiama tomba? Non è forse vero che, invece di piangerti, devo ringraziare il Signore, che ti richiama a sé?… Addio dunque, Nella! Addio dunque per l’ultima volta. — Ti amavo, povera figlia della terra! Ti amo sempre, bell’angelo del cielo! — Addio Nella!… Viva o morta, ero venuto per vendicarti. Dormi in pace, non ti farò aspettare la mia vendetta!
Allora, chinandosi sempre di più sul cadavere, Michele posò un bacio su quella fronte gelida; poi, rialzandosi:
— E ora, fratelli, grazie; potete restituire questo bel giglio alla terra da cui è sbocciato. È tutto finito, e io affido il corpo e l’anima nelle mani del Signore.
Con le braccia incrociate sul petto e la testa china, Michele del Tavolaccino si inginocchiò davanti alla Madonna.
I penitenti si caricarono sulle spalle il corpo della fanciulla, e il corteo funebre si allontanò lungo via del Diluvio, lasciando ancora una volta la piazza immersa nel silenzio e nell’oscurità, se non addirittura deserta.
C'erano ancora tre persone lì dentro: Filippo Strozzi, appoggiato alle inferriate del pozzo, Michele inginocchiato davanti alla Madonna, e Matteo, che, attratto da quello strano spettacolo, si era fermato sulla porta del convento, dimenticandosi per un istante della missione che il suo signore gli aveva affidato.
3
Filippo Strozzi
Anche Filippo Strozzi sembrava aver dimenticato quella missione, tanto lo aveva commosso quanto era successo.
In realtà, quando Matteo, dopo aver scrutato attentamente l’oscurità, vide una figura umana, che riconobbe come quella del suo padrone, e che gli si avvicinò, Filippo Strozzi non parlò subito di sua figlia, no…
— Conosci quella suora? chiese.
— Se la conosco?… Sì, eccellenza, rispose Matteo con un sospiro; è la figlia del mio compare, il vecchio Nicola Lapo, lo scardassiere di lana. Ricordo che un anno fa, a Firenze, si diceva che il duca Alessandro l’avesse fatta rapire, e che qualche giorno dopo la sua scomparsa fosse entrata in convento. Da allora, a quanto mi diceva proprio ora uno dei frati, non ha smesso di piangere e di pregare, e stamattina è morta come una santa.
— Ancora una vittima che griderà vendetta contro di te davanti al trono del Signore, duca Alessandro!… Che Dio faccia in modo che sia l’ultima!
Il vecchio si fece il segno della croce, scosse la testa come
per distogliere i suoi pensieri, poi rivolgendosi a Matteo con un tono più dolce e quasi sorridente:
— Beh, Matteo, disse lui, hai visto mia sorella?
— Sì, eccellenza.
— E cosa ti ha detto?… Dai, parla… mia figlia sta bene?…
— Almeno lui lo spera…
— Ma dai! Lei lo spera davvero?
— Come tua eccellenza aveva sospettato, non è riuscita a tenere la signora Luisa al suo fianco: quando ti vedrà, ti spiegherà il motivo.
— Ma allora, Luisa?
— Si nasconde proprio in questa piazza, in una casetta dove vive con la vecchia Assunta, e dove tua sorella non ha osato andare a trovarla da quindici giorni, per paura di essere spiata.
— E questa casa?… chiese Filippo Strozzi con un po’ di inquietudine.
— Si trova tra via della Fogna e via del Diluvio.
— Tra via della Fogna e via del Diluvio!… esclamò il vecchio, ricordando che proprio in quella casa era entrato mezz’ora prima un uomo. Ti sbagli, Matteo, non è quello l’indirizzo che ti ha dato mia sorella!…
— Scusa, monsignore… è proprio quello che mi ha dato la signora Capponi; per paura che facessi un errore, me l’ha dato anche per iscritto.
— E mia figlia vive lì, da sola? chiese il vecchio Strozzi asciugandosi il sudore dalla fronte.
— Solo con la vecchia Assunta.
— Non c’è nessun’altra donna oltre a quella?
— Nessuna.
— Oh! Mio Dio!…
E mentre sentiva le gambe cedere, il vecchio si aggrappò alle grate di ferro del pozzo.
— Ma che ti prende, in nome di Dio!… Che ti prende, signor Filippo?
Quella domanda attirò l'attenzione del vecchio.
— Niente, disse lui, niente, Matteo… Vai ad aspettarmi in piazza San Marco, di fronte al convento dei Domenicani; tra un quarto d’ora sarò lì con te.
— Ma, eccellenza… obiettò il servitore, intuendo che qualcosa di straordinario stesse turbando il suo padrone.
— Vai, Matteo, vai!… ripeté Filippo con un tono così dolce e così triste che Matteo se ne andò senza opporre più resistenza.
Allora Filippo Strozzi si avvicinò alla casa con un passo solenne e silenzioso come quello di un fantasma, deciso a sfondare la porta se non si fosse aperta; ma mentre allungava la mano verso il battente, la porta si aprì come per incanto, e un uomo mascherato apparve sulla soglia.
Prima ancora che quell’uomo avesse avuto il tempo di indietreggiare, la mano di Filippo Strozzi lo aveva afferrato, e queste due domande si intrecciavano:
— Che vuoi? chiese l’uomo mascherato.
— Chi sei? chiese Filippo Strozzi.
— Che te ne importa? rispose l’uomo mascherato cercando di liberarsi dalla presa del vecchio.
Ma questi, con uno sforzo violento, lo trascinarono per la strada:
— Mi interessa talmente tanto, gridò, che voglio saperlo subito.
E con un movimento così rapido che il suo avversario non riuscì né a prevederlo né a opporvisi, gli strappò la maschera.
Come per assecondare il desiderio di quel padre oltraggiato, un raggio di luna si fece strada tra due nuvole e illuminò la piazza di Santa Croce.
Il giovane e il vecchio si riconobbero, lanciando entrambi un’esclamazione di sorpresa.
— Filippo Strozzi! gridò il giovane.
— Lorenzino! gridò il vecchio.
— Filippo Strozzi! — ripeté il giovane con un tono di terrore che non riuscì a trattenere. Poveraccio! Che ci fai a Firenze?… Non sai forse che sulla tua testa c’è una taglia di diecimila fiorini?…
— Sono venuto per chiedere conto al duca della libertà di Firenze, a te, dell’onore di mia figlia…
— Se fossi venuto solo per l’ultima ragione, sarebbe facile sistemare la cosa, caro zio, visto che l’onore di tua figlia è intatto, come se sua madre, gelosa, l’avesse protetta dal fondo della sua tomba.
— Lorenzino esce alle due del mattino da casa di mia figlia, e poi dice che mia figlia è ancora all’altezza di suo padre? Lorenzino mente.
— Povero vecchio, a cui la sventura e l’esilio hanno offuscato la memoria! — disse il giovane con un’espressione indicibile di tristezza e di ironia. Ma hai forse dimenticato una cosa, Strozzi?… Il fatto è che hai sposato Giulia Soderini, la sorella di mia madre; che Luisa ed io eravamo destinati l’uno all’altra; che tua moglie, quando quella santa donna era ancora in vita, non faceva alcuna differenza tra me e i tuoi due figli Pietro e Tommaso. Come mai allora ti sorprende che io abbia continuato ad amare Luisa, e che Luisa abbia continuato ad amarmi, visto che il nostro amore era stato approvato proprio da te?
Strozzi si passò una mano sulla fronte.
— È vero, mormorò lui, avevo dimenticato tutto questo, ma facendo uno sforzo, mi ricorderò tutto… tutto, non temere. Ecco, la memoria mi ritorna… Ascolta… sì, tu sei mio nipote; sì, non facevamo alcuna differenza tra te e i nostri due figli. Ebbene, Lorenzino, il giorno promesso è arrivato; tu hai venticinque anni e Luisa ne ha sedici. Proscritto come sono io, isolata come è lei, c’è bisogno di qualcuno che la ami con l’amore di un padre e di uno sposo… L’unico bene che né la tirannia né l’esilio mi abbiano ancora strappato, e l’unico angelo che prega ancora per me sulla terra, è lei… Ebbene, il mio unico angelo, la mia unica speranza, il mio unico bene, ti do tutto questo. Lorenzino, io, povero proscritto… Sposa mia figlia, rendila felice, e qualunque sia il prezzo del tesoro che ti avrò dato, non solo crederò che siamo pari, ma mi dirò anche tuo debitore…
Lorenzino aveva ascoltato con evidente commozione tutto ciò che il vecchio gli aveva detto. Quando sentì Filippo Strozzi offrirgli la mano di sua figlia, fece un passo indietro e, barcollando, si appoggiò a uno dei pilastri che sostenevano il balcone. Infine, quando il vecchio ebbe finito di parlare, rimase un istante in silenzio, come se le parole che doveva pronunciare non riuscissero a uscirgli dalla gola; poi, con voce sorda, rispose:
— Quello che mi proponi, Strozzi, lo sai che era possibile un’altra volta, forse lo sarà in futuro, ma oggi è impossibile.
— Oh! Sapevo già quale sarebbe stata la tua risposta, Lorenzino!… E perché non dovrebbe essere possibile? Dimmi… Dio mi dà la pazienza di ascoltarti… e io ti ascolto…
— Come vuoi che io, il favorito del duca Alessandro, io, il confidente del duca Alessandro, io, l’amico del duca Alessandro, sposi proprio la figlia dell’uomo che, da tre anni, cospira apertamente contro di lui; che da sei anni, da quando è sul trono, ha tentato due volte di farlo assassinare; e che, esiliato da Firenze, con la testa messa a prezzo, vi rientra stasera per tentare, probabilmente, qualche follia dello stesso genere?… Visto che io chiamo follia, capisci bene, Filippo, qualsiasi tentativo di cospirazione che non va a buon fine; se va a buon fine, e ciò che io chiamavo follia, lo chiamerò saggezza… Sposare tua figlia! Sposare Luisa Strozzi!… Oh, ma dovrei essere proprio fuori di testa!…
— O mio Dio! mio Dio! gridò il vecchio, che cosa mi hai riservato!.. Eppure andrò fino in fondo, Lorenzino: un attimo fa hai invocato il mio ricordo, e, come hai visto, il mio ricordo è stato fedele: lascia che a mia volta io invochi il tuo.
— Strozzi, Strozzi, ti avverto che ho dimenticato un sacco di cose…
— Oh! esclamò il vecchio, ce ne sono di quelle che sicuramente ti ricorderai. Sono i consigli che, ragazzino, davi alla patria.
— Dai, Filippo, ti rispondo tra poco.
— Lorenzino, continuò il vecchio, sei cambiato così tanto che in te non c’è più nulla di com’eri una volta? Che il presente abbia così presto cancellato le promesse del passato? È possibile che l’entusiasta seguace di Savonarola sia diventato l’adulatore, il cortigiano di un bastardo dei Medici?
— Va, va, ripeté Lorenzino, sto analizzando ogni tua parola per risponderti.
— E com’è possibile, proseguì Filippo, che chi a diciannove anni scriveva una tragedia su Bruto, cinque anni dopo reciti alla corte di Nerone la parte di Narciso?
— O d’Ottone…
— No, è impossibile, vero?
— No, no, Filippo, gridò il giovane con amarezza, tutto questo è vero… Ma, visto che stiamo ricordando il passato, tocca a me… — Chi ha oppresso Firenze? Clemente VII. Chi vi ha offerto due volte di assassinare Clemente VII, per quanto fosse papa, e per quanto si dicesse mio protettore? Io… Chi ha rifiutato, dicendomi: «Colpisci, ma noi lasciamo il delitto a tuo carico?» Voi!… Quando Firenze fu presa, quando Firenze fu assediata, quando Firenze si è arresa, quando fu riconosciuto che solo un Medici poteva regnare, chi vi ha detto: «Io sono figlio di Pier Francesco dei Medici, due volte nipote di Lorenzo, fratello di Cosimo, figlio di Maria Soderini, donna di saggezza esemplare e di riconosciuta prudenza, e io ristabilirò la repubblica, lo giuro sul mio onore?… Io!… E, sul mio onore, l’avrei fatto. Ma… Voi avete preferito il figlio di una mora, un bastardo del ramo primogenito, e quando dico ramo primogenito, voi non sapete — e sua madre non ne sa più di voi — di chi sia figlio… di… Lorenzo duca d’Urbino, o di Clemente VII, o di un mulattiere. Voi l’avete preferito, eletto, corteggiato, tu per primo, o Strozzi! E avete abbandonato me, a cui non avete alcun rimprovero da fare!
Lorenzino fissò per un istante con amarezza Filippo Strozzi, poi proseguì!
— Visto che avevo un corpo delicato e femminile, alcuni mi chiamavano Lorenzino, altri Lorenzaccio; avete detto che avevo avuto delle infami complicità con papa Clemente; mi avete calunniato, non potendo fare di peggio.
«Perché vi separaste dal duca Alessandro, ci volle che il primo gonfaloniere Carducci, Bernardo Castiglione e altri quattro magistrati fossero decapitati; che il secondo gonfaloniere, Raffaele Carolami, fosse rinchiuso nella cittadella di Pisa e vi morisse avvelenato; che il predicatore Benedetto di Foiano fosse consegnato a Clemente VII, fosse da lui rinchiuso a Castel Sant’Angelo e vi morisse di fame; che fra Zaccaria, che era riuscito a fuggire travestito da contadino, morisse a Perugia, non si sa in che modo, ma dopo essersi inginocchiato davanti al papa. Ci volle che centocinquanta cittadini, tra i più importanti e degni della città, fossero esiliati. Ci volle che dodici cittadini, di cui tu facevi parte, fossero incaricati di riorganizzare lo Stato di Firenze, visto che ormai della repubblica fiorentina non si parlava più!… Fu necessario che questo comitato dei Dodici sopprimesse il gonfaloniere di giustizia e la signoria, e vietasse di ristabilire mai più questa magistratura, che, per centocinquanta anni, aveva amministrato con tanta gloria! Ci volle che il nuovo duca si circondasse di truppe straniere e nominasse Alessandro Vitelli, uno straniero, loro capo, e Guicciardini, un traditore, governatore di Bologna. Doveva avvelenare a Itri, insieme al papa, il cardinale Ippolito dei Medici, suo primogenito. Dovette sposare la figlia dell’imperatore, Margherita d’Austria, e nonostante questo matrimonio, continuò nei suoi sfrenati eccessi a disonorare i conventi più sacri e le famiglie più nobili di Firenze. Ci volle tutto questo… E, quando vidi tutto questo, io, e che non si otteneva nulla se non con la meschinità, l’adulazione e la corruzione; che ogni spirito grande, ogni cuore nobile era dimenticato o disprezzato, allora sono tornato a Firenze, mi sono fatto cortigiano, amico, schiavo, il compagno di bagordi del duca Alessandro, e non essendo riuscito a diventare il primo nella gloria, sono diventato il secondo nel disonore… Non è forse un bel calcolo? Dimmi, Filippo?
— Lorenzino! Lorenzino!… Quello che dice qualcuno sottovoce, sarà forse vero? gridò Strozzi afferrando il braccio del ragazzo e cercando di leggere nei suoi occhi, nonostante l’oscurità.
— E qualcuno cosa ne pensa?… chiese il ragazzo.
— Proprio come Bruto, tu fingi di essere uno sciocco, ma ogni sera, proprio come lui, baci la nostra madre comune, la terra, implorando il tuo paese di perdonarti l’apparenza in nome della realtà… Ebbene, ascolta; se è così, Lorenzino, è giunta l’ora di gettare la maschera; è giunta l’ora di scambiare la veste del buffone con il pugnale del repubblicano… Ci sono ancora corone per Armodio, palme per Aristogitone… Solo che non c’è un istante da perdere: se vuoi far parte della grande opera che si sta preparando, dopodomani; domani, sarà forse troppo tardi. Lorenzino, hai molto da fare per tornare a essere Lorenzo… Ebbene, mi assumo tutto il tuo passato, te ne faccio un’aureola per il futuro: ti apro le nostre file, ti cedo il mio posto. Siamo trecento ad aver giurato di morire per restituire la libertà a Firenze; marcia alla nostra testa, sii il nostro capo, e io per primo darò agli altri l’esempio dell’ubbidienza.
Lorenzo emise quella risata stridula e metallica che era tipica solo di lui.
— Lo sai, Strozzi, rispose, che la tua è un’idea magnifica?… A me, Lorenzino, il re delle feste, a me, il principe dei giorni gioiosi e delle notti folli, tu mi offri di diventare il capo di una cospirazione tortuosa, ben oscura, ben romana, misteriosamente tramata nelle tenebre, alla maniera di quella di Catilina, con giuramenti scambiati su un pugnale e il sangue bevuto in una coppa?… No, no, Filippo… Quando sarò abbastanza pazzo da cospirare contro il
Lo farò in modo meno triste e cupo, farò come Fiesco, per esempio, ma senza la corazza però… per non annegare, se dovessi cadere in acqua. — E poi, sì, la vostra Repubblica fiorentina ricompensa proprio bene chi si sacrifica per lei!… È una madre davvero tenera con i suoi figli, un’amante davvero fedele ai suoi amanti!… Rivale di Atene, era gelosa di tutto, persino dell’ingratitudine del suo modello nei confronti dei suoi cittadini più illustri… Vediamo, contiamo quelli che il suo abisso ha divorato, senza che, come il vortice di Decio, si richiudesse sul loro sacrificio… I Pazzi, per primi, che prevedendo il futuro volevano sradicare il male alla radice, e che voi avete lasciato impiccare sul balcone di Palazzo Vecchio; Savonarola, il Licurgo cristiano, che voleva fondare una repubblica, al cui confronto quella ideata da Platone non era che una scuola di corruzione, e che voi avete lasciato bruciare sulla piazza del Palazzo della Signoria… Infine Dante di Castiglione, romano dell’epoca dei Gracchi, smarrito nel mezzo della nostra era moderna, che voi avete lasciato avvelenare a Itri… Quindi, corda, rogo e veleno, ecco la ricompensa che Firenze la Magnifica regala a chi si sacrifica per lei!… Grazie!.. No, no. Filippo; meglio è non cospirare, credimi; ma quando cospirerai, ascolta questo: bisogna cospirare da soli, senza dirlo a nessuno; bisogna cospirare senza amici, senza confidenti, e se comunque non lo dirai ad alta voce, avrai allora qualche speranza di vedere riuscire la tua cospirazione. — Mi parli di prendere il tuo posto, Strozzi, di mettermi alla vostra guida, di raccogliere io solo l’onore dell’impresa… Insensato!… vuoi che ti dica come finirà la tua cospirazione? Prima di ventiquattro ore sarete tutti prigionieri… Siete appena arrivati a Firenze, non è vero? Ebbene, uno di voi è già stato ucciso, l’altro ferito, e gli ordini sono già stati dati perché siate arrestati. O Strozzi, Strozzi, segui un buon consiglio… anche un pazzo ne dà qualche volta: riprendi la strada che ti ha portato qui, esci dalla porta da cui sei entrato, torna alla fortezza di Montereggione, chiudi le tue porte, abbassa le tue saracinesche, alza i tuoi ponti levatoi e aspetta…
— Che?… che vuoi che io aspetti?…
— Che ne so!… Forse un giorno, una sera, una notte, proprio quando meno te lo aspetti, un’eco ti porterà queste parole! «Il duca Alessandro è morto.»
— Poveraccio, Lorenzo, rispose Strozzi. Delle tre domande che contavo di farti, eccone già due che mi neghi… spero che mi concederai la terza…
— Se è meno folle delle prime due, con tutto il piacere, Strozzi.
— Ecco, disse il vecchio estraendo la spada, è il momento di darmi una spiegazione per le tue offese, i tuoi rifiuti e i tuoi consigli.
— Oh! In fede mia, gridò Lorenzino, sei decisamente pazzo, mio povero amico!… Un duello con me?… Con me, Lorenzino?… Ma come, dovrei combattere io?… Non è forse convenuto, stabilito, riconosciuto che non ho la forza nemmeno di impugnare una spada?… Ma non lo sai dunque che sono una femminuccia, un vile?… Oh! In verità, credevo di essere più conosciuto, visto che Firenze grida il mio panegirico a tutta l’Italia e l’Italia a tutta la terra!…
«Grazie, Strozzi! Hai esitato tra Firenze e me; grazie, solo tu potevi ancora farmi questo onore.
— Sì, hai ragione, gridò il vecchio; sì, Lorenzo, sei un miserabile… sì, Lorenzo, sei un vigliacco, e non meriti di morire per mano di uno come me… Vai, non spero più che in Dio!… Vai!…
— Finalmente, disse Lorenzino con la sua solita risata, eccoti tornato in te… Addio, Strozzi.
— Addio.
E Lorenzino si allontanò lungo la via del Diluvio e sparì ben presto nell’oscurità.
Strozzi si guardava vivacemente intorno come se cercasse qualcuno. Michele aveva finito la sua preghiera e se ne stava in piedi dietro l’angolo di via della Fogna.
— Michele! Michele! gridò il vecchio.
Michele si accorse.
— Eccomi, eccellenza.
— Vedi quell’uomo che si allontana… là, là in fondo?… Lo vedi?…
— Sì… .
— Beh, se domani mattina quell’uomo non è morto, domani sera siamo spacciati. Quell’uomo sa tutto… .
— E come si chiama quell'uomo?…
— Lorenzino.
— Lorenzino!… gridò Michele: Lorenzino, il favorito del duca!.. Stai tranquillo, signor Filippo, morirà!
— Va bene… Vattene, e che io non ti riveda finché non potrai dirmi: «È morto!»
E con un gesto della mano fece cenno al poliziotto di andarsene.
Michele obbedì.
Rimasto solo, Strozzi, con la spada sempre sguainata, si avvicinò alla casa, posò la mano sul pomello della porta semichiusa, come per entrare. Ma, all’improvviso, cambiando idea, invece di spingere la porta, la tirò verso di sé e la chiuse mormorando:
— No, stasera… domani. Stasera la ucciderei.
E a sua volta sparì in quel labirinto di strade che si incrociano tra piazza Santa Croce e piazza delle Dame.
4
Il Palazzo Riccardi
Ora è il momento che il nostro lettore scenda da dove l’abbiamo fatto salire, ci segua in Via Larga ed entri con noi nel palazzo di Cosimo l’Antico, conosciuto ai nostri giorni con il nome di Palazzo Riccardi.
Parliamo un po’ di colui che l’aveva fatto realizzare, e diamo un’occhiata a questa grande stirpe dei Medici, divisa in due rami, il ramo primogenito e il ramo secondogenito, che a Firenze contavano ormai solo tre rappresentanti.
Il duca Alessandro, figlio di quel Giuliano II, di cui Michelangelo ha scolpito il busto noto come il “Pensieroso”, o di Clemente VII o di un mulattiere (abbiamo detto che sua madre stessa, una cortigiana mora, non sapeva chi fosse il vero padre di Alessandro), il duca era il primogenito.
Il ramo secondogenito era rappresentato da Lorenzino, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, e da Cosimo, che poi succedette ad Alessandro, soprannominato dalla storia “il Tiberio fiorentino”.
Lasciamo perdere l’ordine di primogenitura e cominciamo da Cosimo. Ma prima di tutto parliamo del Palazzo Riccardi e di chi lo fece costruire.
Era proprio Cosimo l'Antico. Firenze iniziò cacciandolo via due volte, per poi finire per chiamarlo il Padre della Patria.
Cosimo era figlio di quel Giovanni de’ Medici, sul quale Machiavelli scrisse le seguenti righe:
«Giovanni era misericordioso, e non solo faceva l’elemosina a chi la chiedeva, ma spesso, senza che glielo chiedessero, soccorreva i poveri nel bisogno. Amava tutti, lodava i buoni e provava compassione per i cattivi. Non chiese mai onori, eppure li ottenne tutti. Non andò mai a Palazzo se non quando veniva chiamato. Amava la pace e fuggiva la guerra. Aiutava chi era in difficoltà e sosteneva chi era in fortuna. Era estraneo alle rapine pubbliche e promotore del bene comune. Con i magistrati era gentile: non di grande eloquenza, ma di grandissima prudenza. In presenza degli altri appariva malinconico, ma poi, nella conversazione, era piacevole e spiritoso.’
Questo grande cittadino, padre di Cosimo e di Lorenzo l’Antico, era stato eletto due volte priore, una volta gonfaloniere, una volta membro dei Dieci della guerra, ambasciatore presso Ladislao, re d’Ungheria, e presso papa Alessandro V, e presso la Repubblica di Genova: aveva portato a buon fine tutte le missioni di cui lo avevano incaricato e gestito gli altri affari con tanta prudenza e tale lealtà, da accrescere la sua influenza presso i potenti e la sua popolarità tra la gente comune.
Era morto verso la fine di febbraio del 1428 ed era stato sepolto nella basilica di San Lorenzo, uno dei capolavori di Filippo Brunelleschi, che, trent’anni dopo, avrebbe lasciato un segno indelebile con il duomo di Firenze. Cosimo e Lorenzo spensero per il suo funerale tremila fiorini d’oro, pari a centomila franchi di oggi, e lo accompagnarono all’ultima dimora insieme a ventotto dei loro parenti e a tutti gli ambasciatori dei vari potentati che si trovavano allora a Firenze.
È proprio da questi due figli — l’abbiamo già detto, ma lo ripetiamo per farti capire meglio quello che succederà — che nell’albero genealogico dei Medici si crea questa grande divisione, che darà vita a mecenati delle arti e a sovrani della Toscana.
Il ramo primogenito, che si distinse durante la Repubblica, continuerà a crescere di importanza con Cosimo l’Antico, e darà i natali a Lorenzo il Magnifico e al duca Alessandro.
Il ramo secondogenito si separerà dal primo e, glorioso in guerra se non nel principato, darà origine a Giovanni delle Bande Nere e a Cosimo I.
Cosimo l’Antico nacque in una di quelle epoche felici in cui tutto in una nazione tende a rasserenarsi, e in cui l’uomo di genio trova maggiore facilità a diventare grande. Con essa si apriva la brillante era della Repubblica Fiorentina; le arti rispondevano da ogni parte; Brunelleschi costruiva le sue chiese, Donatello scolpiva le sue statue, Orgagna intagliava i suoi portici, Masaccio dipingeva le sue cappelle. Infine, la prosperità pubblica, che andava di pari passo con il progresso delle arti, faceva della Toscana, situata tra la Lombardia, gli Stati Pontifici e la Repubblica di Venezia, non solo il paese più potente, ma anche il più felice della terra.
Cosimo era nato con immense ricchezze, che aveva quasi raddoppiato, tanto che, pur essendo solo un cittadino come gli altri, aveva acquisito un’influenza straordinaria. Escluso dal governo, non irritava mai nessuno né adulava mai nessuno; quando seguiva la retta via, Cosimo diceva: «Va bene»; quando se ne allontanava, Cosimo diceva: «Va male». E il suo biasimo o la sua approvazione erano di suprema importanza. Da ciò risultava che Cosimo non era a capo del governo, ma era forse già qualcosa di più: era il suo censore.
Quindi si capisce quale terribile tempesta dovesse abbattersi su un uomo del genere. Cosimo la vedeva avvicinarsi e la sentiva infuriare; ma, tutto preso dai grandi lavori che nascondevano i suoi vasti progetti, non voltava lo sguardo verso il lato dove la tempesta si stava addensando. Tranquillo, invece, faceva completare la cappella di San Lorenzo, iniziata da suo padre, faceva costruire il monastero di San Frediano, la chiesa del convento dei Domenicani di San Marco e gettare le fondamenta di quel bel palazzo in via Larga, di cui ci stiamo occupando proprio ora. Solo quando i suoi nemici lo minacciavano apertamente, lasciava Firenze per recarsi nel Mugello, culla della sua famiglia; lì, per non restare con le mani in mano, faceva costruire i conventi di Bosco e di San Francesco, tornava in città con la scusa di dare un’occhiata alla sua cappella nel noviziato dei padri di Santa Croce e nel convento degli Angeli dai Camaldoli; poi ne usciva di nuovo alla prima pietra che gli veniva scagliata contro, per far progredire i lavori delle sue ville di Careggi, di Cafaggiolo, di Fresotti e di Trebbio; fondava a Gerusalemme un ospizio per i pellegrini poveri, e tornava per vedere a che punto fosse il suo bel palazzo in via Larga.
E tutte queste costruzioni davano lavoro a un mondo di operai e architetti, per i quali servivano cinquecentomila scudi; cioè sette o otto milioni della nostra moneta attuale, senza che il fastoso cittadino sembrasse minimamente impoverito da queste spese.
Il fatto è che Cosimo era più ricco di molti re di quel tempo. Suo padre Giovanni gli aveva lasciato, da parte sua, circa quattro milioni in argento e da otto a dieci milioni in carta, che, con il cambio, lui aveva più che quintuplicato. Contava, nelle varie piazze finanziarie d’Europa, sia a nome dei suoi agenti che a titolo personale, sedici case bancarie in piena attività. A Firenze tutti gli dovevano qualcosa, perché la sua borsa era aperta a tutti.
Così, quando per Cosimo giunse l’ora della vera proscrizione; quando, esiliato a Savona da Rinaldo degli Albizzi, nella notte del 3 ottobre 1433 lasciò Firenze insieme alla sua famiglia e ai suoi clienti, alla capitale della Toscana sembrò che le venisse strappato il cuore. L’oro, questo sangue commerciale dei popoli, sembrava essersi prosciugato alla sua partenza; tutti gli immensi lavori da lui iniziati erano rimasti interrotti; residenze di campagna, palazzi, chiese, appena iniziati, a metà dell’opera o non ancora finiti, sembravano altrettante rovine che indicavano come una terribile sventura avesse colpito la città.
Davanti alle fabbriche ferme, gli operai si radunavano chiedendo lavoro; ogni giorno i gruppi erano più numerosi, più affamati, più minacciosi; e lui, nel frattempo, fedele al suo modo di gestire tutto con mano leggera, chiedeva ai suoi numerosi debitori, ma con gentilezza, più come un amico in difficoltà che come un creditore esigente, di restituire le somme prestate, dicendo che l’esilio lo costringeva a fare ciò che non avrebbe mai fatto se fosse rimasto a portare avanti le sue immense opere a Firenze. Molti non potevano pagarlo, altri lo facevano, ma con grande disagio; tanto che il malcontento, che si estendeva dagli operai ai cittadini, fece sì che Cosimo fosse richiamato dopo quindici mesi, per volontà della democrazia che era salita al potere. Ma l’esule trionfatore era, per la sua fortuna e le sue ricchezze, troppo al di sopra di coloro che lo avevano portato al potere perché li considerasse a lungo, non che come pari, ma come cittadini. Dal ritorno di Cosimo, Firenze, che era sempre appartenuta a se stessa, stava per diventare proprietà di una famiglia che, scacciata tre volte, doveva tornare tre volte, portandole la prima volta catene d’oro, la seconda catene d’argento e la terza catene di ferro.
Cosimo tornò in mezzo ai festeggiamenti e alle luminarie e, lo stesso giorno del suo ritorno, riprese i suoi affari, i suoi cantieri e i suoi traffici, lasciando ai suoi seguaci il compito di portare avanti le sue vendette. Le proscrizioni furono tante, i supplicanti così numerosi, senza che Cosimo sembrasse immischiarsene, che uno dei suoi amici, che aveva scoperto chi era a far scrivere l’ostracismo e a far calare la scure, andò da lui un giorno per dirgli che, se avesse continuato in quel modo, avrebbe finito per spopolare la città. Trovò Cosimo nel suo studio intento a fare un calcolo. Cosimo alzò la testa e, senza lasciare la penna, lo guardò con un sorriso impercettibile. — Preferisco spopolarla — rispose — piuttosto che perderla una seconda volta. — E l’inflessibile aritmetico tornò alle sue cifre.
Così invecchiò ricco, potente, onorato, ma colpito dalla mano di Dio all’interno della sua famiglia.
Dei tanti figli che aveva avuto, gliene era rimasto solo uno. Indebolito, debilitato, si faceva portare nelle immense sale del suo palazzo per ammirare le sculture, le dorature, gli affreschi, e scuoteva tristemente la testa dicendo:
— Oimè! Oimè: ecco una casa davvero grande per una famiglia davvero piccola.
In realtà lasciò come unico erede del suo nome, del suo potere e delle sue ricchezze Pietro dei Medici, il quale, situato tra Cosimo il Padre della Patria e Lorenzo il Magnifico, non ottenne altro soprannome che quello di Pietro il gottoso.
Rifugio dei dotti greci scacciati da Costantinopoli, culla del Rinascimento delle arti, sede oggi delle riunioni dell’Accademia della Crusca, il palazzo Riccardi fu in seguito la dimora di Pietro il gottoso e di Lorenzo il Magnifico, che vi si ritirò dopo la congiura dei Pazzi, alla quale era scampato in modo così miracoloso, e lo arricchì con la sua immensa collezione di pietre preziose, di cammei antichi, di splendide armi e di manoscritti originali a un altro Pietro, che non si chiamava Pietro il gottoso, ma Pietro il codardo, Pietro lo sciocco, Pietro l’insensato.
Fu proprio lui ad aprire le porte di Firenze a Carlo VIII, a consegnargli le chiavi di Sarzana, Pietrasanta, Pisa, Librafatta e Livorno, e a promettere che la Repubblica gli avrebbe versato la somma di duecentomila fiorini.
Alla fine, quel tronco gigantesco aveva messo rami così possenti che la sua linfa cominciava a prosciugarsi. Infatti, dopo la morte di Lorenzo II, padre di Caterina de’ Medici, del sangue di Cosimo l’Antico non restò che Ippolito, figlio illegittimo di Giulio II, che fu cardinale e morì avvelenato a Itri; Giulio, figlio illegittimo di Giuliano l’antico, assassinato dai Pazzi nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, e che divenne Clemente VII; infine Alessandro, figlio illegittimo di Giuliano, di Clemente VII o di un mulattiere, che fu chiamato duca di Toscana e che abbiamo già visto all’opera in una delle sue imprese familiari, sulla piazza di Santa Croce.
In che modo era arrivato al potere supremo? Ecco cosa stiamo per raccontare.
Una volta salito al trono pontificio, lo sguardo di Clemente VII si era posato sui suoi due nipoti, Ippolito e Alessandro, e questo era tanto più naturale in quanto quest’ultimo, considerato a prima vista figlio di Lorenzo II, si riteneva fosse in realtà figlio di Clemente VII, di quando non era altro che cavaliere di Rodi.
Ogni suo potere fu quindi fin dall’inizio impiegato per mantenere i resti illegittimi del ramo primogenito nell’alta posizione che i Medici avevano sempre occupato a Firenze.
Purtroppo Clemente VII si era alleato con la Francia; questa alleanza aveva portato al saccheggio di Roma da parte degli spagnoli, guidati dal contestabile di Borbone, e alla prigionia del papa. Ma Clemente VII era un tipo che sapeva adattarsi. Vendette sette cappelli rossi, diede in pegno cinque cardinali e ottenne la somma necessaria per il suo riscatto.
Grazie a queste garanzie, a Clemente VII fu concessa un po’ più di libertà, e lui ne approfittò per scappare da Roma vestito da paggio e rifugiarsi a Orvieto.
Ora i fiorentini, che avevano cacciato i Medici per la terza volta, pensavano di essere al sicuro, visto che Carlo V era vincitore e il papa era in fuga. Ma l’interesse può riavvicinare ciò che l’interesse stesso ha separato.
Carlo V, eletto imperatore nel 1519, non era ancora stato incoronato dal papa; e questa cerimonia, all’epoca dello scisma di Lutero, di Zwingli e di Enrico VIII, assumeva un’importanza fondamentale per i progetti di Sua Maestà Cattolica. Si concordò quindi tra la corona e la tiara che Clemente VII avrebbe consacrato l’imperatore, ma che l’imperatore avrebbe conquistato Firenze e, una volta conquistata, l’avrebbe ceduta come ducato al bastardo Alessandro, il quale avrebbe sposato la sua figlia bastarda, Margherita d’Austria. Degli interessi di sei milioni di uomini non si parlò affatto. Che valore hanno gli interessi di un popolo, quando si tratta del figlio illegittimo di un papa e della figlia illegittima di un imperatore!
Tutto andò come era stato concordato. Carlo V conquistò Firenze, vi incoronò Alessandro e gli diede in sposa sua figlia il 28 febbraio 1535, secondo il calendario vecchio.
A quel tempo, il duca Alessandro regnava a Firenze già da cinque anni, come abbiamo visto. Il suo grande protettore, papa Clemente VII, però, era morto già da due anni.
Abbiamo detto che due membri del ramo secondogenito dei Medici vivevano nello stesso periodo del rappresentante del ramo primogenito. Questi due erano Lorenzino e Cosimo. Cosimo aveva diciassette anni ed era figlio di Giovanni delle Bande Nere.
Due parole su questo Giovanni delle Bande Nere, uno dei condottieri più famosi d’Italia.
Era figlio di un altro Giovanni dei Medici e di Caterina, figlia di Galeazzo, duca di Milano. Suo padre era morto molto giovane e sua madre, rimasta vedova nel fiore degli anni, cambiò il nome del bambino, che si chiamava Luigi, in Giovanni, per far rivivere in lui, per quanto possibile, il defunto marito. Ma ben presto ebbe così tanto da temere per questo figlio così caro, che lo vestì con abiti femminili: e, come Teti aveva nascosto Achille alla corte di Deidamia, lei lo nascose nel monastero di Annalena.
Ma né la dea né la donna riuscirono a ingannare il destino. I due ragazzi erano destinati a diventare eroi e a morire giovani.
Quando il bambino compì 12 anni, fu necessario farlo uscire dal convento. Ogni parola, ogni gesto smascherava la menzogna delle sue vesti. Tornò quindi a casa di sua madre e mosse i primi passi in Lombardia, dove si guadagnò ben presto il soprannome di «invincibile». In breve, grazie alla fama che si era conquistato, fu eletto capitano della repubblica; infine, stava tornando dalla Lombardia, come capo della Lega per il re di Francia, quando, avvicinandosi a Borgoforte, fu ferito sopra il ginocchio da un colpo di falconetto; la ferita era così grave che dovettero amputargli la coscia. E siccome era notte, Giovanni non volle che nessuno tenesse la torcia per illuminare i chirurghi; — e la tenne lui stesso per tutta la durata dell’amputazione, senza che la sua mano tremasse nemmeno per un istante tanto da far oscillare la fiamma. Ma, o perché la ferita era mortale, o perché l’operazione era stata eseguita male, il giorno dopo Giovanni dei Medici morì all’età di 29 anni.
I suoi soldati lo amavano così tanto che, alla sua morte, si misero tutti a lutto, dichiarando che non avrebbero mai abbandonato quel colore. Da qui il soprannome di Giovanni delle Bande Nere, con cui è rimasto nella storia.
Suo figlio Cosimo si era tenuto ostinatamente lontano non solo dagli affari, ma anche dalla città. Abitava nel suo palazzo di Trebbio, dove tutte le attenzioni di sua madre, che lo adorava, erano volte a far dimenticare che lui esistesse.
Inoltre, in quel ramo c'era un primogenito: si trattava proprio di Lorenzo, che fin dall'inizio del nostro racconto abbiamo presentato ai nostri lettori con il nome di Lorenzino.
Lorenzo era nato a Firenze il 23 marzo 1514, figlio di Pier Francesco de’ Medici, due volte pronipote di Lorenzo, fratello di Cosimo e di Maria Soderini, di cui abbiamo già parlato.
Aveva appena nove anni quando perse il padre.
La sua prima educazione avvenne quindi sotto la guida di sua madre; ma, all’età di dodici anni, passò sotto la tutela di suo zio Filippo Strozzi.
Lì si era sviluppato il suo strano carattere: era un bizzarro miscuglio di scherno, di indecisione, di inquietudine, di empietà, di desiderio, di ambizione, di umiltà e di alterigia. Di tanto in tanto da questa unione di elementi così opposti scaturiva un ardente desiderio di gloria, tanto più inaspettato in quanto proveniva da un corpo così esile e femminile. I suoi più cari non l’avevano mai visto né piangere, né ridere, ma sempre bestemmiare e schernire. Allora il suo viso, più grazioso che bello, poiché era scuro e malinconico, assumeva un’espressione così terribile che, per quanto passasse sul suo volto veloce come un lampo, anche i più coraggiosi ne erano spaventati. A quindici anni era stato straordinariamente prediletto da Clemente VII, che lo aveva fatto venire a Roma; fu allora che lui propose ai repubblicani di Firenze di ucciderlo, cosa che li aveva spaventati così tanto, visto che si trattava di un ragazzino, che avevano risposto con un rifiuto.
Allora era tornato a Firenze, dove aveva iniziato a corteggiare il duca Alessandro con tanta astuzia e umiltà che era diventato, non uno dei suoi amici, ma il suo unico amico; e questo mentre si divertiva a fare una cosa per cui lo prendevano spesso in giro: una tragedia su Bruto, che fece recitare due volte.
Da parte sua, il duca Alessandro riponeva in lui una strana fiducia; e la prova più evidente che gliene dava era quella di renderlo il mediatore dei suoi intrighi amorosi.
Qualunque fosse il desiderio del duca, sia che salisse alle vette più alte o scendesse negli abissi più profondi, sia che perseguisse una bellezza profana o penetrasse in qualche santo monastero, sia che avesse come scopo l’amore di una moglie adultera o di una fanciulla casta, Lorenzo si occupava di tutto, Lorenzo portava tutto a buon fine. Era l’uomo più potente e più odiato di Firenze dopo il duca Alessandro.
Quindi, i nostri lettori, dopo averci seguito in questa nostra digressione storica, non si stupiranno, ora che li riportiamo al palazzo del duca, di trovare nella stessa stanza Alessandro de’ Medici e il suo favorito Lorenzino.
5
I sospetti dell’ungherese
In effetti, il duca, che aveva lasciato Lorenzo il giorno prima poco prima di tornare a palazzo, appena arrivato quella mattina, non riuscì a stare più a lungo lontano dal suo inseparabile amico e mandò l’Ungherese a chiamarlo. Lorenzo si affrettò a obbedire agli ordini del duca, raccomandando ai suoi di avvisarlo se si fosse presentato qualcuno dei commedianti che aveva fatto cercare.
Del resto, l’amicizia del duca per Lorenzino era così forte che non aveva voluto permettergli di vivere lontano da lui, e gli aveva fatto sistemare una casa adiacente alla sua, situata dove oggi si trovano le scuderie del palazzo Riccardi. Alessandro era persino arrivato al punto di voler far aprire una porta di comunicazione tra il suo appartamento e quello di Lorenzino, ma questi si era fermamente opposto, dicendo che, in tal modo, il duca sarebbe sempre stato con lui e che, di conseguenza, non avrebbe mai potuto godersi un po’ di libertà. Alessandro lo definì ingrato, ma acconsentì al suo desiderio, come sempre cedeva ai suoi capricci.
Lorenzino trovò il duca impegnato a tirare di scherma con un nuovo maestro d’armi che si era fatto venire da Napoli. Era stupito dall’abilità del suo nuovo maestro e, dato che Lorenzino, fin dai tempi in cui si chiamava Lorenzo, si era guadagnato una certa fama in questi esercizi, voleva affidargli il suo fioretto; ma Lorenzino rifiutò categoricamente, dicendo che gli esercizi da spadaccino lo stancavano; e, sdraiandosi su un divanetto, si fece portare dei biscotti e una bottiglia di vino spagnolo; sgranocchiando i biscotti e bevendo a piccoli sorsi, applaudiva o criticava i colpi, come un esperto nell’arte che ormai non praticava più.
Finita la lezione, il duca congedò il maestro e si avvicinò a Lorenzino, che si divertiva a bucare degli zecchini d’oro con un coltellino da donna affilato e tagliente, la cui tempra eccezionale gli permetteva di mettere alla prova, su due o tre monete alla volta, la sua destrezza — diremmo anche la sua forza, se questa parola non fosse ridicola applicata a una creatura esile e snervata come Lorenzo.
— Ma che diavolo ci fai lì? chiese il duca dopo averlo osservato per un attimo.
— Lo vedete, Altezza; anch’io mi alleno con le armi.
— Dai, alle armi?
— Senza dubbio, queste sono le mie armi: questo piccolo coltello è la mia spada: credi davvero che il giorno in cui avrò motivo di lamentarmi di qualcuno, andrò stupidamente a fargli causa e a consegnarlo alla punta della mia spada, mentre io mi affiderò alla punta della sua?… Oh! Non sono così sciocco, altezza! Quando si ha la sfortuna di essere il favorito del duca Alessandro, bisogna trarre da questa posizione tutto ciò che ha di buono. — Aspetterò il mio uomo tra due porte e gli conficcherò il mio piccolo coltello in gola… Guardalo, altezza, il mio piccolo coltello; non è forse vero che è grazioso?
Il duca lo prese e ne esaminò il manico da vero intenditore: — era davvero un meraviglioso lavoro di cesello.
— Oh! Non è il manico che dovete ammirare, disse Lorenzo, ma la lama… Vedete, affilata come un ago e forte come la spada a due mani del nostro nemico, il re Francesco I.
— E tu dove l’hai comprato, questo capolavoro? chiese il duca.
— Comprato? rispose Lorenzo; ma si comprano forse meraviglie del genere? Me l’ha regalato mio cugino Cosimo delle Bande Nere. Immaginatevi che il povero ragazzo si annoiava così tanto nel suo castello di Trebbio, che studiava chimica e ha inventato un modo per avvelenare i gatti e temprare l’acciaio. Con il suo veleno i gatti muoiono in cinque secondi; con il suo acciaio si taglia il porfido. L’ultima volta che sono andato a trovarlo, indovina chi ho trovato da lui? Benvenuto Cellini, che si rifiuta di lavorare per te. Era lì che si vantava, quel tipo terribile, di aver sparato il colpo d’archibugio che ha ucciso il contestabile di Borbone. Portava questo coltello a Cosimo, che me lo ha regalato. Ecco perché non te lo offro, altezza; ciò che viene regalato, si conserva… E poi ne ho bisogno… Ho qualcuno da uccidere!
— Non ti scomodare a occupartene di persona. Dimmi chi ti dà fastidio e ci penso io.
— Oh! Quanto sei delicato quando si tratta di vendetta, monsignore! Me la farai sistemare per mano di qualche gendarme, non è vero? Ma che! Non conti per nulla il piacere di vendicarsi con le proprie mani? Di sentire strisciare una piccola lama sottile e ben affilata tra le due costole, e di sfiorare il cuore del proprio nemico con questa fine lingua d’acciaio? Così, per esempio, stanotte non hai provato più piacere nell’uccidere tu stesso il marchese Cibo con quel bel colpo di spada con cui, a quanto pare, gli hai abilmente perforato i due polmoni, piuttosto che farlo assassinare da Jacopo, che gli avrebbe brutalmente tagliato la gola, o dall’Ungherese, che gli avrebbe bestialmente squarciato il ventre?
— Accidenti! Mi hai proprio fatto venire in mente una cosa. Lo sapevi che quell’altro non era morto?
— Come?
— No; hanno seguito le tracce del suo sangue dalla casa dei Cibo fino a casa di Bernardo Corsini, dove hanno arrestato lui e, insieme a lui, anche Corsini.
— E chi era lui?
— Selvaggio Aldobrandini. In verità, quel Maurizio, il cancelliere degli Otto, è proprio un uomo di grande valore. Ammettilo, tesoro!
— Sì; ma sicuramente quell’uomo così in gamba ti avrà detto anche qualcos’altro, no?
— Non gli ho chiesto altro.
— Ma che carino! Come se un cancelliere di polizia non dovesse rispondere che a quello che gli viene chiesto! Quindi pensi che il marchese Cibo e Selvaggio Aldobrandini siano tornati da soli a Firenze?
— Ci credi, sì…
— E non ha detto a Vostra Altezza nemmeno una parola su nessun altro?
— No.
— Non ti ha parlato, per caso, di Filippo Strozzi?
— Sì; gli ho addirittura chiesto dove si trovasse di sicuro Strozzi.
— E lui ti ha risposto?
— Senza dubbio: un funzionario di polizia risponde sempre.
— E dov’è il mio caro zio?
— Nella sua fortezza di Monte Reggione.
— Andiamo; mi rendo conto di essermi sbagliato riguardo all’amico Maurizio…
— In cosa?
— Pensavo che fosse solo uno sciocco, e invece mi rendo conto che non è altro che un imbecille…
— E chi ti fa cambiare idea?
— Il modo in cui viene informato.
— Dai! Filippo Strozzi…
— È partito da Monte Reggione ieri, tre ore dopo mezzogiorno.
—E adesso dove si trova?…
— A Firenze.
— Strozzi a Firenze?… gridò il duca. Impossibile!…
— Il fatto è, continuò Lorenzino con quel tono scherzoso che gli era tipico, che si tratta di un personaggio talmente insignificante che puoi lasciarlo andare e venire senza preoccuparti; non è altro che il capo dei malcontenti… Non ha forse tentato due volte di assassinare Vostra Altezza; una volta riempiendo di polvere uno scrigno su cui avevi l’abitudine di sederti perché sapeva che Vostra Altezza indossava una cotta di maglia… E, a proposito, la tua cotta di maglia?…
— Allora?
— Si è ritrovata?
— Non riesco proprio a rimetterci sopra la mano.
— Bisogna affidare a Maurizio il compito di cercarla; con lui non si perde nulla, tranne i proscritti… Per fortuna che li ritrovo io, io…
— Ma che diavolo mi stai dicendo?
— Ti dico, monsignore, che se non avessi il tuo povero Lorenzino a vegliare su di te, succederebbero cose e cose!
— E ti sono tanto più grato per il fatto che vegli su di me, mio prediletto, in quanto se il trono rimanesse vacante, spetterebbe a te occuparlo.
— Monsignore, non ambirò un trono se non per potermici, quando sarà possibile, non sedervi, ma coricarmi.
— Prendi, Lorenzino, disse il duca restituendogli il piccolo coltello con cui si era divertito fino a quel momento, e che lui riprese con prontezza e si affrettò a rimettere nel fodero; devo dirti una cosa… Tu sei il mio unico amico, credo.
— Sono felice di essere d’accordo con te, monsignore, riprese Lorenzino.
— E se fossi il tipo da fidarmi di qualcuno, è proprio di te che mi fiderei; ma, per questo, dovresti servirmi in amore come in politica.
— E se io servissi Vostra Altezza in amore come in politica?
— Allora saresti un uomo prezioso, incomparabile, inestimabile; un uomo che io non scambierei, nemmeno se mi offrisse Napoli in cambio, con il primo ministro di mio suocero, l’imperatore Carlo V, per quanto lui sostenga di avere i migliori ministri del mondo.
— Buono!.. Allora ti amo male, monsignore?
— Ah! Sì, vantati pure!… Da quasi un mese ti ho incaricato di scovarmi la casa di quella piccola Luisa, che mi è sfuggita non so come, e che amo alla follia, non so perché… e tu ne sai quanto ne sapevi il primo giorno; ma ti avverto che ho mandato il mio miglior levriero sulle sue tracce.
— In verità, monsignore, devo ammettere di essere un gran sciocco…
— Tu?…
— Sì, io… Ma come! Non ti ho dato sue notizie?
— Non mi hai detto una parola, traditore!
— Non è un traditore, ma un smemorato. Sono già tre giorni che ho trovato le sue tracce.
— Lorenzino, non so, in fede mia, chi mi impedisca di strangolarti!
— Diamine! Aspettate almeno che vi abbia dato il suo indirizzo.
— Dove si trova, boia?
— Sulla piazza di Santa Croce, tra via del Diluvio e via Fogna, a venti passi dalla marchesa; e, per Dio! stanotte avresti potuto, dopo l’una, girare l’angolo e salire sul balcone dell’altra.
— Va bene! Stasera la faccio rapire.
— Ah! Monsignore, disse Lorenzino, come ti riconosco dai tuoi modi moreschi!
— Lorenzino! gridò il duca con un’espressione improvvisamente minacciosa.
— Scusa, monsignore, rispose Lorenzino un po’ umile, un po’ beffardo, ma il fatto è che in realtà tu hai un unico metro di giudizio per tutte. Diamine! ci sono distinzioni da fare tra le donne, e non bisogna trattarle tutte allo stesso modo: ce ne sono che acconsentono a farsi rapire… la marchesa tra queste; ma ce ne sono altre che pretendono di essere trattate con dolcezza, ed è necessario prendersi la briga di sedurle.
— Buono!… E a che serve?
— Ma perché non si buttino dalla finestra vedendoti entrare dalla porta, come ha fatto la figlia di quel povero tessitore, di cui non ricordo il nome… È proprio con questi modi che fai urlare, come indemoniati, i tuoi fiorentini, monsignore.
— Che gridino pure i tuoi fiorentini: io li detesto.
— Ecco che ricadete nei soliti pregiudizi contro la vostra brava gente.
— Quei miserabili mercanti di seta, quei poveri lanaiuoli, che si sono improvvisati dei nobili con le insegne delle loro botteghe, e che si intromettono per fare i difficili e cavillare sulla mia nascita.
— Come se si potesse scegliere un padre! disse Lorenzino scrollando le spalle:
— Mi sembra anche carino da parte tua di prendere le loro difese!
— In realtà, mi pagano proprio per questo…
— Quei miserabili che mi insultano ogni giorno, proseguì il duca.
— A me invece sì che mi trattano con i guanti!
— Allora, perché li sostieni?
— Affinché non si lamentino più contro di noi, monsignore. I tuoi fiorentini sono instancabili redattori di memoriali, altezza! Ne scrivono a tutti: a Francesco I, al papa, all’imperatore; e visto che hai l’onore di essere il genero di quest’ultimo, se gli ne mandassero uno sui tuoi amori, potrebbe darsi che lui si schierasse dalla parte di sua figlia, madama Margherita d’Austria, che comincia a lamentarsi di essere così trascurata dopo dieci mesi di matrimonio.
— Eh!… disse il duca. Sai una cosa, a dirla tutta, non hai tutti i torti, figlio mio?
— Perbacco! Sono l’unico sensato alla tua corte, monsignore. Ecco perché si dice che io sia pazzo.
— Ah! disse il duca dopo un attimo di riflessione, quasi arrendendosi al consiglio di Lorenzino; quindi, al mio posto, saresti tu a sedurre Luisa?
— In fede mia, sì, monsignore, se non altro per cambiare un po’ di aria.
— Sai, disse il duca sbadigliando, che quello che mi proponi è davvero lungo e noioso?
— Che!… una cosa da cinque o sei giorni.
— E tu come faresti, grande seduttore? Vediamo!…
— Comincerei aspettando di sapere dove si nasconde Strozzi.
— Dai, disgraziato! gridò il duca, non lo sai dunque?
— Oh! Monsignore, sei troppo esigente… Ti do l’indirizzo della figlia, dammi qualche giorno per scoprire quello del padre. Non si può fare tutto in una volta.
— E se avessi l’indirizzo del padre?
— Beh, lo farei arrestare e gli farei fare un processo come si deve.
— Ah! Ma non mi avevi detto che discendevi dal console Fabio… Oggi sei proprio in ritardo!…
— Vediamo, hai qualcosa di meglio da proporre, monsignore?
— Strozzi è in esilio. Strozzi torna a Firenze. Strozzi ha infranto le leggi; c’è una taglia di diecimila fiorini sulla sua testa; chi gli taglia la testa la porta al mio tesoriere e il mio tesoriere paga… ecco tutto. Io non devo occuparmi di nient’altro.
— Beh, ecco proprio quello che temevo.
— E perché?
— Ma così facendo rovini tutto. Come è possibile che Luisa possa mai appartenere all’assassino di suo padre! Seguendo invece la strada che vi propongo, fate arrestare Strozzi, lo fate condannare dagli Otto, il che vi dà un’apparenza di giustizia di cui non vi curate affatto, lo so… Ma diamine! Una figlia affettuosa come Luisa non lascia che suo padre venga condannato quando con una sola parola può salvarlo… Tutta l’odiosità della condanna ricade sui giudici; tu, al contrario, raggiante come l’antico Giove incaricato di sciogliere il nodo, esci indenne da tutta la faccenda… La prova è certa.
— Ma è proprio vecchia, tesoro!
— Ah! Per Dio! Volete mettere un po’ di fantasia nella tirannia, adesso? Dopo Falaride, che aveva inventato il famoso toro di rame, e Procuste, che aveva inventato i letti a volte troppo corti, a volte troppo lunghi, non ci fu che un uomo davvero geniale in questo campo: si tratta del divino Nerone. Ebbene, te lo chiedo: in che modo la posterità lo ha ricompensato? Basandosi su Tacito, alcuni hanno sostenuto che fosse un pazzo; e, basandosi su Svetonio, altri hanno detto che fosse una bestia feroce. Andate a farvi tiranni, dopo questo!..
— Cinque o sei giorni!… riprese il duca.
— Vediamo, non ti innervosire. Sai quanto mi stai a cuore; ebbene, in questi sei giorni mi occuperò di sistemare le tue faccende con mia zia Caterina Ginori.
— A proposito!… .
— Beh, l’ho vista ieri; è proprio per incontrarla che ti ho lasciato ieri dopo la tua impresa a Santa Croce.
— E lei ti ha promesso qualcosa?
— Suo marito farà un giretto, domani o dopodomani, nei dintorni di Firenze, e…
— E allora?…
— Cercherà di approfittare dell’assenza di quel bravo marito...
— Lascio a te il condurre questo doppio affare. Ma mi abbisogna oggi stesso l’indirizzo di Strozzi.
— Chiedetelo al vostro cancelliere ser Maurizio… È affar suo non mio!
— Lorenzino, tu me l’hai promesso…
— Ve l’ho promesso? In tal caso l’avrete. Ma osservate, ecco là i nostri due servi che ci attendono: l’Unghero che vuol parlarvi, e Birbante che vuol dirmi una parola. Non indugiamo, monsignore: amendue vengono probabilmente per parte del demonio
— Andiamo, vieni, l’Unghero, disse il duca.
— Andiamo, entra, Birbante, disse Lorenzino.
I due birri parlarono un istante a voce bassa coi loro padroni.
— Giungi troppo tardi, l’Unghero, per averla ricompensa, disse il duca ridendo. Fra la via Fogna e la via del Diluvio… conosciuto!
— E chi dunque vi ha dato l’indirizzo, monsignore?
— Uno più scaltro di te, mio povero amico.
E gli additò Lorenzino.
— Ah! il demonio! mormorò l’Unghero; egli non sa che far torto alla povera gente!
— E per te, Lorenzino, che c’è?
— Una dama mascherata, la quale mi domanda, monsignore, e non vuol torsi la maschera che pel vostro servo.
— Felice furbo!
— Ah! sì… forse che viene per me la bella incognita!
Poi avvicinandosi al duca: — Non mi trattenete, monsignore, ciò mi sa della Ginori da una lega.
— Davvero?
— Zitto!…
— Ho ben voglia d’una cosa, carino…
— Dite.
— Si è di venir con te.
— La fareste bella! Perchè non vi andate anzi solo?
— Non chiedo di meglio.
— Allora, io me ne sto qui e non m’interesso più in nulla.
— Andiamo, va, poiché bisogna lasciarti fare a tuo modo
Poi, sotto voce:
— Falle ogni sorta di promesse, sai, a tua zia!
— Le prometterò che vi tingerete per essa la barba e i capelli.
— Perchè?
— Perch’ella mi ha confessato non piacerle che i Bruni.
— Balordo!
Il duca spinse per la spalla Lorenzino, il cui occhio fulminò d’uno sguardo d’odio e di minaccia che fe’ trasalire l’Unghero.
Di fatto, mentre Lorenzino scendeva a passi lenti ed effeminati la magnifica scala del palazzo; il birro s’appressò al suo signore, colla famigliarità che il duca permetteva agli agenti dei suoi delitti. — Monsignore, disse, la prima volta che quel dannato vostro cugino scenderà da un secondo piano con una corda, lasciate che io tagli la corda, lasciate!..
— E perchè ciò, bestiaccia?
— Perchè io ho fissa in capo l’idea che quell’uomo vi tradisca.
— Taglia la corda, l’Unghero, te ne lascio padrone.
— L’occhio del birro brillò di gioia.
— Soltanto, se lo fai, continuò il duca, ordina al boia di riannodare i due capi, e di metterti il collo nel nodo… Ti terrai per avvertito?
— Sì, monsignore, mormorò l’Unghero indietreggiando.
— Andiamo, fatti in qua, disse il duca.
L’Unghero si volse facendo una smorfia.
— Avevo promesso cento fiorini d’oro a chi mi darebbe pel primo l’indirizzo della Luisa.
— Lo so, monsignore, e io sperava d’averli guadagnati.
— Ma avevo aggiunto che ne darei cinquanta al secondo… Prendi, eccoli.
E il duca gittò una borsa allo sbirro, come avrebbe gittato un osso ad un cane.
— L’Unghero colse la borsa borbottando, la pesò nella sua mano per vedere se conteneva presso a poco la somma promessa, poi tornando ai suoi sospetti!
— È lo stesso, monsignore, diss’egli, più voi sarete buono per me, e più vi dirò: Diffidate di quell’uomo!
E si allontanò, lasciando il duca pensieroso, contro la sua abitudine.
6
La Colomba dell’arca
Mentre l’Unghero esponeva; inutilmente come s’è veduto, le sue paure al duca Alessandro, Lorenzino esciva dal palazzo Riccardi, e non potendo più essere osservato, superava a gran passi la distanza che lo disgiungeva dalla sua piccola casa, prodigio di gusto e d’eleganza, gabinetto degno d’Alcibiade e di Fiesco.
Chiusa la porta di strada, egli salì rapidamente le scale, e, assai prima del Birbante giunse nella stanza ove lo attendeva la persona annunziata, che non avea voluto farsi conoscere.
Ma, al rumore dei passi di Lorenzo, i quali senza dubbio le erano familiari, ella si tolse la maschera, ed alzandosi, si slanciò ad incontrarlo.
— Luisa!… gridò Lorenzo con sorpresa mista a terrore.
Luisa si gettò fra le braccia del suo fidanzato.
— Luisa! ripetè Lorenzino, guardandosi attorno con grande inquietudine, e facendo segno al Birbante di vegliare alla porta. Mio Dio! che ha dunque potuto farti commettere l’imprudenza di recarti così da me in pieno giorno?
— Lorenzo, gridò la fanciulla, il duca sa dove io abito…
— Non è che ciò? chiese ridendo Lorenzino.
— Giusto cielo! non ti par questa la maggiore delle disgrazie che potesse avvenirmi?
— Io l’avea preveduto, fanciulla mia, ed avea prese da prima le mie precauzioni. Ora, dimmi, giacche io devo tutto sapere, com’è accaduto?
— Stamane, uscendo dalla Santissima Annunziata, ove era andata ad udir la messa, fui seguita da un uomo.
Lorenzino fe’ un moto delle spalle.
— Ti avevo però raccomandato, ragazza, le diss’egli, di non escir mai senza maschera.
— E l’aveva, Lorenzino mio; ma ignorando che un uomo fosse là per ispiarmi, mi era un istante smascherata per fare il segno della croce coll’acqua benedetta: l’uomo era nascosto dietro la pila.
— Sicché fosti riconosciuta, e per conseguenza inseguita…
— Fino a casa…
— Bisognava entrare da qualche amica per ingannarlo, ed uscir per una porta di dietro.
— Che vuoi, Lorenzo! non vi ho pensato: vedendomi inseguita, ho smarrita la testa.
— E quest’uomo, era l’Unghero?
— Sì, l’ho fatto osservare all’Assunta, la quale lo ha riconosciuto.
— Io sapeva tutto ciò.
— Come!… tu sapevi tutto ciò?… e in qual modo?..
— Esco adesso dal duca.
— Ebbene?…
— Ebbene, non devi inquietarti, fanciulla del mio cuore.
— Non inquietarmi!..
— Hai almeno tre giorni e tre notti innanzi a te.
— Tre giorni e tre notti?
— In tre giorni e tre notti ponno accadere di molte cose, disse Lorenzo.
— Ma, raccomandandomi le precauzioni che potevano celare la mia dimora, non mi hai tu detto le mille volte che ameresti meglio morire anzi che vederla scoperta?
— Sì, perchè allora eravi un pericolo enorme.
— Adesso non ve n’è dunque più?..
— Minore, almeno.
— Così dunque, non ti spaventa che il duca sappia dove io abito?
— Gli avea palesato io stesso il tuo indirizzo prima che l’Unghero glielo desse.
La giovinetta restò un istante sbigottita.
— Lorenzo, diss’ella, ti guardo, ti ascolto… e non ti comprendo.
— Credi tu in me, Luisa?
— Oh! sì…
— Ebbene, allora qual bisogno hai tu di comprendermi?
— Vorrei pur leggere nel tuo cuore…
— Domanda tutto a Dio, ad eccezione di ciò, povera fanciulla!
— E perché?
— Tanto varrebbe curvarti sur un abisso.
E ridendo del suo riso strano:
— Ciò che tu vedresti, continuò, ti darebbe la vertigine.
— Lorenzino!
— Anche tu?
— No, Lorenzino, mio amato Lorenzo!
— Non hai tu dunque che questa notizia ad apprendermi? Domandò Lorenzo guardandola fissamente.
— Sapresti già l’altra?
— Che tuo padre è a Firenze, non è egli vero?
— Mio Dio!
— Lo vedi, io lo so…
— Ma sai dunque tutto?… gridò spaventata la fanciulla.
— So che tu sei un angelo, mia Luisa, e che io ti amo, rispose Lorenzo.
— Sì, questa mattina un frate è venuto ad annunziarmi questa lieta e terribile novella, e mi ha parlato a lungo di te e del nostro amore.
— Tu non gli hai nulla confessato? domandò Lorenzino.
— Si, ma sotto il suggello della confessione.
— Luisa, Luisa!
— Non v’ha nulla a temere, egli è fra Leonardo, il discepolo di Savonarola.
— Luisa, Luisa, io temo di me stesso… E tu hai veduto tuo padre?
— No, il monaco mi ha detto che mio padre non voleva vedermi ancora.
— Ebbene, io fui più fortunato di te, giacché l’ho veduto, io.
— Quando?
— Jer sera.
— Qui, in casa tua?
— No, alla porta della tua, ove egli mi avea veduto entrare e da dove attendeva ch’io escissi.
— E gli hai parlato?
— Sì.
— Che ti ha egli detto, mio Dio?
— Mi ha proposto di essere tuo sposo…
— E tu?
— Io ho rifiutato, Luisa.
— Rifiutato, Lorenzo?
— Rifiutato.
— Tu dici però di amarmi?
— Gli è perchè ti amo, Luisa, che ho rifiutato.
— Mio Dio! ma tu sarai dunque per me un eterno mistero, Lorenzo! Hai rifiutato?
— Sì, perchè l’ora non è ancor giunta. Ascoltami, Luisa… Tu sai tutto ciò che si dice di me a Firenze?
— Oh! si, gridò vivamente la giovinetta; ma ti giuro che io non ne ho mai creduto nulla, Lorenzo.
— Non farti più forte di quel che non sei, Luisa; più d’una volta tu hai dubitato.
— Quando tu non eri là, si, è vero, Lorenzo; ma appena io ti scorgeva, appena udiva il suono della tua voce, appena vedeva i tuoi occhi fissi su i miei, come lo sono in questo momento, che io mi diceva: il mondo s’inganna, ma il mio Lorenzo non può ingannarmi!
— E tu avevi ragione, Luisa. Giudica quindi se io ho sofferto quando, vedendo offerirsi a me il tesoro di tutte le mie speranze; quando, non avendo che a far un segno del capo perchè ei fosse mio; quando, non avendo che a stender la mano per prenderlo, ho rifiutato, sì, rifiutato ciò che in un altro tempo avrei pagato della mia vita!… Ciò che ho sofferto, questa nette, Luisa… quante lagrime amare io ho divorate, quanti dolori incompresi io ho dissimulati, tu non lo sai, tu nol saprai giammai!… Povera fanciulla! Dio scacci dalla tua fronte benedetta l’ombra delle calamità, delle miserie e delle vergogne ch’egli ha accumulate sulla mia!…
E Lorenzino, con un sospiro, lasciò cadersi il capo fra le mani.
— Ma perchè hai tu rifiutato? domandò la giovinetta.
— Perchè, rispose Lorenzo prendendo con moto convulso le mani della fanciulla e stringendole fra le sue, perchè io ho la forza di sopportare l’umiliazione che pesa soltanto su me; ma ciò ch’io posso soffrire per me, io nol soffrirei mai per quella che amo. A colei che io amo abbisognava una fronte casta, pura, sorridente; questa castità virginea, questa purezza angelica, questa serenità inalterabile, io le ho trovate in te!
E trasse un sospiro.
— Ebbene, continuò egli, divenendo la moglie di Lorenzo, tu perderesti tutto ciò.
— Ma, chiese timidamente la giovinetta, un giorno verrà, non è egli vero, Lorenzo, un giorno in cui non vi saranno più per noi nè ostacoli nè misteri?… un giorno verrà, in cui, alla faccia dell’universo, noi potremo confessare il nostro amore?…
— Oh! si, gridò Lorenzo alzando un braccio al cielo, e coll’altro stringendola al suo seno, e, lo spero, questo giorno non sarà lontano!..
— Oh! sarà un bel giorno per me, amico mio! disse la fanciulla.
— E un gran giorno per Firenze! ripigliò Lorenzo, abbandonandosi, per la prima volta forse, al suo entusiasmo; Giammai duchessa salente ad un trono non avrà corteggio di gioia e di acclamazioni simile al tuo! Dio e il tuo amore non mi manchino, Luisa, ed i sogni di gioia, te lo giuro, saranno minori ancora della realtà!
— Così dunque, Lorenzo, se mio padre mi chiama…
— Vanne a lui arditamente; digli del tuo amore casto e puro, digli del mio, profondo ed eterno.
— E il duca?
— Non inquietartene, ciò mi concerne.
— Monsignore… disse un servo dalla porta.
— Chi è là chiese Lorenzo.
— Un commediante, il quale avendo saputo che volete far rappresentare una tragedia pei piaceri del duca Alessandro, domanda di essere ammesso nella vostra compagnia.
— Sta bene, disse Lorenzo, ch’egli aspetti. Sto lavorando; fra un istante aprirò la porta, ed ei potrà entrare.
Poi, volgendosi a Luisa:
— E tu, fanciulla mia, metti la tua maschera, affinchè niuno sappia che sei qui venuta. Esci per questo gabinetto; questa scala secreta condurrà nella corte.
— Addio, mio Lorenzo! quando ti rivedrò?
— Stanotte probabilmente. A proposito Luisa, ov’è tuo padre? Tu esiti?… Intendo, non è tuo il secreto; serbalo…
— Oh! no, niun secreto per te, mio Lorenzo! Esclamò Luisa gettandosi fra le braccia del suo amante. Mio padre è al convento di san Marco, nella cella di fra Leonardo. Addio.
E leggiera come colomba che spiega le sue ali, ella si slanciò nella scala, non voltandosi che per inviare con la mano e le labbra un ultimo bacio a Lorenzo.
Questi restò appoggiato alla balaustrata finché potè scorgerla; quando fu scomparsa, andò ad aprire la porta, poi sedette vicino ad una tavola, ove trovavasi a portata della sua mano una ricca pistola vaneggiata d’oro.
L’uomo che il servo aveva annunziato entrò.
7
Una scena di Bruto
Era egli un uomo dai trenta ai trentacinque anni, che, nella sua prima giovinezza, avea dovuto appartenere ad una di quelle grandi e severe bellezze del mezzogiorno d’Italia; ma senza dubbio l’abitudine del teatro avea dato alla sua barba ed ai suoi capelli un sì precoce riflesso d’argento, che era assai difficile il ritrovare il primo uomo sotto la maschera del commediante senza età vera che si presentava a Lorenzino.
Lorenzino lo guardò un minuto col suo occhio penetrante che pareva avesse il dono di leggere nel più profondo dei cuori; poi rompendo primo il silenzio, che l’attore serbava senza dubbio per rispetto:
— Sei tu che mi hai domandato? diss’egli.
— Sì, monsignore, rispose il commediante inoltrando di un qualche passo.
Ma Lorenzino lo arrestò con un gesto stendendo la mano verso di lui.
— Un istante, amico, diss’egli. Ho per sistema che persone, le quali non si conoscono più di quello che noi ci conosciamo, debbano sempre parlarsi ad una certa distanza.
— Prego monsignore a credere che io conosco troppo quella che da lui mi separa per oltrepassarla il primo.
— Come è astuto! disse Lorenzino mostrando con una specie di sorriso i suoi denti bianchi ed acuti come quelli della volpe: forse che ti avviseresti d’aver dello spirito?
— In fede mia, monsignore, rispose il commediante, me ne è passato tanto per la bocca, dacché ho recitato la vostra commedia dell’Aridosio, che non vi sarebbe nulla di strano me ne fosse rimasto alcun poco sulla cima della lingua.
— Oh! oh! dell’adulazione! Ti prevengo, mio caro, continuò Lorenzino, che la parte di adulatore è presa qui in doppio ed in triplo; quindi nel caso che tu avessi intenzione di esordire con quella, puoi tornartene donde sei venuto.
— Monsignore, siate tranquillo, continuò l’imperturbabile attore; so troppo ciò che devo ai miei confratelli, i cortigiani, per camminar così sulle loro pedate… No, io recito le prime parti e lascio i valletti a chi li vuole.
— Le prime parti tragiche o comiche? chiese Lorenzo.
— Tragiche e comiche.
— E quali sono quelle che tu hai rappresentate? Vediamo…
— Ho recitato alla Corte di quel buon papa Clemente VII, che aveva una così strana amicizia per voi, monsignore, la parte di Callimaco nella Mandragora, e Benvenuto Cellini, che trovavasi a quella recita, potrà darvi testimonianza dell’approvazione che ottenni; poi a Venezia ho rappresentato il personaggio di Menco Parabolano nella Cortigiana, e se l’illustre Michelangelo trova giammai tanto coraggio da rientrare in Firenze, vi dirà che poco mancò nol facessi morir dalle risa, talmente che fu tre giorni malato dal piacere; a Ferrara ho vestito nella tragedia Sofonisba il carattere di tiranno, e con tanta naturalezza, che il principe Ercole d’Este mi ha cacciato la sera stessa dai suoi Stati sotto pretesto che io aveva cercato un successo d’allusione, che si era trovato senza che io lo cercassi, in parola d’onore!
—Oh! a prestarti fede, disse Lorenzino che cominciava prendere interesse al cicalio del commediante, tu saresti un artista di prim’ordine!
— Mettetemi alla prova, monsignore; ma se volete vedermi veramente nel mio sommo, permettete che vi dica un frammento del vostro Bruto; superbo lavoro, in fede mia! ma che disgraziatamente è proibito in quasi tutti i paesi ove si parla la lingua in cui è scritto.
— E qual’è la parte che tu avresti scelto in quel superbo lavoro? domandò Lorenzo
— Per bacco! occorre domandarlo?… quella di Bruto.
— Oh! tu lo dici con un certo tuono che sa di repubblicano da una lega… Forse che per caso parteggeresti per Bruto?
— Io non tengo nè da Bruto nè da Cesare: sono uomo di teatro e nulla più. Evvivano le belle parti! Con vostra permissione, dunque, io mi farò udire da vostra eccellenza, se ella mi fa l’onore d’ascoltarmi, nella parte di Bruto.
— Ebbene, vediamo; che me ne dirai?
— La splendida scena dell’atto quinto; lo volete?
— Quella in cui Bruto ferisce Cesare? domandò Lorenzino con un impercettibile sorriso.
— Appunto.
— Vada per la grande scena
— Solo, disse il commediante, se vostra eccellenza vuole che io spieghi tutta la mia abilità, bisogna ch’ella mi faccia dir le risposte, o che sia tanto buono da dirmele ella stessa.
— Volentieri, disse Lorenzino, quantunque io abbia un po’ obliate le tragedie che ho fatte, pensando a quelle che sto per fare… Ah! gli è per questa, seguitò sospirando, che mi abbisognerebbe un attore!
— Ebbene, son qua io, disse il commediante. Ascoltatemi da prima e vedrete di che son capace.
— Ascolto
—A noi. Siamo dunque nell’atrio del Senato; ecco la statua di Pompeo; voi siete Cesare, io sono Bruto; voi venite dalla piazza, io vi attendo qui. La decorazione vi piace, monsignore?
— Perfettamente
— E adesso aspettate ch’io mi panneggi nella mia toga.
Il coscenzioso commediante s’avviluppò nel suo mantello, e facendo un passo verso Lorenzino cominciò;
L’attore
Salve, Cesare, un detto.
Lorenzino
Parla. Bruto.
L’attore
Ad aspettarti io venni sulla via
Lorenzino
Somma gloria è per me tanto cliente!
L’attore
No, Cesare, a te vengo supplicando.
Lorenzino
Tu, supplicante!
L’attore
Sai che ogni destino
Da un duplice principio dominato
Vede il bene ed il mal partir lor corso
E i tristi giorni avvicendarsi, ai lieti,
Come tu vedi con alterno moto
Seguir la notte il giorno e il giorno l’ombra.
Gli è che l’uomo, coll’invide sue piante.
Vuole, il varco passar fisso dai Numi
Ed oltre appena, qual che sia suo genio,
Quella fiaccola, in cui parve infinita
La luce, spira nel suo debil pugno,
E cieco il lascia del cammin sul margo;
Tal, che inciampando su quell’alta cima,
Al muover primo nell’abisso ei piomba. —
Cesare, per gli Dei! Cesare, m’odi!…
Chè l’uom tu se’ dalla morente fiamma!…
Lorenzino
Sì, Bruto, è ver; questa è universa legge.
Ma egual fortuna non dà a tutti il fato;
Secondo il core, fa ciascun sua sorte;
E ove s’adima l’un, l’altro grandeggia.
Il tutto sta nell’ascoltar la voce
Che dice all’angue: «Striscia!» e Vola» all’aquila.
Or, questo suon ripete a me: «Cammina,
Cesar, cammina! Il tuo edificio attende
Nuovo filar di pietre, e nulla hai fatto
Fin ch’altro ti riman, Cesare, a fare»
L’attore
E ch’altro vuole Cesare compire?…
Son vinti i Galli, i Bretoni sommessi;
Col bavaglio Cartago in ceppi rugge;
Sanguina Egitto sotto il fero dente
Della Lupa romana, e l’Eufrate
Più non è omai, senza poter sull’acque,
Che l’un dei fonti u’ bevon nostri armenti.
Nulla resiste: ed ogni ostacol fugge.
Chi ribelle fu ieri, oggi vuol grazia
E sia speranza od arte, amore o tema
Tutto piega a tue leggi, e tua vittrice
Aquila, dominando il nugol dove
Più rumoreggia il tuon, cogli occhi al sole
Sovra il mondo si libra. — E ch’altro aneli?
Che vuoi tu dunque alfine, o tu, che ancora
Vivo fra noi, già chiamano divino? —
E ciò non basta? — E dèi punir tu Roma
Che te creando più d’un uom creava?
Lorenzino
Roma, onde troppo difensor tu sorgi,
Bruto, ben sai ch’unqua parlò in tal guisa;
No, sol parla così la nobiltade
Cui mio nome abbarbaglia, e la mia gloria
Fere, dal giorno, alle sue mire infesto,
In che, avvinghiando il mio rival Titano,
Percossa in volto, sui Farsagli campi,
Io, con Pompeo la rovesciai d’un colpo. —
Oh! Bruto, il sai, che il popolo son io,
Lo decretar gli Dei.
L’attore
Cesare, taci!
Religione e requie alla gran vittima
Che tua vittoria ben un di potrebbe
Farsi delitto… Oh! d’insultar dimetti
Con ironico riso a quel fiaccato
Che schiaccia in sua caduta il vincitore:
Fantasma, che farà grande la storia
Onde col sangue suo lordi tua fama. —
Sta dubbia ancor la vostra causa in oggi:
Furon per te gli Dei, per lui Catone
Lorenzino
Sembra che Bruto, nel suo odio eterno,
Il loco prenda del tonante schiavo
Che siegue il carro trïonfale, e viene
Siccom’esso a gridar contro ad Augusto
In mezzo agli urli che scoppiar fa Roma:
Cesar, ricorda che sol uomo è Cesare.»
L’attore
No. Cesare è un Iddio, s’egli ai Romani
Rende intatto il deposito che in pugno
Ei gli ponean. Ma, se al consiglio è sordo,
Se è traditor di Roma; oh! allor più Dio
Cesar non è, che men d’un uomo è Cesare;
Solo un tiranno egli è…
(supplicandolo)
Ma quando a’ piedi
Io ti cadrò, quando m’udrai mandarti
Con suon finale di supremo grido:
«Oh! per Roma pietà, per te pietate!… »
Allor proposto cangerai… Ma oh! rabbia!
Nulla rispondi?…
Lorenzino
… Al tuo signor fa loco. —
L’attore
Ebben, tiranno, abbiti morte!
Pronunziando queste ultime parole, il commediante, che a poco a poco s’era avvicinato a Lorenzino, trasse un ferro dal petto, e scostando il suo mantello, colpì Lorenzino d’un colpo che senza dubbio sarebbe stato mortale, se la punta del pugnale non avesse incontrato, sotto l’abito dell’amico del duca, una cotta di maglia, la quale lo rintuzzò.
Tuttavia, il colpo fu sì violento, che il giovine barcollò.
— Ah! esclamò l’attore indietreggiando d’un passo, avea la corazza il demonio!…
Per la prima volta, forse, Lorenzino fe’ udire un franco scroscio di risa, e, slanciandosi d’un balzo alla gola del commediante, cominciò una lotta tanto più terribile perchè muta, e che era facile di scorgerlo, dovea esser mortale.
A prima vista, all’aspetto di quei due uomini, l’uno dalle membra robuste e muscolose, l’altro dal corpo gracile femmineo, non si sarebbe dubitato che la vittoria non fosse a colui che avea tutte le apparenze della forza. Ma in capo d’un minuto, si fu l’atleta che cominciò a piegare sulle reni, e che cadendo al suolo con un grido strozzato, si trovò in balìa del suo debole avversario.
Al momento stesso, brillò tra le mani di Lorenzino quel maraviglio pugnale, acuto come la lingua d’una vipera, col quale, un’ora prima, forava gli zecchini del duca.
Poi, con voce cupa e beffarda:
— Ah! ah! diss’egli accostando il ferro alla gola del commediante, pare che le parti siano cambiate e che Cesare stia per uccider Bruto…
— Duca Alessandro ringrazia Dio! mormorò il vinto con voce strozzata.
— Eh! disse Lorenzino scostando un po’ il pugnale un istante… Che hai tu detto?
— Nulla, rispose il falso attore con voce cupa.
— Sì, si, insistè Lorenzino. Tu hai detto certo qualche cosa.
— Dissi, ripigliò il birro, che il cielo non vuole che Firenze sia libera, giacché fa di te uno scudo al duca Alessandro.
— Ah! disse Lorenzino, tu volevi dunque uccidere il duca Alessandro?
— Aveva fatto giuramento ch’ei non morrebbe che di mia mano.
— Diavolo! ecco che le cose mutano totalmente d’aspetto, disse Lorenzino lasciando libero il suo avversario. Rialzati, siedi e racconta. Ti ascolto.
— Lo sbirro si rialzò su d’un ginocchio: poi con un accento in cui si confondevano l’odio e la disperazione:
— Lorenzino, diss’egli, non ti beffare di me. Ho voluto ucciderti, non sono riuscito: sei il più forte. Chiama i tuoi servi, mandami al patibolo e che tutto sia detto.
— Ti trovo assai piacevole di parlare come se tu fossi il padrone qui! disse Lorenzino con quel tuono motteggiatore che gli era abituale. E se io avessi il capriccio di lasciarti vivere, chi potrebbe impedirmelo, di’?
— Lasciarmi vivere! gridò lo sbirro tendendo le due mani verso il giovine. Tu potresti lasciami vivere?
— Forse, o Michele del Tavolaccino, disse Lorenzo, fermandosi sul nome di lui che avea tentato d’assassinarlo.
— Tu sai il mio nome? gridò il birro sorpreso.
— E fors’anche la tua storia, mio povero Scoronconcolo!
— Ebbene, allora, tu comprendi?
— Difatto, ho inteso laggermente parlare d’una certa istoria, giacche a quell’epoca io era a Roma. Su dunque, raccontami.
— Poiché mi hai riconosciuto, disse Michele, sai chi io mi fossi.
— Perdio! disse Lorenzino accomodandosi per ascoltare a suo bell’agio, tu eri il buffone del duca Alessandro.
— Hai tu amato mai, Lorenzino?
— Io disse il giovine con voce fredda ed acuta come l’acciaio. Giammai!…
— Ebbene, io amava: era abbastanza insensato per farlo.
— Oh! tu non sai ciò che è il trovarsi solo, infelice, dispregiato, vituperato, come un povero buffone cui il principe, quando ne è sazio, spinge ai suoi cortigiani perchè a lor volta se ne sollazzino! Tu non sai ciò che vuol dire cessare d’esser uomo per divenire una cosa che ride, che piange, che si contorce… una cosa sulla quale ognuno percuote per trarne il suono che più gli conviene, un fantoccio che tutti fanno muovere a lor voglia… Ecco ciò che era io!… Ebbene, in questo cupo avvilimento, in mezzo a questa notte oscura, io vidi brillare un giorno un raggio di sole; una giovinetta mi amò. Era una bella e soave fanciulla, pura e sorridente; il più casto giglio era men bianco della sua fronte, la foglia svelta dal mezzo d’una rosa è men vivace di quel che fosse la sua guancia. Ed ella mi amò!… Comprendete voi, monsignore? amò me povero buffone, povero cuore isolato, povero capo scarico!… Allora io ebbi tutte le speranze degli altri uomini, sognai l’ebbrezza dell’amore, divinai le gioie della famiglia. Mi condussi dal duca e gli chiesi il permesso di ammogliarmi. Egli scoppiò dalle risa. «Ammogliarti tu! esclamò egli, ammogliarti!… Ma diventi dunque realmente pazzo, mio povero buffone! Non sai tu ciò che è il matrimonio? Non ti sei addato che dopo il mio, egli è più difficile ch’io mi distragga? Appena saresti ammogliato, mio povero Scoronconcolo, e tu diverresti mesto, cupo e pensieroso; appena ammogliato, e non mi faresti più ridere. Andiamo, via, buffone, basti di ciò, o, la prima volta che me ne parlerai, ti farò dare venti colpi di verghe.» Il domani gliene riparlai, ed ei mantenne la sua parola… fui sferzato fino al sangue da Jacopo e dall’Unghero. Il posdomani gliene riparlai ancora: «Andiamo, diss’egli, ben m’accorgo che la malattia è radicata e che è mestieri di grandi mezzi per guarirti.» Allora, col tuono del padrone che s’interessa ai dolori del suo servo, mi chiese del nome di quella che io amava, del suo indirizzo, della sua famiglia. Credetti ch’egli aderisse, mi gettai ai suoi piedi, baciai le sue ginocchia, poi corsi dalla Nella, e passammo una giornata d’indicibile felicità. La sera vi fu orgia a palazzo, eravi il duca, eravi Francesco Guicciardini, eravi Alessandro Vitelli, eravi Andrea Salviati, e vi ero io infine; ero di tutte le feste, io. Quand’essi furono riscaldati dalle parole, dalla musica, dal vino, una porta si aprì, e venne gettata in mezzo ad essi una fanciulla… Questa vergine, questa martire, monsignore, era colei che io amava, per la quale avrei dato la mia vita, l’anima mia… Era Nella!… Oh! gridò il birro trascinandosi appiè di Lorenzino, lasciatemi vivere, monsignore, lasciate ch’io mi vendichi, e, sul mio onore, quand’io avrò strozzato quel tigre, verrò a coricarmi ai vostri piedi… vi accosterò la gola e dirò: Alla tua volta, Lorenzino, alla tua volta! Vendicati di me come io mi son vendicato di lui!
— Non è tutto, Michele, disse Lorenzino senza che un sol moto del suo viso lasciasse trapelare l’impressione fatta al suo cuore dal racconto che aveva udito.
— Che volete ch’io vi dica, e che importa il resto? riprese lo sbirro. Io mi salvai da quella Corte maledetta; corsi come un insensato finché avessi oltrepassate le frontiere della Toscana. A Bologna trovai Filippo Strozzi. Lo conosceva per uno dei più terribili nemici del duca; mi posi al suo servigio, alla sola condizione che quando rientreremmo a Firenze, sarei io che ucciderei il duca. Jer sera rientrammo; al momento in cui passavamo davanti il convento di Santa Croce, veniva trasportato il corpo della Nella, morta dall’onta, dal dolore dalla disperazione!… Oh! questa volta vi ho detto tutto!
— Si? E quanto al resto, quanto all’ordine che ti fu dato da Filippo Strozzi di assassinarmi perchè non ho voluto sposare sua figlia, quanto al suo tentativo fallito, quanto a ciò che è qui avvenuto, non vai la pena di parlarne, comprendo.
Lorenzino fermossi un istante; poi ripigliò:
Ebbene, rispondimi, Michele… Se invece di chiamar la mia gente e di farti impiccare, come poco fa me lo consigliavi tu stesso, io ti donassi la vita, ti rendessi la libertà, ma ad un sol patto?…
— Io l’accetto, monsignore, senza sapere quale ei si sia! Esclamò il birro; lo segno col mio sangue, lo garantisco sulla mia vita!
— Michele, disse Lorenzino con voce cupa, io pure ho a vendicarmi di qualcuno…
— Oh! gridò lo sbirro, la vi è facile la vendetta, a voi gran signori!
— Ecco ciò che t’inganna, Michele, giacché quest’uomo è uno dei più famigliari del duca, uno di coloro che si trovavano nell’orgia di Nella.
— Oh! io sono tutto tuo, Lorenzino, tutto tuo!… E se hai paura ch’io mi salvi, se temi ch’io ti sfugga, rinchiudimi in una segreta di cui tu solo avrai la chiave, non lasciarmene uscire che per ferire il tuo nemico. Ma poi, oh, poi serbami il duca!
— Sia; ma chi mi risponderà della tua fedeltà?
— Sulla eterna salute di Nella!… disse il birro stendendo la mano. — Ed ora, che mi ordini tu? Che deggio io fare?
— Nulla… o ciò che vorrai… Ritorna a Strozzi, che deve attenderti con impazienza; digli che ti fu impossibile di penetrar fino a me, che non mi hai ucciso oggi, ma che mi ucciderai domani.
— E dopo?…
— Dopo?… Passeggerai tutte le notti, dalle undici della sera ad un’ora del mattino, nella via Larga, e nulla più.
— Gli è tutto ciò che avete ad ordinarmi?
— Si, va. A proposito, hai tu forse bisogno di denaro?
E Lorenzino porse a Michele una borsa piena d’oro.
— Grazie, disse lo sbirro rifiutandola, ma voi potete farmi un regalo d’assai più prezioso.
— Volontieri.
— Permettete ch’io prenda una spada in quel trofeo?
— Scegli.
Michele esaminò ad una ad una le cinque o sei spade sospese al muro, e si fermò ad una lama di Brescia, montata alla spagnuola.
— Questa, monsignore, diss’egli.
— Prendila, disse Lorenzino.
Poi, fra se:
— Eh! il furbo se ne intende.
— Quindi? chiese Michele.
— Nella via Larga, dalle undici all’una del mattino.
— Questa notte?
— Questa notte e tutte le notti.
— È convenuto, monsignore, disse il birro, affibbiando la cintura alla sua spada; contate su me.
— Perdio! disse Lorenzino, ci conto assai.
Poi, quand’ei fu scomparso nell’anticamera:
— In verità, seguitò col suo sorriso abituale, credo di essere più fortunato di Diogene, e di aver trovato il mio uomo.
Allora restò immerso un istante nei suoi pensieri, e come cercando di rammentarsi qual cosa d’essenziale gli restasse a fare.
Ad un tratto battendosi la fronte:
— Ed io che dimenticava il più importante!
E, sedendosi ad una tavola, scrisse:
«Filippo Strozzi è al convento di San Marco nella cella di fra Leonardo.»
E con un fischio chiamò il Birbante.
— Al duca Alessandro, gli disse: e avverti, scendendo, ch’io non sono in casa per alcuno, tranne per monsignore il duca, pel quale ci son sempre.
8
La cella di fra Leonardo.
Il convento di San Marco ove Filippo Strozzi aveva trovato rifugio, è situato fra la via Larga e la via del Cocomero, le due più belle strade di Firenze. È ancora oggi un luogo di pellegrinaggio per i viaggiatori attirati da un ricordo d’arte e da un ricordo religioso per i quadri o piuttosto gli affreschi di beato Angelico, e pel martirio di Savonarola.
Gli è nella cella d’uno dei discepoli di questo uomo, la cui memoria è in tal venerazione a Firenze, che si raccontano i suoi ultimi momenti, si citano le sue ultime parole come se fossero di ieri, che tutti gli anni, in fine, il luogo del suo supplizio viene sparso di fiori, gli è in quella cella, diciamo, che Filippo Strozzi stava rinchiuso.
Il proscritto era più calmo. Al mattino avea mandato il suo ospite da Luisa. Fra Leonardo, latore dei paterni rimproveri, avea ricevuto la confessione della fanciulla, ed era tornato a Filippo Strozzi, dicendogli:
— Voi potete sempre benedire, amare, abbracciare vostra figlia, e perdonare a Lorenzino.
— Ma se vi dico ch’essa lo ama! esclamò il vecchio; vi dico che io l’ho veduto escire ad un’ora del mattino da casa di lei, vi dico che è un miserabile!
— Sì! insistè il monaco; sì essa lo ama, ma d’un amore puro e fraterno.
— L’amor d’un Lorenzino, amore puro e fraterno! E siete voi me lo dite, padre mio, voi, avvezzo a leggere nel più profondo del cuore umano! Siete voi che prendete la difesa di quell’infame!
Il monaco restò pensieroso, e posando la sua mano sulla spalla di Filippo Strozzi:
— Sì, figlio mio, ripigliò, sì, tu lo hai detto, sì, vi hanno poche anime che io non abbia scrutate; pochi di quegli oscuri abissi ove si agitano le umane passioni, di cui io non abbia misurata la profondità. Ebbene, te lo dirò io, Strozzi? Lorenzino è uno dei pochi, i cui pensieri mi siano sempre rimasti sconosciuti. Eppure, più di ogni altro, io l’ho seguito cogli occhi, perchè, tu lo sai, la speme dei repubblicani ha posato lungo tempo su lui. Ma, più mi son curvato sugli uomini, meno ho veduto chiaro nell’intime latèbre del suo cuore. Dopo il suo ritorno da Roma, e ciò data da un anno, egli è divenuto impenetrabile a tutti gli occhi, anche ai nostri; giacché dopo il suo ritorno, non una volta egli si è accostato al tribunale della penitenza… Oh! gridò il monaco con terrore! oh! colui che per la prima volta udrà la confessione di quell’uomo!…
— Sì, disse Filippo Strozzi, se pure egli non muore senza confessione!
Fra Leonardo scosse il capo.
— Non monta, diss’egli, non monta; tutto non è perduto per quell’uomo, poiché egli ama. L’amore è una credenza, ed il cuore, ove esiste un raggio d’amore, non è mai interamente rinegato da Dio!
— Sono io infelice abbastanza! gridò Strozzi: e bisognava, per infiacchire di più il mio cuore già così pieno di dubbi, che l’amore di un Lorenzino si fermasse su Luisa, e che Luisa glielo ricambiasse!
— Strozzi, Strozzi, disse il monaco, invece di accusare il cielo, ringrazialo di ciò che la povera fanciulla, abbandonata com’ella è, credendo obbedire all’affetto paterno, amando come una donna, è rimasta pura come un angelo.
— Oh!… se potessi crederlo!… mormorò Strozzi.
— Credi, poiché io lo affermo, rispose fra Leonardo.
— Ma allora, gridò il povero padre, perchè non viene ella stessa ad accertarmene? Parmi che, se foss’ella che me lo dicesse, io non dubiterei più.
— Non dubitare, perchè eccomi! gridò Luisa, la quale, condotta da fra Leonardo nella cella attigua, aveva tutto ascoltato e non attendeva che una parola affettuosa di suo padre per gettarsegli fra le braccia.
Mentre la fanciulla entrava da una porta, il frate che non voleva essere d’ostacolo alla loro effusione, esciva pe l’altra.
Fuvvi un istante in cui le parole ed i baci si confusero, ed in cui Dio solo potè udire i ringraziamenti che il padre e la figlia gli rivolgevano singhiozzando.
— Allora Strozzi cercò collo sguardo fra Leonardo, e lo vide chiudere la porta.
— Vi allontanate, padre mio? gli chiese.
— La gioia dilegua sì ratta, rispose il monaco, che quando un uomo è felice, sta bene sia a lui vicino un uomo che preghi.
E la porta si racchiuse su fra Leonardo.
Strozzi, più debole contro la felicità di quel che non era stato contro i dolori, cadde sur uno degli sgabelli che servivano di sedia all’austero domenicano.
Luisa sedette ai suoi piedi.
— Padre mio, diss’ella, quanto avete dovuta soffrire se è vero che abbiate dubitato di me!
— Oh! sì, esclamò Strozzi, oh! sì, io ho molto sofferto, giacché tu ignorerai sempre quanto io ti ami, Luisa! L’amore dei genitori è un segreto fra loro e Dio. Da tre anni ch’io ho lasciato Firenze, non ho potuto avere tue nuove che a lontani intervalli. Tu e Firenze siete i miei due soli amori, e, che Iddio mi perdoni, ma credo che fra voi due povere oppresse, ella mia madre, tu mia figlia, sii tu quella che io ami di più…
— I miei fratelli erano con voi, padre mio, ed io ero felice all’idea ch’essi vi consolavano.
— I tuoi fratelli sono uomini forti, fatti per lottare, fatti per soffrire. Quando un padre genera un figlio, egli sa di dover questo figlio alla patria; ma una figlia appartiene più strettamente a suo padre. Una figlia è l’angelo del cristiano focolare, e la statua dell’amore virgineo che ha surrogato gli antichi penati. Giudica dunque di ciò che io ho sofferto, fanciulla mia, pensando ai pericoli che ti minacciavano in questa disgraziata città, mentre sapeva di essere insufficiente a proteggerti; ma tu, figlia mia, che hai fatto in questo tempo?
— Questo tempo, padre mio, io l’ho trascorso fra la preghiera e l’amore. — Ho pregato per voi, ho amato Lorenzo.
— Dunque, tu l’ami? chiese Strozzi con un profondo sospiro.
— Tanto da non comprendere, s’io lo perdessi, come Dio stesso potrebbe supplirlo nel mio cuore.
— Ma, domandò esitando il vecchio, nessuno sa del vostro amore, non è egli vero?
— Nessuno, padre mio.
— Dove e come lo vedi?
— Fino al momento in cui egli mi ha detto di lasciarlo, io l’ho veduto in casa di mia zia, e, dopo d’allora, il vedo nella piccola casa della piazza Santa Croce; là, egli viene quando travestito in un modo, quando in un altro, ma sempre mascherato. Bisogna che vi sia nella sua vita un gran segreto che io ignoro. Qualche volta è gioioso e trionfante, altra volta cupo e smarrito; qualche volta ride come un fanciullo, tal altra piange come una donna.
— E tu?
— Io sono lieta o triste a seconda ch’egli è triste o lieto.
— E del matrimonio stabilito altra volta fra voi, te ne parla egli ancora?
— Oh! si, assai soventi, padre mio; ed allora egli si esalta, allora ei parla d’avvenire, di potenza, di corona, ed io nol comprendo più di quanto ei si tace, giacché tutto in lui è mistero.
— Figlia mia… figlia mia!
— Rincoratevi, non è Lorenzo che voi avete a temere.
— Si, è vero; tu mi rammenti che un altro pericolo ti minaccia… Ti ama dunque quello scellerato d’un duca?
— Nessuno me lo ha detto; ma varie volte, e stamane ancora, fui seguita da uomini mascherati, ed ho sentito ai battiti del mio cuore che io era in pericolo.
— Ignora egli dove tu abiti?
— Da qualche ora lo sa.
— O mio Dio!
— Fui assai spaventata da prima, ma poi Lorenzo mi ha detto ch’io non avea nulla a temere, e fui rassicurata.
— Lorenzo! tu l’hai dunque veduto?
— Stamane, padre mio.
— E ti ha egli detto che ier sera ci eravamo scontrati?
— Sì.
— Ti ha egli detto ch’io gli aveva offerto di farti sua sposa?
— Sì, padre mio.
— E ti ha detto d’aver rifiutato?
— Mi ha detto tutto.
— Che hai tu pensato allora?
— Io l’ho compianto.
— Lo hai compianto?
— Si, perchè so ch’egli ha dovuto soffrire.
— Ma dove l’hai tu veduto?
— In sua casa.
— Fosti da lui, in via Larga, nella sua infame dimora?
— Credeva imminente il pericolo.
— E tu per la prima gli hai parlato di me?
— No, egli primo mi ha parlato di voi.
— Ignora ove io mi sono, non e vero?
— Scusatemi, padre mio, egli lo sa.
— Chi glielo ha detto?
— Io.
— Disgraziata! tu mi perdi, e ti perdi con me!…
— O padre mio! come mai potete supporre?…
— E tu, come puoi esser credula e cieca a tal punto? A quest’ora, Luisa, il duca sa tutto. A quest’ora, io, tu, i miei amici, siamo in suo potere; egli è il tuo folle amore, si è la tua confidenza insensata che ci ha perduti! O disgraziata! che Iddio ti perdoni come io ti perdono! ma che hai tu fatto!…
E Strozzi, che si era alzato, si lasciò ricadere sullo sgabello torcendosi le braccia
In questo momento vari colpi rimbombarono violentemente alla porta del convento.
— Ascolta! disse Strozzi stendendo la mano dalla parte ove si udiva lo strepito.
— Ebbene? domandò Luisa trepidante.
— Odi? Guarda, e dubita ancora!
E, prendendo sua figlia pel braccio, Strozzi la trascinò fino alla finestra della cella, da dove ella vide scintillar delle armi a traverso la porta semi-chiusa.
— Degli sbirri!… dei soldati!.. il duca! gridò Luisa. Padre mio, padre mio uccidetemi!… Ma no, è impossibile! Oh! voi sarete stato tradito!
— Si, fui tradito: e ciò che v’ha di più terribile, si è che fui da mia figlia!
— Oh! aspettate, aspettate, padre mio, prima di condannarmi in tal guisa.
Non fu lungo l’attendere. Fra Leonardo apparve alla porta della cella. — Fratello, diss’egli rivolgendosi a Strozzi, siete presto pel martirio?
— Si, rispose freddamente il vecchio.
— Sta bene, continuò il monaco, dacché si avvicinano i carnefici.
Al momento stesso, si udiva la voce del duca Alessandro che diceva: — Custodite quella porta e non permettete ad alcuno d’uscire. Voi altri, seguitemi.
Ed apparve seguito da Jacopo e dall’Unghcro.
— Ah! ah! diss’egli ridendo, mi han dunque detto il vero, ed il lupo è preso all’agguato.
— Chi sei, e che vuoi? gridò fra Leonardo interponendosi fra il duca e Strozzi.
— Chi sono? disse il duca, dileggiando. Sono come tu vedi, mio degno padre, un pio pellegrino che visita la casa del Signore, per ricompensare o punire quegli che nel loro orgoglio si stimano al disopra delle ricompense e delle punizioni. Ciò che io voglio?
E scostando con violenza il monaco:
— Voglio che tu mi lasci libero il passo, perchè ho a parlare con quell’uomo.
Ma fra Leonardo si slanciò un’altra volta dinanzi a Strozzi esponendosi primo alla collera del duca.
— Quest’uomo è l’ospite del Signore, diss’egli; quest’uomo è sacro e niuno giungerà a lui che passandomi sul corpo.
— Sta bene, disse il duca il cui occhio fiammeggiò d’un lampo, vi si passera. Credi tu che colui, il quale per salire al trono ha calpestato il cadavere di una città, indietreggerebbe per tema di pigiar coi piedi quello d’un miserabile monaco?
— Andiamo, disse l’Unghero avvicinandosi e portando la mano al pugnale, devo?…
— No, non adesso, più tardi forse; sei sempre sollecito, tu!… Suvvia, disse Alessandro dirigendosi di nuovo a fra Leonardo, largo al tuo duca!
— Mio duca? rispose il domenicano; io non conosco questo nome. So ciò che è un gonfaloniere, so ciò che è un priore; ma non so ciò che sia un duca, non so ciò che sia un ducato.
— Allora, ripetè il duca Alessandro coi denti stretti per rabbia, largo al tuo padrone!
— Mio padrone! interruppe fra Leonardo colla stessa fermezza; mio padrone è Dio! Non ho altro signore che quello che è in cielo, e mentre la voce terrena mi dice: «Vanne!» io odo una voce di lassù che mi grida: «Resta!»
— Ebbene, attendi, ripetè l’Unghero.
Ma il duca battè violentemente col piede, slanciando al birro uno sguardo che lo fe’ indietreggiare.
— Aspetta dunque, diss’egli: quando per caso io sono paziente, siilo anche tu. Vedi pure ch’io non voglio spaventar quella fanciulla. Ebbene, monaco, continuò, giacché tu non conosci nè duca, nè signore, largo al più forte!
Ed ad un suo segno, l’Unghero e Jacopo allontanarono il monaco, che, scoprendo Strozzi, lo lasciò faccia a faccia col duca.
— Duca Alessandro, disse il vecchio proteggendo ancora colle braccia la figlia, mentre insultava il duca: credeva che ti bastassero il tuo cancelliere, il tuo bargello, le tue guardie, senza che tu stesso dovessi rappresentare la parte dello sbirro. M’ingannai.
Il duca scoppiò in risa. — E conti tu per nulla, ripres’egli, il piacere d’incontrare il proprio nemico faccia a faccia? Mi prendi forse per uno di quelli che camminano pian piano la notte in una città, che si celano il giorno in un antro, che aspettano pazientemente l’ora di protendere a tradimento il braccio nell’ombra e di colpir per di dietro? No, io cammino al chiarore del sole, e vengo a dirti in pieno meriggio: Strozzi, noi abbiam giuocato l’uno contro l’altro una partita terribile, la cui posta era la vita; tu hai perduto. Strozzi, paga!
— Sì, rispose Strozzi, e ammiro insieme la prudenza del giuocatore che viene a reclamare il suo debito così bene accompagnato.
— Credi tu che io avessi paura, forse? credi tu che io non mi sarei recato solo dovunque avessi avuto speranza d’incontrarti? Oh! tu sei in uno strano errore, o mi prendi per qualcun altro.
Allora, volgendosi ai due birri:
— Jacopo e l’Unghero, diss’egli; chiudete la porta, e, qualsiasi cosa vi giunga all’orecchio, non venite che quando vi chiamerò.
I due birri vollero opporsi, ma Alessandro battè il piede con violenza, ed amendue uscirono richiudendo la porta. Fra Leonardo si prostrò dinanzi un inginocchiatoio.
— Ebbene, disse il duca con suprema alterigia, eccomi solo, Strozzi, solo contro voi due. Ah! comprendo, io sono armato, e voi siete senz’armi. Aspettate. Vedi, Strozzi, io getto la mia spada.
E difatto, trasse la spada e la cacciò dietro a sè.
— Tieni, Strozzi, io t’offro il mio pugnale.
E stese il suo pugnale a Strozzi.
— Accorri, vecchio Romano… Non vi fu nell’antichità un Virginio che uccise la figlia, un Bruto che uccise il suo re? Scegli fra i due. Ferisci, fatti immortale com’essi!… Andiamo, ferisci, ma ferisci adunque! Che arrischi tu? Neppur la tua testa; sai bene ch’ella è del carnefice. E a te, monaco, che ti trattiene? alza da terra quella spada e vienmi a colpir per di dietro, se la tua mano trema nel fissarmi il volto.
— Il mio Dio proibisce ai suoi ministri di spargere il sangue, rispose fra Leonardo con voce calma ma ferma; se ciò non fosse duca Alessandro, io non avrei serbata la causa della patria ad altro braccio che al mio, e da lungo tempo tu saresti morto e Firenze sarebbe libera.
— Ebbene, Strozzi, chiese il duca, credi tu ancora ch’io abbia paura?
Fuvvi un istante di silenzio. Luisa ne profittò.
— No, monsignore, no, diss’ella con voce tremante, tutti sanno che voi siete prode. Ebbene siate buono quanto siete coraggioso.
— Silenzio, fanciulla: gridò Strozzi; credo che tu lo preghi!
— Padre mio, insistè Luisa mentre Alessandro rimetteva la spada nel fodero e il pugnale nella guaina, padre mio, lasciatemi dire. Dio darà forza alle mie parole. Monsignore!… continuò ella prosternandosi.
Ma fra Leonardo, slanciandosi dal suo inginocchiatoio:
— Alzati, fanciulla, rialzati! gridò. Nessun patto fra l’innocenza e il delitto! nessun patto fra l’angelo e il demonio! Rialzati.
— Hai torto! disse il duca, ridendo del suo riso più terribile ancora della sua collera; ella è tanto bella così, ch’io stava per obbliar la mia offesa, e non ricordarmi che dell’amore.
— Figlia mia! figlia mia! gridò Strozzi, afferrando
sua figlia, e avviluppandola colle sue braccia.
— O mio Dio! o mio Dio! gridò fra Leonardo scongiurando il cielo collo sguardo, se tu vedi simili cose senza tuonare, io dirò che la tua misericordia è più grande ancora della tua giustizia.
— Jacopo! l’Unghero! gridò il duca dopo aver atteso un istante, come per lasciar a Dio tempo di colpire.
I due birri entrarono.
— Ai vostri ordini, altezza, disse l’Unghero.
— Consegnate quei due uomini alle guardie, disse il duca indicando fra Leonardo, e Strozzi, e che sian condotti al bargello.
— Monsignore! monsignore! gridò Luisa, in nome del cielo non separate il padre dalla figlia; non istrappate il prete al suo Dio!
— Taci, e resta! gridò Strozzi. Non una parola di più, non un passo innanzi, o io ti maledico!
— Oh! mormorò Luisa cadendo infiacchita sui suoi ginocchi.
— Addio, figlia mia, le disse Strozzi; Iddio solo veglierà ora su te; ma non obbliare giammai che Lorenzino è quegli che mi uccide.
— Padre, padre mio! gridò Luisa stendendo le sue mani verso il vecchio.
Ma questi, senza pietà alle sue preghiere, le mandò un ultimo addio più ripieno forse di collera che di tenerezza, ed uscì.
— O monsignore! monsignore!… disse la fanciulla sempre in ginocchio e trascinandosi al duca; non posso dunque nulla per salvar mio padre?
Il duca, che stava già per uscire, tornò alla giovinetta:
— Sì, fanciulla, diss’egli, tu sola al contrario puoi salvarlo.
— E che deggio fare a tal uopo, monsignore?
— Lorenzino te lo dirà, rispose il duca.
Ed uscì.
9
Il Bargello
Il Bargello, vasto edificio costrutto da Arnolfo di Lapo per servir insieme di corte criminale e di prigione, e sui muri del quale fu ultimamente scoperto un ritratto di Dante, opera del Giotto, è ancora oggidì, col suo gigantesco scalone guardato da un leone, uno dei monumenti di Firenze che ricordano colla maggior grandezza ed originalità le epoche terribili di cui vide compiere gli avvenimenti.
Al Bargello erano stati condotti non solo Filippo Strozzi e fra Leonardo, ma anche Selvaggio Aldobrandino, quantunque ferito, Bernardo Corsini, che gli avea dato asilo, e gli altri patrioti, che il duca stimava facesser parte alla cospirazione, alla quale avean cooperato diceva egli, se non coll’opera almeno col cuore.
Erano stati tutti rinchiusi nella stessa camera, vasta sala dalle finestre grigliate e dai muri coperti di iscrizioni scolpite dai molti martiri della stessa causa che avean preceduto gli eroi di questo racconto.
Al momento che introduciamo il lettore in mezzo a queste nobili vittime della tirannia del granduca, fra Leonardo è appoggiato ad una delle colonne che sorreggono la volta: Strozzi è seduto; vicino a lui Selvaggio Aldobrandino, coricato sur un banco, la testa adagiata sul suo mantello avvoltolato: gli altri circondano Bernardo Corsini, il quale sta in piedi sur uno sgabello, intento a scrivere sul muro con un chiodo.
— Che fai tu là, Bernardo? chiese il monaco.
— Lo vedi, padre mio, rispos’egli, scrivo il mio indegno nome accanto a quello dei martiri che mi han preceduto quaggiù, e che mi attendono in cielo.
E passò il chiodo a Vittorio dei Pazzi.
— Alla mia volta, disse Vittorio. Per il Cristo nostro, ultimo principe eletto dalla nazione! questi muri saranno un giorno il libro d’oro di Firenze. Vedete, ecco il nome del vecchio Giacobbe dei Pazzi, mio avo; ecco quello di Gerolamo Savonarola: ecco quello di Nicolò Carducci, di Dante da Castiglione… Viva Dio! che bella guardia di nobili fantasmi deve avere colassù la libertà!
— Scrivi anche il mio, Pazzi, gridò Selvaggio, scrivi il mio fra il tuo e quello di Strozzi. Voglio che la posterità sappia ch’io ero con voi: e, se la muraglia è troppo dura, vieni a prendere del mio sangue e scrivi invece di scolpire… La mia ferita è ancor fresca e non te ne rifiuterà. Scrivi, scrivi: Selvaggio Aldobrandini, morto per la libertà.
— A te, Strozzi! disse Vittorio, dopo avere scolpito il nome di Selvaggio sotto il suo.
E gli porse quell’ignobile chiodo, addivenuto fra le mani di tanti illustri personaggi il bulino della storia.
Filippo Strozzi prese il chiodo, e, all’altezza della sua mano, scrisse:
Dagli amici salvimi Iddio
Che dai nemici mi salvo io.
Vittorio sorrise.
— La preghiera è buona, diss’egli ma dai muri d’una prigione ha il difetto di giungere un po’ tardi.
Gli altri seguitarono ad iscrivere i loro nomi.
In quel momento apparve un famiglio dell’inquisizione di Stato.
— Filippo Strozzi è di ritorno dall’interrogatorio? chies’egli.
— Sì, chi dimanda di lui? chiese Filippo Strozzi.
— Una giovanotta che ha facoltà di passare una mezz’ora con lui, rispose il famiglio.
— Una giovinetta! disse Strozzi con sorpresa. Se non è Luisa…
— È dessa, padre mio! gridò dalla porta la figlia di Strozzi.
— Vieni, figlia mia, disse Filippo aprendo le braccia. Ti ho perdonato, gli altri perdoneranno, spero.
Poi ad un tratto, tornando a tutta la sua tenerezza paterna e sorrandola al suo seno con terrore:
— Oh! fanciulla mia, esclamò, tu mi fai tremare… Da chi hai avuto il permesso di vedermi?
— Dal duca stesso, rispose Luisa.
— Come lo hai ottenuto?
— Fui a richiederlo.
— Dove?
— A palazzo.
— Al palazzo del duca?… gridò Strozzi. Ti recasti da quell’infame?… La figlia di Strozzi a casa di quel bastardo dei Medici?… Oh! mi saria stato men doloroso di non più rivederti, anzi che rivederti a tal condizione… Vanne, vanne!…
E respinse sua figlia.
— Strozzi, sii uomo… disse fra Leonardo accogliendo la giovinetta fra le sue braccia.
Ma il vecchio si alzò e mentre la povera fanciulla lo guardava sorpresa e impaurita:
— Ella fu in casa sua!… seguitò cacciandosi le mani nei capelli. Ella è entrata in quella caverna di depravazione, in quell’antro di lussuria!… E di quanti anni d’innocenza hai tu pagato la grazia di vedermi una mezz’ora?… Rispondi, Luisa, rispondi?…
— Padre mio, rispose la giovinetta con umile affetto, Dio sa che non merito ciò che mi avete detto. E poi io non era sola; Lorenzo era presso il duca, Lorenzo non ci ha lasciati.
— Così, Luisa, nessun patto infame?
— Nulla, padre mio, nulla, sull’onore della mia famiglia. Io mi son gettata a’ suoi piedi, ho chiesto di vedervi. Egli scambiò qualche parola a voce sommessa con Lorenzo, poi firmò una carta, me la consegnò ed io uscii senza avere ad arrossire d’altro che delle sue occhiate.
— Non monta, riprese Strozzi, scuotendo il capo, havvi sotto questa clemenza, Luisa, qualche mistero terribile. Ora, giacché mezz’ora ti fu conceduto, mettiamola a profitto. Questi istanti sono probabilmente gli ultimi che noi trascorriamo insieme.
— Padre mio!… esclamò Luisa.
— Dio ti ha dato la forza, figlia mia, disse il vecchio, e posso parlarti non come ad una fanciulla, ma come ad una donna.
— Oh! mio Dio! Voi mi fate tremare, padre mio! mormorò la giovinetta.
— Tu conosci l’uomo che vuole la mia testa, conosci il tribunale che mi giudica!…
— Sareste voi condannato, padre mio?..
— No… non ancora… ma posso esserlo… lo sarò certamente… Rispondimi dunque come se lo fossi di già. Pensa che si è la tranquillità delle mie ultime ore ch’io sto per domandarti. Pensa che al condannato non resta soltanto a morire, ma che è necessario ch’ei muoia da cristiano, vale a dire, senza maledizioni, senza bestemmie…
— Grazie a voi, mio Dio, mormorò fra Leonardo, a voi che avete qui condotto quest’angelo per rendergli la fede ch’egli avea quasi perduta.
— Che deggio fare, padre mio, per darvi la tranquillità? Ditemelo, e vi obbedirò all’istante.
— Luisa, disse Strozzi con voce solenne, quando tu vedrai rizzare il mio palco, quando saprai che io vado al supplizio, giurami che non farai un passo verso quell’uomo per salvarmi, dovesse la mia vita esserne il prezzo!… Giurami che non sarà mai alcun patto fra la tua innocenza e la sua infamia!… Giacché per l’anima di tua madre, per il mio amore infinito come se fosse divino, Luisa, io ti giuro che non mi salveresti… che io morrei disperato… e che dopo avermi perduto sulla terra, non ti rimarrebbe speranza di ritrovarmi in cielo!
A render più solenne la sua promessa, Luisa si lasciò cadere sui suoi ginocchi, e, poste le mani in quelle del vecchio:
— Padre mio, padre mio! ve lo giuro, diss’ella, E Iddio mi punisca se manco al mio giuramento!
— Non è tutto ancora, continuò Strozzi posando le sue mani sulla testa della fanciulla e guardandola con suprema tenerezza; il pericolo che ti perseguita durante la mia agonia può sopravvivere alla mia morte. Ciò che il duca non ha potuto ottenere dalla paura, ei può cercare d’ottenerlo colla violenza.
— Padre mio!… esclamò Luisa.
— Ei può tutto!… egli osa tutto!… proseguì vivamente il vecchio. È un infame!
— Mio Dio! mormorò la fanciulla celando colle mani il rossore del suo volto.
— Luisa, insistè Filippo, ami meglio morir giovane e pura, non è egli vero, anziché vivere nell’onta e nel disonore?…
— O sì… cento volte sì… mille volte sì… Dio ne è testimonio!
— Ebbene, disse Strozzi con voce che cominciava a tremare suo malgrado, se tu cadessi mai in potere di quell’uomo… se tu non vedessi altro scampo… se la misericordia stessa di Dio non ti offerisse via alcuna di speranza…
— Continuate… dite, dite, padre mio…
— Ebbene, un sol tesoro mi rimaneva, che io aveva sottratto agli occhi di tutti… un ultimo consolatore, un amico supremo che doveva accorciarmi la tortura ed esimermi dal patibolo. Si è questo veleno…
— Datemelo, padre mio! gridò Luisa, indovinando l’intenzione del vecchio.
— Bene, bene, Luisa! disse Filippo, grazie! Questo veleno e la libertà, è l’onore; prendilo, Luisa, io te lo do… rammenta che sei figlia di Strozzi!
— Sarà fatto come voi desiderate, padre mio, ve lo giuro!
E stese il braccio a confermar colla voce e col gesto il giuramento.
— Grazie, disse Filippo; ora morrò in pace. E tu, mio Dio, tu che odi un tal giuramento, non è egli vero, mio Dio, che non permetterai ch’ei si compia?
In quel momento la porta della prigione si aprì, ed il famigliare che aveva accompagnato Luisa riapparve: questa volta era seguito da un uomo mascherato.
L’uomo mascherato entrò con lui, ma si fermò alla porta.
— La mezz’ora è trascorsa, disse il famiglio rivolgendosi alla giovinetta, bisogna seguirmi.
— Oh! di già! di già! gridò la fanciulla.
— Va, figlia mia, e sii benedetta! disse Strozzi.
— Un istante ancora! ancora un secondo! insistè Luisa.
— No, va, va! Addio, figlia mia, nessuna grazia da questi uomini.
— Addio, padre mio!
— Ci rivedremo in cielo, disse fra Leonardo.
— Oh! mormorò Strozzi torcendosi le mani.
— Coraggio, coraggio, povero padre! disse fra Leonardo serrandolo al suo cuore.
Frattanto Luisa, trascinata dal famiglio, si allontanava.
Mentr’ella passava vicino all’uomo mascherato:
— Luisa!… disse questi a voce sommessa.
Al suono della voce, la fanciulla si scosse.
— Lorenzo!… diss’ella sospirando.
— Fidi sempre di me? chiese l’uomo mascherato.
— Più che mai.
— Ebbene, allora, a stasera.
— A questa sera, ripetè la fanciulla.
E, pieno il cuore di speranza e di gioia, ella uscì.
La porta si rinchiuse, e l’uomo mascherato restò solo coi prigionieri, gli sguardi dei quali si fissarono su lui con sorpresa mista a minaccia.
Solo è immerso nel suo dolore, Filippo Strozzi, nelle braccia di fra Leonardo, non se ne occupava.
Vittorio dei Pazzi, movendo un passo al suo incontro, fu il primo a volgergli la parola.
— Chi sei tu, che t’introduci mascherato fra noi? Chies’egli; qualche spia di Maurizio? qualche sbirro del duca?
— Sei tu il tortore? Siamo presto ai tormenti! disse Corsini.
— Sei tu il carnefice? continuò Selvaggio Aldobrandini facendo uno sforzo per reggersi in piedi. Siamo presti alla morte!
— Andiamo, parla, uccello del malaugurio! riprese Vittorio dei Pazzi. Qual nuova ci arrechi?
— Vi arreco la nuova, disse Lorenzino smacherandosi, che siete tutti condannati a morte, e che sarete tutti giustiziati domani mattina al primo albore!
— Lorenzino! esclamarono tutti i prigionieri.
— Che cerchi tu? chiesegli Vittorio.
— Che domandi? insistè Bernardo Corsini.
— Che importa a voi, rispose Lorenzino, a voi, cui altro più non resta che pregare e morire?..
Allora fra Leonardo s’innoltrò a sua volta.
— Lorenzo, diss’egli, scendi tu nelle catacombe per insultare ai martiri? A che vieni tu qui?
— Fra breve il saprai, monaco, perchè gli è a te che io deggio parlare.
— Che vuoi da me?
— Di’ a tutti quegli uomini di allontanarsi e di lasciarci soli quanto è possibile.
— A che?
— Perchè ho un secreto a rivelarti, e che siccome io pure sono in pericolo di morte, voglio che tu oda la mia confessione.
— La tua confessione! esclamò fra Leonardo indietreggiando di un passo.
— Sì.
— Io, udir la tua confessione? disse il monaco spaventato, e perchè io più di un altro?
— Perchè la tua vita è condannata, perchè la tua vita dipende dal mio secreto; perchè infine, di tutta Firenze, io non mi fido ad altro confessore che a te.
— Miei fratelli, indietro tutti! disse fra Leonardo, pallida la fronte, perchè, come lo avea detto a Strozzi, dubitava avere ad udire qualche cosa di ben terribile.
I prigionieri obbedirono. Fra Leonardo sedette appiè della colonna, e Lorenzino s’inginocchiò innanzi a lui.
— Padre mio, disse il giovine, gli è un anno ch’io son tornato a Firenze, maturando già nel mio cuore il progetto che sto oggi per compiere. Reduce appena nella mia città natia, siccome temeva di infondere negli altri i sentimenti che io stesso nutriva, percorsi i diversi quartieri della città; interrogai le case dei poveri e i palazzi dei ricchi. M’immischiai agli umili operai ed agli orgogliosi patrizi. Una sola voce simile ad un gemito immenso, s’innalzava da ogni parte accusando il duca Alessandro. L’uno gli ridomandava il suo onore, l’altro il suo denaro; questi un padre, quegli un figlio. Tutti piangevano, tutti si lagnavano, tutti accusavano; ed io dissi a me stesso: No, non è giusto che un popolo intero soffra in tal modo per la tirannia di un sol uomo.
— Ah! disse fra Leonardo, ciò che noi avevamo sperato era dunque vero?
— Allora, ripigliò Lorenzino, io mi guardai attorno. Vidi la vergogna su tutti i volti, il terrore in tutti gli spiriti, la corruzione in tutte le anime. Cercai chi potesse sorreggermi, e sentii tutto a piegar sotto le mie mani. La delazione era dovunque, all’interno e all’esterno; penetrava nel seno delle famiglie; correva e discuteva nel seno delle famiglie; sedeva al focolare conjugale e si rizzava ad ogni crocicchio! Allora io compresi che chiunque volesse cospirare a tai giorni non doveva eleggersi a confidente che il solo suo pensiero, a complice che il proprio suo braccio. Compresi che, simile al primo Bruto, ei doveva coprire il suo volto d’un velo tanto fitto da renderlo impenetrabile ad ogni sguardo. Lorenzo divenne Lorenzino.
— Seguita, figlio mio, seguita, disse fra Leonardo trepidante.
— Bisognava giungere al duca, continuò il giovane. Bisognava ch’ei difidasse di tutti, bisognava ch’egli fidasse in me solo. Mi feci il suo cortigiano, il suo servo, il suo buffone. Non solo obbedii ai suoi ordini, ma prevenni le sue volontà, precessi i suoi desiderii… Durante un anno, Firenze mi chiamò vile, traditore, infame! Durante un anno, il disprezzo dei miei concittadini pesò su me, più grave della pietra sepolcrale; durante un anno tutti i cuori dubitarono di me, ad eccezione d’un solo… Ma, alfine, ho riuscito: alfine, son giunto al termine del mio lungo e penoso cammino… Padre mio, questa notte io uccido il duca Alessandro.
— Parla piano, parla piano, mormorò fra Leonardo.
— Ma, riprese Lorenzo, il duca è scaltro, il duca è forte, il duca è bravo. Tentando di salvar Firenze, posso soccombere a mia volta. Mi abbisogna dunque l’assoluzione in articulo mortis. Datemela padre mio, datemela senza esitare ch’io abbastanza ho sofferto sulla terra perchè non mi mercanteggiate il cielo!
— Lorenzino, disse il frate, è un delitto l’assolverti, il so; ma questo delitto io lo prendo su me. E quando Dio ti chiamerà per chiederti conto del sangue che avrai versato, io mi presenterò al tuo posto dicendo: Signore, non cercate il colpevole… Signore, il colpevole vi sta dinanzi.
— Sta bene, tutto è detto, rispose Lorenzino. Ora egli, al par di voi, è condannato e non trattasi più che di tempo… Padre mio, domani, quando si verrà a cercarvi, gridate tutti: «Il duca Alessandro è morto! Il duca Alessandro fu ucciso da Lorenzino! Aprite la casa di Lorenzino e troverete il suo cadavere!… » Ed il carnefice stesso tremerà, o il popolo correrà alla mia casa in via Larga, e il popolo rinverrà il corpo; e invece di esser condotti al patibolo, sarete portati in trionfo.
— E tu?
— Io? Io aprirò al popolo la porta della stanza ove sarà il cadavere del duca. Ed ora che vi ho detto tutto ciò ch’io ho a dirvi, addio, padre mio!
Poi, avanzandosi verso gli altri prigionieri che aggruppati teneansi fermi alla porta:
— Largo, signori, diss’egli.
— E se noi non volessimo sgombrarti il passo? disse Vittorio dei Pazzi.
— E se ci prendesse desiderio di vendicarci prima di morire? disse Bernardo Corsini.
— Se avessimo deciso di soffocarti fra le nostre mani, di strangolarti colle nostre catene? disse Filippo Strozzi.
E tutti uniti, perfino Selvaggio Aldobrandini, che tentava trascinarsi presso a Lorenzino, gridarono:
— Ch’ei muoia, colui che ci ha tutti venduti! ch’ei muoia, il traditore! ch’ei muoia, l’infame!
— Lorenzino, aggrottando le sopracciglia, portò la mano alla spada; ma udì la voce di fra Leonardo che diceva piano al suo orecchio:
— Arresta, Lorenzo! è l’ultima sofferenza della tua passione, è l’ultima spina della tua corona!
Poi, ad alta voce e dirigendosi ai prigionieri:
— Fratelli, disse, lasciate passare quell’uomo; egli è il più grande di noi tutti!
E Lorenzino escì in mezzo allo stupore dei prigionieri, che obbedendo all’ordine di fra Leonardo, non fecero un moto per impedirglielo.
10
Gli apparecchi
Era in quella sera gran festa al Palazzo della via Larga; il duca Alessandro aveva riuniti i più intimi a festeggiare con lui il suo trionfo sui repubblicani: solo un posto era rimasto vacante alla sua tavola.
Era quello di Lorenzino.
Già varie volte eran corse domande sulla sua assenza, ma ad ogni interrogazione, il duca rispondeva sorridendo:
— Non vi preoccupate della lontananza di Lino, so dove egli è.
A mezzanotte Lorenzo entrò, s’assise vicino al duca, riempì di vino la sua coppia e l’alzò dicendo:
— Alla prosperità, alla gioia, ai piaceri dell’amato nostro duca!
Tutti fecero eco al brindisi, ed egli allora, inchinandosi all’orecchio del duca:
— Bevete due tazze anzi che una, monsignore, gli disse; fra un’ora Luisa sarà nella mia camera ad attendere vostra altezza.
— Hai fatto ciò, carino? chiese il duca a mezzo ubbriaco.
— Non vi aveva io dato la mia parola, monsignore?
— Fra un’ora? e chi verrà ad avvertirmi?
— Ascoltate, monsignore, io non ho alcuno cui fidarmi. Voi avete l’Unghero che vi è devoto, non è vero?
— Sono sicuro di lui come di me stesso.
— Prestatemelo per recarmi alla torre dalla nostra bella afflitta.
— Buono! disse il duca, ella conoscerà che mi appartiene, e non vorrà seguirlo.
— Con una maschera al viso e un biglietto di mio pugno?… Andiamo! D’altronde, la fanciulla sa ove si conduce.
— Allora, perchè tante precauzioni?
— Per salvar le apparenze, monsignore.
— Prendi dunque l’Unghero, io lo metto ai tuoi ordini.
— Chiamatelo, monsignore, e ditegli ch’ei deve obbedirmi in tutto.
Il duca chiamò il birro.
— Segui Lorenzino, gli disse, e, sul tuo capo! fa tutto ciò ch’egli ti ordinerà.
L’Unghero, avvezzo a tali raccomandazioni, si accontentò di rispondere con un cenno del capo.
Lorenzo si alzò.
— Vai via, carino? gli chiese il duca.
— Perdio! monsignore, bisogna bene ch’io assetti la vostra camera.
— Mi prometti che, appena giunta la bella, mi farai avvertito?
— L’Unghero stesso ve ne avviserà… . Trattasi di non farvi attendere, monsignore.
Lorenzino fe’ qualche passo per uscire: poi, ritornando al duca:
— Monsignore, la vostra parola che niuno dei vostri convitati saprà dove vi recate, nè perchè lasciate la tavola?
— In parola mia!
— La vostra parola che farete una finta onde deviare coloro che vi vedranno uscire?
— La ti do.
— Non ve ne dimenticherete?
— Carino! esclamò il duca.
— Bene, bene, disse Lorenzino; amo meglio due promesse che una sola. Sulla vostra fede di gentiluomo, monsignore?
— In fede di gentiluomo!
— Allora tutto sta bene
— Che hai, Lorenzino? chiese il duca.
— lo? disse il giovine.
— Sei pallido come un morto, e pure il sudore scorre dalla tua fronte.
— Credo bene! disse Lorenzo asciugandosi con un fazzoletto di batista ricamato, pari a quelli di cui si servivano le signore. Si soffoca qui… .
Ed usci frettolosamente.
Mezzanotte suonava all’orologio del Duomo, quando Lorenzo ponea il piede nella via Larga.
Era la notte del 5 al 6 gennaio… notte d’inverno scura e fredda; appena vedevasi a dieci passi di distanza.
Lorenzino s’avviava lentamente, guardandosi a dritta ed a manca, come uomo che cerca qualcuno.
Al canto della via delle Lancie, un uomo gli si presentò ad un tratto.
Lorenzino arretrò portando la mano al pugnale.
— Sono io, monsignore, disse l’uomo.
— Ah! sei tu Michele? chiese Lorenzino
— Non mi avevate detto d’attendere vostra eccellenza nella via Larga, dalle undici ad un ora del mattino?
— Sì; e son lieto di trovarti esatto all’appuntamento… . Sei tu pronto?
— Si.
— Seguimi, allora.
— State dunque per vendicarvi? chiese il birro.
— Fra un’ora spero che tutto sarà finito, Michele!
— Siete ben felice monsignore!
Lorenzino, senza rispondere, s’incamminò il primo, rientrò nella via Larga e aperse una piccola porta.
— Ah! ah! disse Michele, gli è in vostra casa che si farà il negozio?
— Appunto.
— Non temete che si odano da casa del duca le grida ed il fragor delle armi?
— Da un anno, disse Lorenzino, i vicini hanno udito in mia casa tante grida e tanto strepito di armi, che non vi abbaderanno punto; sta di buon animo.
Giunto al primo piano, Lorenzino aprì una porta, ove fe’ entrare Michele.
Stava per lasciarvelo solo, quando lo sbirro il trattenne pel braccio.
— Monsignore, diss’egli, io vi appartengo, ma voi pure mi avete fatto una promessa.
— Ricordamela.
— La è quella di lasciarmi arbitro di liberarmi dal duca, tosto ucciso il vostro nemico.
— Sei dunque sempre della stessa intenzione?
— Più che mai.
— E nè per oro, nè per denaro, nè per preghiere, nè per minacce, tu non rinunzierai al tuo disegno?
— Ho fatto giuramento di ucciderlo senza pietà, senza misericordia!
— Gli è dunque vero ciò che m’hai raccontato?
— Vi ho detto la pura verità.
— Ma è impossibile a credersi.
— Perchè dunque?
— Perchè non esiste uomo capace di simil crudeltà.
— Il duca Alessandro non è un uomo!
— Ell’era dunque bella, quella fanciulla?
— Oh! bella come un angelo!
— Ho obliato il suo nome; si chiamava, mi hai detto?
— Nella.
— E a quanti anni è morta?
— A diciott’anni.
— Assai giovane!
— Oh! ma si è già troppo vecchi, quando da due anni il dolore e la vergogna sono entrati nella vita!
— E tu di’ che dopo averti dato speranza di farti suo sposo, il duca Alessandro… ?
— Oh! tacete, tacete, monsignore!… disse il birro soggiacendo ai ricordi che gli richiamava così crudelmente Lorenzino. Tacete! Voi mi rendereste insensato! Non si tratta di me, trattasi di voi, non è egli vero? Voi mi avete fatto venire per aiutarvi ad uccider qualcuno. Ebbene, qual è l’uomo tanto rinnegato dal cielo, da costringermi a mercanteggiare col prezzo del suo sangue la mia vendetta?… Ditemi il suo nome, ed io sono presto.
— Non ho bisogno di nominarlo, lo vedrai.
— Lo conosco dunque?
— Hai ben poca memoria. Michele, tu mi hai nominati quattro uomini che erano nella camera verde in quella notte fatale, ed io ti ho detto che quegli di cui dovea vendicarmi era uno di essi.
— E vero, monsignore; ciò basta.
— Andiamo dunque!… Io ti lascio in questa stanza; tienti pronto… pensa al duca… sogna la tua vendetta… e quando verrò a cercarti, fa ch’io ti trovi la spada alla mano.
— Siate tranquillo, monsignore.
Lorenzo chiuse la porta dietro Michele ed entrò nella camera preparata pel duca.
Il fuoco ardeva nel camino; era la sola luce che rischiarasse la stanza.
Appena il giovine vi fu entrato, udì sulla scala dei passi.
Ascoltò: erano i passi di un uomo e di una donna.
Udivasi il fruscio di un abito di seta.
Egli si celò nel corridoio e non ebbe che il tempo di aprire una porta e richiuderla dietro a se.
Cinque secondi di poi, Luisa, avendo a guida l’Unghero sempre mascherato, passava dinanzi la porta ed entrava nella camera.
Quella stanza era sconosciuta a Luisa, giacché quella in cui era entrata il mattino stava all’altro lato dell’appartamento.
Ma ella aveva ricevuto il biglietto di Lorenzino, riconosciuta la sua scrittura, ed era tutto ciò che le abbisognava.
— Siamo giunti, ed è qui che dovete attendere, disse l’Unghero.
— Grazie, rispose Luisa sedendosi.
— Desiderate qualche cosa, signora? chiese lo sbirro.
— No, soggiunse la fanciulla; dite soltanto a quegli che vi ha mandato a me, che io sono giunta e che lo attendo.
— Sta bene, signora.
E richiudendo la porta, egli uscì.
— Non avea fatti ancor due passi nel corridoio, quando Lorenzo lo fermò.
— Ella è là? chies’egli sottovoce.
— Sì, monsignore.
— Ebbene, va a dire al duca che noi l’aspettiamo; ma ch’ei ricordi di con lasciarsi scorgere da alcuno, altri che te.
L’Unghero s’inchinò e volle rendergli la chiave della casa.
Ma Lorenzino rifiutò di prenderla.
— E il duca? gli disse, come vuoi tu ch’egli entri?
— È giusto, disse l’Unghero.
Ed uscì portando seco la chiave.
Il duca aveva bene impiegato il tempo, e quando l’Unghero entrò nella sala, trovò il suo signore a mezzo briaco.
Gli fe’ un segno; il duca si alzò e venne a lui.
— Ebbene? chiese allo sbirro.
— Ebbene, monsignore, ella vi aspetta, disse l’Unghero.
— Davvero, continuò il duca, Lorenzino è un uomo prezioso! Credo che se io gli chiedessi la Madonna, riuscirebbe a procacciarmela.
Poi, passando al suo gabinetto di toletta, indossò un lungo abito di raso foderato in zibellino.
— Metterò i miei guanti da guerra, o quelli profumati da far all’amore? chies’egli all’Unghero.
— Mettete quelli per l’amore, eccellenza, rispose l’Unghero.
Di fatto eranvi sul tavolo guanti di maglia, e guanti profumati.
Il duca prese e mise i secondi. Poi aprendo la porta della sala:
— Buona sera e buona notte, signori, diss’egli; potete restare a tavola quanto vi piacerà. V’hanno dei vini nelle cantine e dei letti negli appartamenti. Non venite a corteggiarmi prima del mezzogiorno: dormirò fino a tardi.
— Aspettate, disse uno dei convitati; vengo con voi, monsignore.
— No, no, restate Giustiniano, disse il duca, non ho bisogno d’alcuno.
Ma coll’ostinazione dell’ebbrezza, Giustiniano da Cesena, che era capitano del duca, insistè.
— Ebbene, vieni dunque, beone! disse il duca.
Poi sotto voce a Jacopo.
— Alla piazza San Marco, diss’egli lo rimenerai per amore o per forza: l’Unghero mi basta.
E tutti quattro uscirono dal palazzo. Ma per isviare i sospetti come lo avea promesso a Lorenzino, il duca voltò per la via dei Calderai, prese quella dei Ginori, seguì un istante la strada San Gallo, voltò per quella degli Arazzieri, spinse Giustiniano sulla piazza San Marco, e, seguito dall’Unghero, riprese la via Larga.
Frattanto,Lorenzino era entrato nella camera ove attendevalo Luisa.
In vendendolo, la fanciulla si alzò vivamente e si slanciò fra le sue braccia.
— Tu non hai dubitato di me, le disse Lorenzino; grazie.
— Il giorno in cui dubiterò di te, rispose la fanciulla, sarà il giorno della mia morte!
— Attendi, che io chiuda questa porta, disse Lorenzino.
Ed andò a serrarla; poi tornando a Luisa:
— Avesti fidanza fino al fine, mia amata Luisa; ora ascoltami.
— Come si ascolta la voce di Dio; ma innanzi tutto, mio padre?
— Ti ho detto che tuo padre sarebbe salvo, e lo sarà. Ma ciò non basta; pensando a lui, io ho pensato a noi tutti, fanciulla mia; fra un’ora noi lasciamo Firenze.
— E dove andiamo?
— A Venezia… Ho qui (Lorenzino battè sulla sua tasca) un permesso datomi dal vescovo di Marzi per prendere dei cavalli da posta; una volta libero, tuo padre ne raggiungerà.
— Allora partiamo, amico mio.
— No, non ancora: prima della nostra partenza, un grande avvenimento dee compiersi, Luisa?
— Dove?
— Qui.
— Come, qui?
— Qui in questa camera.
— Ed io… io?
— Tu, Luisa, tu starai là in quel gabinetto; qualunque cosa tu oda, qualunque chiasso si faccia, qualunque cosa si compia, tu non farai un moto, non muoverai un passo, non fiaterai sillaba… Quando tutto sarà ultimato, io ti aprirò, Luisa… tu chiuderai gli occhi attraversando questa camera… e partiremo.
— Lorenzo! Lorenzo! esclamò Luisa, tu mi fai tremare!… Che sta dunque per accadere? Oh! non son mica una bambina… Mio padre stesso me lo ha detto, sono una donna!
— Zitto! disse Lorenzino; non hai tu udito?..
— Parvemi che la porta della strada si richiudesse.
— Così è. Entra in quel gabinetto, Luisa… . È il momento supremo… . Chiama in tuo ajuto tutto il tuo coraggio, e, vedessi tu entrare la morte istessa, taci.
— Santa Madre degli Angioli, che succederà dunque?..
Lorenzino spinse la fanciulla nella camera attigua; chiuse la porta mettendone in tasca la chiave, si lanciò fuor della stanza, ed entrò nel gabinetto ove erasi già celato mentre l’Unghero passava.
L’Unghero passò una seconda volta, ma questa volta accompagnato dal duca.
Il duca entrò gravemente nella camera e sedette sul letto.
— Ebbene, richiese, ov’è ella dunque?
— Chi? domandò l’Unghero.
— Questa bella Luisa che Lorenzino mi ha promessa, e che tu sei andato a chiamare con una parola di lui.
— La ho lasciata qui, monsignore; senza dubbio ella sta per approssimarsi.
— Va bene… va bene, disse il duca. Me ne rimetto a Lorenzino… Tu resta… . attendimi di fronte al palazzo Sostegni fino al giorno. Se al giorno non sarò ancora rientrato, ciò che è probabile, ti recherai ad aspettarmi al palazzo.
— Monsignore rimane solo?
— Eh! no, non resto solo, imbecille! disse il duca ridendo, poiché Lorenzino sta per condurmi la sua fidanzata… . Andiamo, vattene:
L’Unghero escì dalla camera.
Lorenzino, come la prima volta lo attendeva nel corridoio.
— La chiave? gli chies’egli.
— Eccola, disse l’Unghero.
— Il duca ti ha detto d’aspettarlo?
— Sì, fino a giorno… . se al giorno egli non è uscito, posso rientrare al palazzo.
— E puoi rientrarvi anche adesso, disse ridendo Lorenzino. Io ti do congedo.
— Voi mi garentite che monsignore non escirà innanzi giorno?
— Te ne accerto sulla mia fede di gentiluomo, disse Lorenzino mettendo la sua mano sulla spada del birro. Vanne dunque tranquillamente a dormire.
— Ah! in fede mia, disse l’Unghero, e ciò che vado a fare.
— E farai molto bene… Va, amico, va…
L’Unghero scese le scale… Lorenzino, inchinandosi sulla balaustrata, spiò il rumore dei suoi passi, poi udì la porta della strada aprirsi e rinchiudersi.
Allora soltanto respirò.
E, passando le mani alla fronte, entrò nella camera ove trovavasi il duca.
— Ebbene, chiese questi, ove stassi adunque la bella afflitta? Perchè non mi attendeva ella qui!
— Qui?… Voi eravate a cena, monsignore, sapeva io, al numero della coppe che vi ho veduto vuotare, in quale stato vi sareste qui condotto?… Non voleva aveste ad impaurirla. Che diavolo!
— Oh! quante precauzioni, disse il duca sfibbiando il cinturone della sua spada. Andiamo, fatti ad avvertirla.
— All’istante, monsignore.
E, prese la sua spada e la cintura dalle mani del duca, passò due volte la cintura nell’elsa della spada, tanto che se il duca tentasse sguainarla, non potesse riuscirvi.
Dopo ciò, posò la spada sul capezzale del letto.
— Serbate questa veste da camera? chiese Lorenzino al duca.
— Meglio è che no; fa troppo caldo qui.
— Datemela e sdraiatevi sul letto, monsignore; fra un istante quella che attendete sarà qui.
E, dopo aver posto l’abito da camera sur una sedia, egli uscì.
La porta si chiuse dietro di lui.
11
L’omicidio
Lorenzo corse allora alla camera ove stava Michele.
— Fratello, gli disse, l’ora è giunta; tengo chiuso nella mia stanza il nemico di cui ti ho parlato… Sei tu sempre nell’intenzione di ajutarmi a spacciarmene?
— Andiamo! fu la sola risposta del birro.
Ed amendue soffocando quanto fosse possibile il rumore dei loro passi, tenendo ciascuno la spada snudata sotto il mantello, s’incamminarono alla camera ove era rimasto il duca.
Lorenzo aprì la porta ed entrò il primo.
Il duca non era più seduto, ma coricato sul letto. Avea il viso rivolto al muro ed era forse già assopito
Lorenzo inoltrò fino a lui senza ch’ei facesse un sol movimento.
— Signore, gli chiese, dormite voi?
E, al tempo stesso ch’ei parlava, gli vibrò un colpo tanto terribile colla corta e fina spada che teneva alla mano, che la punta entrata da una parte al disopra della spalla, esci per l’altra al disotto del seno.
Il duca gettò un grido di dolore.
Ma siccome egli era potentemente forte, si slanciò d’un balzo al mezzo della camera, e stava per raggiungerla porta, quando, sulla porta, ei trovò Michele, il quale riconoscendo il duca Alessandro gettò un grido di gioia, e al tempo stesso, con un colpo di tagliente, gli aperse le tempia ed abbattè quasi per intiero la guancia sinistra.
Il duca indietreggiò di due passi cercando qualche altro mezzo di scampo; Lorenzino lo avvinghiò a mezzo il corpo, lo respinse sul letto e lo rinversò all’indietro, pesandogli sopra con tutto il suo corpo.
Allora il duca Alessandro, che, simile ad una bestia feroce presa all’agguato, non avea ancor detto sillaba, chiamò per la prima volta il soccorso. Ma Lorenzino gli posò violentemente la mano alla bocca, tanto che il pollice e una metà dell’indice vi entrarono. Per un moto istantaneo, il duca serrò i denti con tanta forza che le infrante ossa scricchiolarono, e il dolore sentito da Lorenzino fu tale, che a sua volta ei si gettò all’indietro mettendo un grido d’angoscia simile ad un ruggito.
Tosto, quantunque versasse sangue da due ferite, quantunque il vomitasse dalla bocca, Alessandro si scaglio sul suo avversario, e, piegandolo sotto di sè come fosse una canna, tentò soffocarlo fra le sue mani.
Lorenzino si senti perduto. In questa lotta corpo a corpo la sua spada gli era inutile. Pensò dunque a quel piccolo coltello, dalla lama acuta, che forava gli zecchino d’oro. Lo cercò in petto trovollo e lo immerse per due volte nelle viscere del duca. Ma nè l’una nè l’altra di queste due ferite gli fecero lasciar la preda. Michele voleva invano venir in soccorso di Lorenzino; i due lottatori si tenevano talmente avvinghiati, che a malgrado il suo desiderio di prender parte alla morte del duca, ei non osava colpir l’uno, per tema di uccidere o ferire l’altro. In ultimo fe’ come Lorenzino, gettò via la spada, prese la daga, e si mischiò al gruppo informe combattendo alla fioca luce che spandeva nella camera il fuoco del camino. Trovò la gola del duca, vi piantò la sua daga, e siccome il duca non cadeva ancora, egli andò tanto succhiellinando, dice lo storico Varchi, che lo scannò.
Il duca cadde gettando un ultimo rantolo e trascinando nella sua caduta Lorenzino e Michele. Ma ambedue si rialzarono tosto, fecero ognuno dal suo lato un passo addietro, poi si sogguardarono l’un l’altro spaventati essi stessi dal sangue che grondava dai loro abiti e dal pallore cbe copriva i loro volti.
— Alfine, disse primo il birro, credo ch’ei sia morto!
E sicome Lorenzino scuoteva il capo in segno di dubbio, Michele andò a raccorre la spada e tornò a colpirne lentamente il duca, che non fe’ moto.
Non era più che un cadavere.
Allora Lorenzino pensò a Luisa, al terrore ch’ella doveva provare. Egli aveva udito due o tre volte durante il combattimento, che avea durato più di dieci minuti, dei sospiri soffocati uscire dalla vicina camera. Le aperse e chiamò Luisa, ma nessuno rispose.
Solo, al pallido chiarore che penetrava da una stanza nell’altra, gli parve discernere il corpo della giovinetta steso sul tappeto.
Si slanciò al suo incontro, la prese nelle sue braccia, e, credendola semplicemente svenuta, la portò nella camera rischiarata dalla luce del fuoco, la depose in faccia al cammino, colla testa appoggiata sul suo ginocchio, e chiamandola con accenti d’angoscia impossibili a descriversi.
Luisa riaperse gli occhi; Lorenzino gettò un grido di gioia.
Credette che la fanciulla tornasse in sè.
Ma ella, con voce spenta:
— Perdonami, mio amato Lorenzo, gli disse; ho dubitato di te, e ti aveva detto che l’istante in cui dubiterei di te sarebbe quello della mia morte.
— Ebbene? ebbene? domandò Lorenzo. Parla, parla!…
— Ebbene, mio padre mi aveva dato pel caso ch’io cadessi in potere del duca, questa boccetta di veleno… Ho creduto non solo di esservi, ma che tu stesso me gli avessi abbandonata…
— E poi?… e poi? gridò Lorenzino.
— Osserva… disse Luisa.
— La boccetta vuota, urlò il giovane.
E, pazzo di dolore, senza ricordarsi la ferita della sua mano, egli si slanciò per la scala trasportando il corpo di Luisa e lasciando nella stanza il cadavere del duca.
Più tranquillo di lui, Michele escì alla sua volta, chiudendo accuratamente la porta della camera e quella della strada.
Poi, senza travagliarsi di ciò ch’era addivenuto di Lorenzo, egli andò ad inginocchiarsi dinanzi la Madonna sita al canto della piazza della Santissima Annunziata, ringraziando, nella sua superstizione, la Vergine di tutte misericordie che gli aveva permesso di menare a buon fine questo orrendo omicidio.
La mattina appresso di buon mattino il segretario non avendo veduto il Duca Alessandro, e udito romoreggiare qualche parola confusa dell’accaduto in quella notte, pensò avvisare il Cardinale Cibo, col quale poi si fece introdurre nella camera del Duca.
Aperta che fu la finestra non trovarono che un cadavere.
12
Conclusione
Si sa qual fu per Firenze lo scioglimento del terribile dramma di cui abbiamo accennate le principali peripezie.
Venne data al mondo una nuova prova di questa gran verità, che quasi sempre il pugnale miete, ma non raccoglie.
Come, dopo la morte del vincitore di Pompeo, Roma era passata da Cesare ad Ottavio, dopo la morte del duca, Firenze passò da Alessandro a quel giovane Cosimo I di cui abbiam tenuto parola al principio di questa storia, ed a cui la popolarità del padre Giovanni dalle Bande Nere, la giovinezza, la beltà e l’abitudine già presa dai Fiorentini alla schiavitù spianarono il cammino del trono.
Ei vi salì mediante il giuramento che fece al cardinal Cibo di serbar religiosamente quattro promesse:
La prima di rendere egual giustizia ai poveri ed ai ricchi.
La seconda di non acconsentire giammai a ristabilire in Firenze l’autorità dell’imperatore.
La terza di vendicar la morte del duca Alessandro.
La quarta di trattar bene il signor Giulio e la signora Giulia suoi figli naturali.
Cosimo giurò e prese per divisa questo emistichio di Virgilio;
Primo avulso, non deficit alter.
Ma avvenne di Cosimo ciò che accade di ogni uomo cui una inattesa rivoluzione porta al potere.
Al primo scaleo del trono, egli riceve le condizioni; all’ultimo, ne impone.
Le sole ch’ei fedelmente attenne furon quelle che avevano affinità colla vendetta.
Il domane dell’assassinio, al momento in cui il cardinal Cibo s’avvide della morte del duca Alessandro, egli comprese di qual imbarazzo sarebbegli la presenza di Strozzi e dei suoi compagni nella città… Morto il duca non si poteva farli giustiziare.
Si andò dunque a prenderli al Bargello; lor si disse che il duca gli aveva graziati, e furono condotti fino alla frontiera, lasciando loro in libertà di recarsi ove meglio volessero.
Essi si ritirarono a Venezia.
Là soltanto Strozzi apprese, dallo stesso Lorenzino, l’assassinio del duca e la morte di Luisa.
I primi momenti furono sacri al dolore.
Ma quando essi videro Firenze nelle mani di Cosimo I, quand’essi poterono apprezzare il cupo e inumano genio del nuovo duca, essi raccolsero a sè d’attorno quanti repubblicani rimanevano in Toscana, e risolsero di tentare apertamente gli eventi della guerra.
Furon sconfitti e si ritirarono nella cittadella di Montemurlo, ove Alessandro Vitelli gli assediò.
Dopo un sanguinoso combattimento, che durò più di due ore, gli assalitori, che erano condottieri italiani e spagnuoli, penetrarono nel castello, ove i repubblicani furono parte uccisi, parte imprigionati.
Filippo Strozzi si arrese allo stesso Vitelli.
Cosimo fece venire i prigionieri a Firenze, dopo averli riscattati dai soldati che gli avevan presi, e li fe’ condannare dal tribunale degli Otto.
Durante quattro giorni, quattro repubblicani, ebbero ad ogni mattino tronco il capo sulla piazza della Signoria.
Ma il popolo non potè sopportare tale spettacolo. Egli sentiva che il sangue più puro di Firenze stillava in tal modo dalla scure del carnefice.
I clamori del popolo impaurirono il duca.
Egli mandò quanti prigionieri gli rimanevano, fra i quali trovavasi Nicolò Macchiavelli, il figlio dello storico, nelle prigioni di Pisa, di Livorno e di Volterra.
Vi perirono tutti in meno di un mese.
Cinque furono conservati fra i più illustri:
Bartolomeo Valori; Filippo Valori suo figlio; un altro Filippo Valori suo nipote; Antonio Francesco degli Albizzi, ed Alessandro Rondinella.
Tutti cinque erano destinati ad un grande esempio.
Dovevano perire il 20 agosto, cioè a dire l’anniversario del giorno in cui, sette anni innanzi questo stesso Bartolomeo Valori, dapprima partigiano d’Alessandro dei Medici, aveva adunato il Parlamento, violata la capitolazione di Firenze, e sommessa la sua patria a quegli stessi Medici che lo ricompensavano come sogliono ricompensare i tiranni.
Furono tutti cinque sottoposti alla tortura e condotti, il giorno fissato, al patibolo.
Costoro perirono come traditori della repubblica.
Rimaneva Filippo Strozzi: siccome ei s’era arreso ad Alessandro Vitelli, a lui solo egli apparteneva. Alessandro Vitelli l’aveva rinchiuso nella cittadella di cui era signore, e ve lo tratteneva con tutti i riguardi, rifiutando di consegnarlo a Cosimo dei Medici.
Ma la era una bisogna di denaro e di tempo. Cosimo comprò il prigioniero, e Carlo V autorizzò Vitelli a venderlo.
Ma, sfortunatamente per la vendetta di Cosimo, il giorno in cui giunse l’autorizzazione di rimettere il prigioniero, Filippo Strozzi, fattone avvertito, si tagliò la gola con un temperino, dopo avere scritto colle prime stille del suo sangue questo verso profetico di Virgilio:
Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.
Quanto a Lorenzino, fu rinvenuto assassinato in una via di Venezia nel 1547, il giorno anniversario di quello in cui, dieci anni prima, Cosimo I avea fatto giuramento di vendicar la morte del duca Alessandro.
FINE
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